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Si parte. La procedura di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è stata attivata e sarà lunga e complessa: siamo davvero solo all’inizio, con pochissime certezze ed alcune ragionevoli ipotesi. Vediamole

[dropcap]Q[/dropcap]uali sono gli aspetti negoziali chiave che influenzeranno le discussioni tra UE e Gran Bretagna?

Lasciamo un attimo da parte gli aspetti specifici e i singoli temi. Tutti i partner in gioco – e le opinioni pubbliche coinvolte – devono rendersi conto che entrambi gli attori conducono il negoziato dovendo sottostare ad alcuni vincoli. Devono infatti:

  • fare un accordo vantaggioso nel breve termine;
  • “venderlo” favorevolmente alla propria opinione pubblica;
  • assicurarsi ragionevolmente che esso non crei danni peggiori in futuro.

Questi tre punti impatteranno l’andamento del negoziato, al di là delle specificità dei singoli temi. Sarà infatti necessario comprendere il punto di vista altrui (per evitare fraintendimenti, da un lato, ed aspettative eccessive, dall’altro), così come aver ben chiaro il proprio BATNA (Best Alternative To Negotiated Agreement) ovvero l’alternativa in caso di fallimento del negoziato; quest’ultimo punto in particolare è vitale in diplomazia. Gli Stati e i governi in genere agiscono o comunque prendono decisioni per due motivi. Uno è facile: perché conviene (o almeno perché pensano che così convenga). Il secondo a volte è ignorato: perché non farlo è peggio. Al di là delle dichiarazioni di facciata, all’atto pratico i negoziatori che pensano di avere alternative “forti” cederanno con più difficoltà, mentre coloro che hanno alternative svantaggiose prima o poi si vedranno costretti ad accettare condizioni anche non ottimali, purché comunque migliori dell’alternativa. In questo vale la percezione di tale propria alternativa: non sempre è così buona come la si ritiene. Il non accordo, per il Regno Unito, è probabilmente dannoso. Ma non tutti dall’altra parte della Manica condividono tale visione. E, al tempo stesso, l’UE dovrà stare attenta a non credere che per questo motivo la Gran Bretagna sia pronta ad accettare qualunque condizione: soluzioni troppo dure possono essere peggiori per tutti e l’alternativa potrebbe essere comunque vista come più accettabile. Il che porterebbe al muro contro muro e danneggerebbe tutti. UE inclusa.

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[dropcap]C[/dropcap]osa accadrà ai cittadini UE residenti in Gran Bretagna e a quelli britannici residenti in altri Paesi UE? I loro diritti verranno garantiti?

È difficile dirlo. Nonostante ripetute richieste e pressioni pubbliche, il Governo britannico ha di fatto rifiutato di garantire i diritti dei cittadini UE residenti nel proprio Paese, relegandoli in uno scomodo limbo giuridico e civile. Al momento i loro diritti sono ancora protetti dalla legislazione UE, essendo il divorzio tra Londra e Bruxelles non ancora concluso, ma cosa accadrà al termine dei due anni di negoziati iniziati con l’attivazione dell’Articolo 50 resta motivo di profonda apprensione per circa tre milioni di europei e le loro famiglie. Le procedure per ottenere la cittadinanza britannica non sono infatti semplici e l’atteggiamento delle autorità di Londra appare ambiguo e contraddittorio, con le dichiarazioni concilianti del Governo accompagnate dai comportamenti ostili della burocrazia e dalla retorica anti-stranieri di diversi esponenti politici. Allo stesso tempo appare difficile anche la situazione di oltre un milione di cittadini britannici residenti nei Paesi dell’Europa continentale, anche se importanti figure politiche della UE come Guy Verhofstadt e Michel Barnier, capi negoziatori per la Brexit, hanno promesso che i diritti di tali persone verranno sostanzialmente garantiti. Secondo Barnier un accordo di massima tra le due parti sullo status dei rispettivi cittadini potrebbe essere raggiunto entro fine anno, ma al momento sembra una valutazione molto ottimistica. Purtroppo si può affermare con una certa amarezza che oltre quattro milioni di persone sono diventate moneta di scambio nei negoziati tra Londra e Bruxelles, e il loro destino verrà deciso – nel bene o nel male – dall’esito finale di tali trattative.

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[dropcap]Q[/dropcap]uali sono le principali implicazioni politico-militari dell’uscita del Regno Unito?

Le implicazioni dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea nel campo della difesa sono molto rilevanti e cambieranno in gran parte i sistemi di alleanze sul continente. Per cominciare, l’uscita di Londra dall’UE significa l’assenza del più grande freno all’unificazione delle Forze Armate. Al tempo stesso, però, la Gran Bretagna rappresenta la metà del deterrente nucleare europeo e circa un terzo della forza convenzionale realmente esprimibile (i dati su carta sono altra cosa). Se l’occasione di aggregazione non fosse colta in fretta ci si troverebbe, al contrario, con un gruppo di Stati per nulla rilevanti sul tema e completamente dipendenti dalla NATO (leggi Stati Uniti), oppure al traino della Francia.

