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Referendum turco: Erdogan contro tutti

In 3 sorsi – Mentre il fatidico referendum costituzionale del 16 aprile è alle porte, il Presidente turco si scaglia contro tutto e contro tutti, provocando dure reazioni da parte di diversi Governi UE

1. CORTINA FUMOGENA – Ovviamente Erdogan non è impazzito: con i suoi attacchi contro i “deboli” leader europei punta ad appiattire il dibattito pre-referendario, distraendo l’attenzione dai temi della riforma e dividendo l’elettorato fra “veri turchi” – che non possono che essere al suo fianco – e “traditori” che parteggiano per gli stranieri. La vera forza di questa strategia comunicativa (di per sé non troppo originale) sta nel suo inibire la reazione delle vittime: se uno degli altri capi di Stato provasse a rispondere per le rime, le sue parole potrebbero essere facilmente interpretate come un attacco contro il popolo turco, facendo il gioco del Presidente. In ciò, il nazionalismo turco – diffuso al punto di essere quasi un pilastro della società – aiuterebbe sicuramente, così come il controllo sempre più stringente che il Governo di Ankara opera sul mondo dell’informazione.

Fig. 1 – Erdogan parla durante un comizio elettorale allo stadio di Bursa, 5 aprile 2017

Il fatto che il leader dell’AKP sia disposto ad incrinare ulteriormente i rapporti con l’UE pur di guadagnare consensi è indicativo di quanto il referendum sia importante e si giochi sul filo del rasoio. Gli ultimi sondaggi  parlano di un testa a testa, con il “no” in leggero vantaggio ma il “sì” in rimonta; la popolazione turca appare dunque divisa – e lo rimarrà anche dopo il 16 di aprile – ma mentre l’opposizione è compatta nella sua campagna anti-riforma, lo schieramento del sì teme un “cedimento a destra”. La scelta dei vertici del partito nazionalista MHP di collaborare con l’AKP di Erdogan non ha molto convinto l’elettorato più conservatore, che sembrerebbe intenzionato a far sentire il proprio dissenso attraverso l’urna referendaria. Una sconfitta – unita alla situazione economica traballante e alle tensioni interne – potrebbe assestare un colpo egualmente duro alle ambizioni del Presidente e alla stabilità del Paese, mentre una vittoria verrebbe letta come un’approvazione popolare delle sue “maniere forti” post-golpe.

Fig. 2 – Il segretario del Partito Nazionalista MHP, Devlet Bahçeli, vota durante le ultime elezioni politiche del 2015

2. VITTIME E CARNEFICI – Germania, Olanda, Austria, ma anche Bulgaria, Danimarca, Svizzera e l’UE nel suo complesso: fra Ankara e le capitali europee sono volati stracci di ogni sorta e in ogni direzione. Nodo del contendere non solo la cancellazione dei comizi dei Ministri turchi – seguite da “reductio ad Hitlerum” da parte di Erdogan e reazioni furibonde dei Presidenti europei – ma anche ingerenze elettorali, inchieste giornalistiche e arresti. Del resto il leader turco è oramai trattato come un dittatore dai suoi colleghi europei. L’ultima scelta del Presidente è stata quella di citare i normali cittadini – sia quelli “turchi d’Europa”, invitati a fare cinque figli, che quelli europei all’estero che “rischiano di non poter camminare sicuri nelle strade” – coinvolgendoli loro malgrado nella diatriba; in un momento in cui un cocktail di terrorismo, immigrazione, media e politicanti populisti sta sdoganando razzismi e xenofobia, e la tensione con il mondo musulmano è alle stelle, questo cianciare di guerre sante e sostituzioni demografiche rischia di inasprire il confronto fra cittadini turchi ed europei. Ad accrescere la tensione c’è poi il sempre divisivo tema del Kurdistan, il cui destino sembra giocarsi – per l’ennesima volta – in questi giorni: qualora il conflitto fra turchi e curdi nel Siraq dovesse aggravarsi ulteriormente, il rischio che le città d’Europa diventino il terreno di scontro per le due comunità è reale.

Fig. 3 – Angela Merkel e Erdogan all’Yildiz Palace di Istanbul nel 2015

3.COSA C’E’ DI CONCRETO – Come succede non solo oltrefrontiera, contro l’UE ci si scaglia sempre volentieri, ma ai vantaggi che porta ci si rinuncia controvoglia. È chiaro ormai che l’adesione della Turchia all’Unione non si farà per i prossimi vent’anni almeno – specie in caso di vittoria del “sì” – ma le rotte commerciali rimangono aperte. Chiuse sono invece le rotte migratorie, in seguito al discusso accordo firmato un anno fa: né Ankara né tantomeno Bruxelles lo ha mai veramente implementato in buona fede, ma riaprire i rubinetti dei profughi rischierebbe di rivelarsi destabilizzante per il Paese della Mezzaluna quasi quanto per Grecia e Balcani.
Con o senza NATO, dunque, Turchia ed UE possono dirsi partner, ma non certo alleati, ed il vero problema di Ankara è che questo vale per tutti i suoi Paesi “amici”, a cominciare dalla Russia di Putin. L’impressione è che Erdogan e parte della dirigenza dell’AKP abbiano anteposto ambizioni personali agli interessi dei loro concittadini, trascinando la Turchia verso un isolamento che il Paese non sembra in grado di sostenere. Il referendum del prossimo 16 aprile – che, va ricordato, si terrà in regime di stato d’emergenza – sarà decisivo per capire verso quale direzione andrà la Turchia nei prossimi anni.

Francesco Castelli

Un chicco in più

Nelle sue uscite pubbliche, il Presidente Erdogan sta cercando di vestire sempre più i panni dell’esecutore della volontà popolare, anche evocando lo strumento plebiscitario del referendum per prendere decisioni cruciali sul futuro della Turchia: dopo averne ventilato uno per rinstaurare la pena di morte a seguito del tentato golpe della scorso estate, è tornato a proporne uno sull’adesione all’Unione Europea.

Foto di copertina di Libertinus rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

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