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L’Argentina di Macri, quale sentiero di sviluppo?

La presidenza di Macri ha imposto un deciso cambio di rotta all’Argentina, che sta sperimentando politiche economiche liberiste con risultati ancora poco decifrabili. La strada per la normalizzazione sembra però lunga e non sempre consigliabile. A quale tipo di sviluppo assisteremo?

SVILUPPO, UNO SPARTIACQUE TEORICO – Nel 1949 il più importante economista argentino del tempo, Raúl Prebisch, divenne segretario della CEPAL, la Commissione Economica delle Nazioni Unite. Da questo osservatorio privilegiato iniziò a denunciare i rischi connessi alla liberalizzazione commerciale del continente, diventando il capostipite di quella che sarà poi conosciuta come la scuola economica della dipendenza. Ad essere attaccati furono i fondamenti della teoria classica del commercio internazionale, secondo cui la specializzazione produttiva guidata dal mercato avrebbe garantito una crescita di lungo periodo in grado di coinvolgere allo stesso modo tutti i Paesi coinvolti nello scambio.
Prebisch, studiando con attenzione le serie storiche, evidenziò come l’eccessiva liberalizzazione commerciale avesse condannato l’America Latina a una struttura produttiva di tipo primario, a basso valore aggiunto, con tendenze oligopolistiche e quindi poco idonea a mantenere le promesse di sviluppo equilibrato e progressivo. Le misure economiche consigliate dalla CEPAL, al fine di evitare la stagnazione e l’iniqua distribuzione dei redditi, erano opposte rispetto a quelle mainstream e prevedevano un ruolo ben maggiore dello Stato nella direzione del commercio, da attuare attraverso mirate misure protezionistiche per promuovere l’industrializzazione interna. La diatriba tra liberisti e interventisti, così come posta da Prebish, è ancora oggi cruciale per comprendere alcuni tra le principali questioni di politica economica che attanagliano l’America Latina. A maggior ragione lo è nell’analisi del Paese in cui le tesi dipendentiste sono state concepite e propagate, l’Argentina, che oggi sta vivendo un rapido e controverso processo di mutamento in direzione del libero mercato, dopo un quindicennio di governi che hanno rievocato proprio le tesi della vecchia CEPAL e assegnato allo Stato il ruolo di motore pulsante dello sviluppo economico.

Fig. 1 – Momento di uno sciopero di lavoratori a Buenos Aires

SVILUPPO, DAL TRAMONTO DEL PERONISMO AL NUOVO ORDINE LIBERALE – Dopo il drammatico default del 2001, l’Argentina piombò in una crisi senza precedenti che sconvolse l’economia e ferì l’orgoglio di una nazione in ginocchio. Il risultato, dopo una transizione biennale in cui il Paese perse di fatto la sua sovranità, fu un vistoso cambio di rotta alle elezioni presidenziali del 2003, che videro trionfare inaspettatamente Néstor Kirchner, esponente di quel filone peronista di sinistra sempre vivo in Argentina e caratterizzato proprio dal sostegno al protezionismo come stimolo all’industrializzazione, il tutto sorretto da un’ampia spesa sociale con finalità redistributive. Il cambio di paradigma economico (dalla finanza all’industria, dall’apertura ai capitali stranieri alla redistribuzione interna) ha prodotto inizialmente risultati soddisfacenti, testimoniati da una crescita attestatasi all’8% nel quadriennio 2003-2007. Alla presidenza di Néstor Kirchner (deceduto nel 2010) ha fatto seguito quella della moglie Cristina Fernández de Kirchner, eletta nel 2007 e confermata nel 2011. Pur lungo una linea di continuità, il protezionismo ha visto un progressivo accentuamento e le politiche espansive, decisive per mantenere alto il consenso, sono stata perseguite anche attraverso una massiccia svalutazione del peso, arrivata fino al 60%. I maggiori proventi così ottenuti dall’industria primaria, in particolare della soia e della carne, sono stati poi tassati (fino al 35% del valore) e gli introiti dirottati sulla spesa sociale, secondo un criterio di redistribuzione ritenuto più idoneo a un Paese dalla secolare vocazione esportatrice.

Ulteriori successi non sono mancati, in termini di sviluppo, almeno fino al 2010: la povertà è scesa dal 21 al 11,3%, superiore solo a quella dell’Uruguay, mentre l’indigenza si è attestata al 3,8% (era al 7,2% appena cinque anni prima). Dal 2011 la parabola del peronismo di sinistra ha terminato la sua ascesa. La legittimazione delle politiche protezionistiche, dell’alta pressione fiscale e degli elevati tassi di inflazione (arrivati al 30% nel 2014) è venuta improvvisamente meno: le fasce deboli della popolazione, fondamentale bacino di consenso per la Kirchner, hanno visto progressivamente peggiorare la propria condizione e nel 2015 il tasso di povertà è arrivato a sfiorare il 30%, quasi sui livelli del decennio precedente. La rigidità delle misure adottate dal governo argentino, una certa ostilità ideologica al capitale straniero e la spesa pubblica usata con troppa disinvoltura, sul lungo periodo non hanno pagato. Nel novembre 2015 Mauricio Macri, a capo di una coalizione di centrodestra, ha vinto con sorpresa le elezioni e messo fine a un’era di speranze per l’Argentina, grandi almeno quanto le illusioni.

