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I miliziani del Kasai e gli scontri in piazza: le spine nel fianco di Kabila

In 3 sorsiLa violenza scoppiata nel Kasai, regione centrale del Congo, unita agli scontri nella capitale tra cittadini e forze di sicurezza aumentano le pressioni politiche sul Presidente Joseph Kabila

1. L’OPPOSIZIONE IN PIAZZA – Si alza nuovamente il livello della tensione nella Repubblica Democratica del Congo. Il 28 marzo a Kinshasa, infatti, si sono registrati scontri tra la polizia e i cittadini appartenenti al principale partito d’opposizione nazionale, l’Union pour la Démocratie et le Progrès Social (UDPS) che si erano radunati presso la residenza del defunto leader del partito Etiénne Tshisekedi. La motivazione che ha spinto i sostenitori dell’UDPS a protestare per le vie della capitale è da ritrovare nella dichiarazione dello scorso 28 marzo del Segretario Generale della Conferenza Nazionale Episcopale del Congo (CENCO), Donatian Nshole: il religioso ha annunciato un passo indietro della Chiesa Cattolica rispetto al ruolo di mediatore nella trattativa tra il Presidente Joseph Kabila e il fronte delle opposizioni, a causa «della mancanza di volontà delle parti nel raggiungere un compromesso». La questione, che ha portato il negoziato ad una fase di stallo, è rappresentata dal disaccordo sulla scelta della data delle prossime elezioni nazionali. I contraenti, il 31 dicembre 2016, si erano accordati sull’indire nuove elezioni entro il 2017, senza stabilirne la data. A febbraio il Ministro dell’Economia, Pierre Kangudia, ha annunciato che la tornata elettorale non si potrà svolgere quest’anno per mancanza di fondi statali, rinviandola così al 2018. Naturalmente le opposizioni hanno interpretato questa affermazione come un’ulteriore tentativo di Kabila, in carica dal 2001, di voler estendere il proprio mandato illegittimamente. Tutto ciò – unito all’abbandono dell’unico arbitro presente al tavolo delle trattative, la Chiesa Cattolica – ha scatenato la reazione popolare che considera il Presidente un dittatore sanguinario non incline a lasciare il potere.

Fig. 1 – Sostenitori dell’ UDPS davanti all’abitazione di Etiénne Tshisekedi il giorno della sua scomparsa

2. I KAMWINA NSAPU E IL KASAI – Oltre agli scontri nella capitale, il Governo deve affrontare un’ulteriore problematica, cioè l’escalation di violenza nella regione centrale del Kasai che coinvolge da un lato le forze di polizia e dall’altro il Kamwina Nsapu. Quest’ultimo è un gruppo di miliziani che dall’estate dello scorso anno ha deciso di combattere le autorità di Kinshasa: il fattore scatenante è stato l’uccisione, da parte della polizia, del leader Jean Pierre Mpandi il quale, non vedendo riconosciuto ufficialmente il proprio ruolo di capo tribù dalle istituzioni governative, ha incitato nel luglio 2016 tutto il popolo della regione del Kasai alla sollevazione. Il mese successivo, con un raid nella sua abitazione, la polizia ha ucciso Mpandi scatenando la reazione violenta dei miliziani i quali nonostante il loro scarso equipaggiamento – machete, pochissime armi da fuoco e bastoni – sono riusciti a compiere numerosi attacchi. Da gennaio gli scontri si sono intensificati tanto da coinvolgere anche le province del Kasai orientale e occidentale costringendo 216.000 persone ad abbandonare le proprie case e provocando 400 morti. L’ultimo caso di violenza risale al 25 marzo quando nel trasferimento tra le città di Tshikapa e Kananga una colonna delle forze di polizia è caduta in un’imboscata dei Kamwina Nsapu che hanno decapitato quaranta membri delle forze dell’ordine. Nonostante ciò, la ribellione del gruppo è diventata il simbolo del risentimento dell’intera regione del Kasai contro il potere centrale, reo di aver abbandonato nel degrado quei territori: il sottosuolo è ricco di materiali preziosi come diamanti e oro, ma nessuna compagnia estrattiva è attiva a causa della mancanza d’infrastrutture e corrente elettrica.

Fig. 2 – Il Presidente della Repubblica Democratica del Congo Joseph Kabila

3. LE FORZE GOVERNATIVE E L’ONU – All’escalation di violenza però vi hanno partecipato anche le forze governative che sono accusate di aver commesso crimini efferati contro le comunità locali: dalle esecuzioni di uomini, donne e bambini – accusati di essere membri dei Kamwina Nsapu – all’uso delle fosse comuni per occultare i cadaveri. Proprio su questi casi stavano indagando due inviati delle Nazioni Unite: Michael Sharp, cittadino statunitense, e Zaida Caralan, svedese, che, dopo essere scomparsi il 12 marzo in prossimità del villaggio di Ngome nel Kasai occidentale, sono stati ritrovati senza vita il 28 marzo; secondo il portavoce del Governo Lambert Mende i due occidentali sarebbero caduti in un imboscata e sarebbero stati rapiti da non ben definite “forze negative”. Le Nazioni Unite – che hanno fortemente criticato il Governo congolese per l’uso eccessivo della forza contro la ribellione nel Kasai – hanno espresso il proprio cordoglio assicurando che verrà fatta giustizia. Nell’ultimo periodo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva inviato nella zona interessata dagli scontri, 100 caschi blu appartenenti al contingente della Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo (Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione della Repubblica Democratica del Congo – MONUSCO). L’operazione, attiva dal 2010, è la missione di peacekeeping più grande al mondo visto che vi partecipano 19.000 uomini e donne suddivisi tra componente militare, civile e forze di polizia. In conclusione, il rischio che il Paese precipiti nel caos non è da sottovalutare specialmente se la questione locale sollevata dai Kamwina Nsapu continuerà ad allargarsi in altre province. Se così dovesse accadere, ciò potrebbe rappresentare un’ottima motivazione per posticipare le elezioni a data da destinarsi poiché un eventuale processo di registrazione elettorale difficilmente potrebbe essere messo in piedi in una regione in totale subbuglio come quella del Kasai. Conseguentemente la risposta delle opposizioni e l’uso indiscriminato della forza potrebbero far ricadere la Repubblica Democratica del Congo nel baratro di una nuova guerra civile.

Giulio Giomi

 

Un chicco in più

Il primo aprile 2017, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dietro pressioni statunitensi, ha deciso di ridurre di 3.600 unità il numero dei soldati e di ridurre il budget annuale della missione che si attesta su circa un miliardo di dollari ($1,235,723,100).  

 

Foto di copertina di D-Stanley rilasciata con licenza Attribution License