Peraltro, contestualmente alla Brexit, i rapporti tra Londra e Parigi sulla difesa vengono confermati, proprio perché le due potenze nucleari sono le uniche a perseguire delle politiche di difesa coerenti e significative in Europa. Pertanto è molto probabile che su molti temi che riguardano la dimensione politico-militare, Francia e Gran Bretagna abbiano esigenze e posizioni più facilmente allineabili rispetto, per esempio, alla monotematica Polonia (appiattita sulla paura della Russia), all’opportunista Italia, o alla lentissima Germania (e, nuovamente, Italia) quando si tratta di affari militari. Ne consegue una geometria variabile che potrebbe rivelarsi sufficiente a far vacillare la credibilità dell’Unione Europea come security provider, senza al contempo fornire una soluzione alle crisi di dimensioni maggiori – ingestibili anche dai due Paesi congiunti, se lasciati soli.
Inoltre, la Gran Bretagna cesserà di ricoprire il ruolo di “broker della sicurezza” tra Paesi europei (UE e non) e Stati Uniti sia all’interno che fuori dalla NATO. Una briglia in meno per l’Europa, da una parte, la necessità di trovare nuovi equilibri con Washington dall’altra.

La Germania, che sta rivedendo la propria postura strategica, sembra l’interlocutore più autorevole in tal senso, ma il suo ruolo presenta diverse criticità. In primis, i rapporti tra i due Paesi non sono partiti con il piede giusto. In secondo luogo, fare da bilancia tra i 27 Paesi dell’Unione e gli USA non è un’ambizione naturale dei tedeschi – sia dal punto di vista politico che come popolo – né questo ruolo verrebbe visto di buon occhio da parte di numerosi membri. Per contro, strategie differenziate caso per caso e guidate ogni volta da un Paese diverso (ad esempio il ruolo che l’Italia potrebbe ricoprire per la Libia) permetterebbero a Washington di continuare a giocare sulle divisioni e piccole rivalità tra membri europei per poter negoziare sempre da una posizione di forza (quando si discute tra UE e USA la partita è decisamente più bilanciata dei bilaterali USA-singolo membro).

In conclusione, Brexit apre grandi opportunità ma anche potenziali pericoli. Cogliere le prime ed evitare i secondi è difficile in questo momento in cui i membri dell’Unione Europea fanno fatica a valutare, capire e spiegare ai propri cittadini il proprio miglior interesse.

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[dropcap]L[/dropcap]a separazione creerà problemi per la sicurezza dei cittadini?

Dal punto di vista della sicurezza le prospettive non sono rosee per il Regno Unito dopo la che la Brexit sarà divenuta realtà. La membership dell’UE consente a Londra di accedere a diversi database utili alle forze di polizia, tra i quali il Sistema d’Informazione di Schengen di Seconda Generazione, il Sistema Europeo d’Informazione sui Casellari Giudiziari e ai dati del codice di prenotazione per i voli aerei (conosciuto come Passenger Name Record – PNR). A tutto ciò è da aggiungere Europol, che negli anni ha contribuito al coordinamento tra le forze di polizia dei Paesi UE aderenti. In teoria sarà possibile che il Regno Unito continui a fruire di tali strumenti poiché la mutua collaborazione giova a tutti. Ovviamente da questo punto di vista l’Unione sarà in una posizione di forza durante i negoziati, anche se una chiusura totale con Londra nel campo della sicurezza è sconsigliabile, soprattutto nel periodo attuale dove la minaccia terroristica in Europa è rilevante.

 

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[dropcap]Q[/dropcap]uali potranno essere le implicazioni economiche dell’uscita del Regno Unito dalla UE?

Circa il 40% delle esportazioni britanniche sono dirette verso gli altri Paesi dell’Unione Europea, mentre solo il 7% dell’export UE è diretto verso il Regno Unito. Sembra sufficiente dire questo per spiegare che sarà Londra a subire le maggiori conseguenze negative dell’uscita dal Mercato Unico. È indubbio che la Commissione Europea (organo titolare di condurre i negoziati) godrà di un maggior potere contrattuale, ma ridurre la dinamica in termini così semplicistici sarebbe fuorviante. È infatti fondamentale osservare i rapporti bilaterali che ognuno dei 27 Stati Membri intrattiene con il Regno Unito. Pensiamo all’Italia: Londra è per noi la settima destinazione più importante per l’export, con un commercio bilaterale pari a quasi 27 miliardi di euro nel 2016, peraltro in crescita (dati ICE). Senza contare la forte presenza di imprese italiane in Regno Unito, su tutte Leonardo ed Eni, che testimoniano l’importanza di preservare gli investimenti e di mantenere un elevato livello di integrazione nelle catene di produzione. Tale integrazione, presente soprattutto nei settori della meccanica, unisce di fatto il Regno Unito con le principali potenze industriali europee (non solo Italia, ma anche Francia, Germania e Spagna) ed è interesse di entrambe le parti non smantellarla. Perché ciò accada, bisognerà però negoziare un nuovo accordo di libero scambio, cosa che non potrà avvenire prima di aver definito i termini della separazione nei prossimi due anni. Nella migliore delle ipotesi, potrebbe dunque entrare in vigore un accordo temporaneo che potrebbe mantenere, ad esempio, un accesso senza dazi per i beni e servizi prodotti dal Regno Unito nell’UE (e viceversa), o quantomeno per alcune categorie di essi. Al contrario, se la separazione dovesse non essere “consensuale”, i rapporti economici tornerebbero ad essere regolati semplicemente con le regole del WTO, il che comporterebbe l’imposizione di dazi e altre barriere non tariffarie. Uno scenario che tutti gli operatori economici vorrebbero scongiurare, indipendentemente dal potere negoziale delle parti in causa.

La Redazione

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Il Regno Unito ha creato un “Department for Exiting the European Union”, che ha appena pubblicato un white paper su “Legislating for the United Kingdom’s withdrawal from the European Union

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Redazione

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