Fig. 2 – Cristina Kirchner tiene uno dei suoi ultimi discorsi da presidente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2015

MACRI E IL NUOVO CORSO DI POLITICA ECONOMICA – Sin dalle prime settimane del suo insediamento, Macri ha operato delle scelte economiche di rottura rispetto al passato recente, soprattutto in tre settori ritenuti cruciali. Innanzitutto quello commerciale, in cui le tasse sull’esportazione dei prodotti primari sono state fortemente ridotte e con esse anche le prerogative dirigiste dello Stato in ambito commerciale. Il secondo settore investito dalla rivoluzione liberale di Macri è stata la manovra del cambio, che da uno stretto controllo pubblico attraverso il cosiddetto cepo cambiario è passata a un totale affidamento ai meccanismo di mercato, non ponendo più limiti all’acquisto e alla detenzione di dollari. Ciò ha provocato una svalutazione immediata del peso pari al 40%, ritenuta necessaria per riallineare il cambio ufficiale a quello del mercato nero. Il terzo provvedimento di Macri, conseguenza logica dei precedenti, è stata l’ingente riduzione dei sussidi statali riservati ai settori dei trasporti, dell’energia e dei beni di consumo, comportando un aumento improvviso dei prezzi in questione fino al 30%. Se a ciò si aggiungono un cospicuo licenziamento di dipendenti pubblici e un tasso di disoccupazione quasi raddoppiato (è arrivato al 9,3%), ben si comprende quanto i provvedimenti adottati siano stati sin da subito impopolari, scatenando ondate di proteste in tutto il Paese che hanno caratterizzato il 2016.

LO SVILUPPO ED I RISULTATI DELLA MEDICINA LIBERISTA – Macri non aveva negato che i primi mesi della sua presidenza sarebbero stati difficili. Troppo pesante, a suo avviso, l’eredità lasciata dai Kirchner: un’inflazione galoppante, un settore pubblico ipertrofico e un’avversione istituzionale al capitale straniero ritenuta raccapricciante. Come molti suoi colleghi liberisti, ha ritenuto necessaria una politica economica di drastico assestamento, presentata come la necessaria medicina, talvolta amara, per rimettere in sesto un Paese allo sbando. In effetti, dopo il primo anno caratterizzato da impopolari misure deflazioniste, nel 2017 l’Argentina dovrebbe ricominciare a crescere del 2,5%, mentre il 2016 si è chiuso in negativo, con un calo dei redditi pari al 2,3%. A dire il vero i primi segnali di ripresa si erano già visti negli ultimi due trimestri dell’anno passato, con una crescita rilevata allo 0,5%: troppo poco, però, per intravedere un futuro radioso all’orizzonte. Le previsioni non scoraggiano comunque Macri, che ha più volte dichiarato il suo obiettivo principale: trasformare finalmente l’Argentina in un Paese normale. Per farlo bisogna insistere sulla strada della deflazione, della privatizzazione e dell’apertura al capitale straniero. Eppure, dopo un anno di segnali deludenti, un sospetto dovrebbe sorgere: forse l’Argentina non è un Paese normale perché tale non potrà mai essere. Parla la sua storia, la sua collocazione geopolitica, ma soprattutto la sua conformazione economica e sociale. La concentrazione della ricchezza nel settore primario e la debole struttura produttiva impongono quindi politiche economiche specifiche, circostanziate, talvolta creative. In questo senso, applicare in modo rigido lo schema liberale, come se fosse davvero una prescrizione medica, a uno scenario di tale complessità può essere molto pericoloso e la medicina salvifica avere degli effetti collaterali imprevedibili.

Fig. 3 – Violenze in uno sciopero generale a Buenos Aires dell’inizio di Aprile

UN RITORNO AL MONITO DI PREBISCH – La sensazione è che l’ultimo governo della Kirchner e quello di Macri abbiano in comune una opposta rigidità ideologica, che li rendono poco propensi a ibridare le proprie convinzioni di politica economica con provvedimenti più pragmatici. Se sul fallimento del rigido protezionismo della Kirchner possono esserci pochi dubbi, molto scetticismo genera anche il liberismo piuttosto dogmatico di Macri, che disconosce fatalmente il ruolo degli investimenti pubblici per garantire una crescita duratura, così come il controllo della moneta per governare l’economia nei momenti di crisi. Ritorna allora d’attualità un vecchio monito di Prebisch: «In materia economica continuano a essere in vigore in modo diffuso vecchie mappe […]. Sono appese nelle stanze da lavoro di uomini di Stato, politici, economisti, banchieri e giornalisti e non sempre si ricorre ad esse come a una semplice ipotesi per esplorare la realtà, ma si assumono come la rivelazione della piena verità». Cercare la normalizzazione, come vuole Macri, sembra che significhi affidarsi proprio ai dettami di certe vecchie mappe. Sono queste conformi alla realtà argentina e alle prerogative di una sua trasformazione? Dalla risposta dipenderà, in qualche modo, il futuro del Paese.

Riccardo Evangelista

Un chicco in più

Macri si sta muovendo ben al di fuori dei confini latinoamericani al fine di attrarre gli investimenti esteri, a suo avviso necessari per tornare a crescere. Tra i partner, un ruolo di rilevanza lo sta assumendo l’Australia, pronta a collaborare in particolare nei settori della pesca e della chimica.

 

Foto di copertina di Agência Brasil rilasciata con licenza Attribution License