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Negli ultimi tempi il Premier israeliano Netanyahu ha compiuto diverse visite ufficiali in Asia. In particolare, i colloqui con Kazakistan e Azerbaijan, due Stati post-sovietici a maggioranza islamica, hanno mostrato la determinazione di Tel Aviv di spezzare vecchi tabù e spostare la propria collocazione strategica sempre più verso oriente. Allo stesso tempo l’interessamento israeliano conferma lo scacchiere asiatico come una realtà dall’indubbia rilevanza geopolitica a livello internazionale

ISRAELE, IL KAZAKISTAN E LA QUESTIONE IRANIANA  – In carica dal 1989, il Presidente kazako Nursultan Nazarbayev – classe 1940 – è contemporaneamente una figura autoritaria e un maestro di diplomazia: ideatore della politica estera multivettoriale, garante della stabilità politica del Paese e regista di un’ascesa economica senza precedenti nel panorama post-sovietico.
Nondimeno, alla soglia dei 77 anni, il “Padre della Patria” sente incombere il momento di una successione ormai necessaria: un evento che desta l’interesse dell’intera comunità internazionale, fra svariate scommesse sul futuro del Paese e lo stupore generale per la recentissima e inaspettata ventata di democrazia. Solo due mesi fa, il Presidente comunicava infatti alla nazione una riforma dell’architettura istituzionale, che molto presto attribuirà buona parte dei poteri del Capo dello Stato agli organi legislativo ed esecutivo.
Crocevia tra Russia e Cina e nono Paese al mondo per estensione, il Kazakistan è l’autentico cuore strategico dell’Eurasia, attorno al quale gravitano le attenzioni delle maggiori potenze globali e di alcuni attori mediorientali quali Turchia, Iran e ora anche Israele.
Lo scorso dicembre il Premier israeliano Benjamin Netanyahu si è infatti recato in visita ufficiale nella capitale kazaka. Come si vedrà, la visita è stata la pietra angolare di una missione geopolitica che guarda ben al di là della preziosa partnership con Astana, ma anche un’opportunità per saggiare l’accortezza diplomatica di Nazarbayev. Difatti, al Presidente kazako è affidata l’ardua impresa di bilanciare gli interessi di due partner che non potrebbero essere più diversi tra loro: da un lato Teheran, dall’altro Tel Aviv (o Gerusalemme, secondo una prospettiva squisitamente israeliana).
Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, l’intenzione di Teheran di acquistare 950 tonnellate di concentrato di uranio dal Kazakistan – principale produttore mondiale – nasconderebbe il proposito iraniano di convertire il materiale in esafluoruro (un composto generalmente utilizzato nel processo di arricchimento dell’uranio) da rivendere al Kazakistan, dove l’elemento gassoso verrebbe trasformato in combustibile nucleare per l’esportazione.
Un’eventualità del resto ammessa dallo storico accordo sul nucleare iraniano, nonostante nel Regno Unito – uno dei cinque Paesi che supervisionano l’implementazione del negoziato – residuino ancora dei dubbi in merito alle clausole che regolamentano il cd. yellowcake.

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Fig. 1 – Il Premier israeliano Netanyahu illustra il pericolo del programma nucleare iraniano davanti all’Assemblea Generale dell’ONU nel settembre 2012 

ASTANA, UN PONTE TERRESTRE VERSO L’ESTREMO ORIENTE – Negli anni più recenti, la politica multivettoriale di Astana si è rivelata una carta vincente per il consolidamento della cooperazione con la sfera europea ed euro-atlantica. Resta tuttavia da verificare se e in che modo la peculiare collocazione del Kazakistan e gli interessi delle grandi potenze orientali possano eventualmente influire sulla stabilità del Paese.
Da parte sua, la Russia si dichiara pronta a riconquistare nel 2017 un ruolo di primissimo piano nell’arena globale: ma se pure così fosse, la linea politica adottata da Nazarbayev rappresenterebbe un buon antidoto contro qualsiasi tentativo di riassorbimento nell’orbita ex-sovietica.
Tuttavia, all’hard power della Russia fa da contraltare il soft power della Cina, impaziente di dar vita al grandioso progetto della One Belt, One Road, che coinvolgerà l’intera Asia Centrale. Così, tra l’euforia degli altri Stans locali e il parziale sconcerto del più cauto Kazakistan, dall’Estremo Oriente pioveranno finanziamenti per un valore di 250 miliardi di dollari da destinare allo sviluppo infrastrutturale delle cinque repubbliche post-sovietiche.
Ecco quindi che il profilo geopolitico del Kazakistan è punto di forza, ma anche tallone d’Achille di un Stato che – se non fosse per l’astuzia diplomatica del suo Presidente – si troverebbe forse a gestire diversamente le avances di Pechino, che ha già individuato nel Paese un irrinunciabile spazio strategico.
Nella geografia della Nuova Via della Seta il Kazakistan rappresenta dunque una liaison tra il Medio e l’Estremo Oriente, oltre che un partner chiave per allacciare relazioni multilaterali con i circostanti Stans. Ed è su queste direttrici che si innestano le aspirazioni di Tel Aviv, alla ricerca di un proprio ruolo nell’ordine centro-asiatico e palesemente attratta da un mercato in costante espansione.
Anzitutto, Israele rappresenta per il Kazakistan un valido alleato in campo economico e commerciale, così come nei settori della tecnologia agricola e delle comunicazioni. Per altro, l’attuale partnership bilaterale vede Israele impegnato nel rinnovo degli armamenti del Kazakistan – anche alla luce della comune opposizione alla minaccia del radicalismo islamico – e nell’acquisto di petrolio per circa il 25% del proprio fabbisogno.
Oltretutto, nel novembre 2015 lo Stato ebraico ha sottoscritto un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica (EEU) e proprio Astana risulta esserne il beneficiario privilegiato, merito soprattutto della neutralità assunta nei confronti del conflitto arabo-israeliano.
Per queste ragioni, la visita di Netanyahu ha indubbiamente contribuito a rinsaldare gli impegni in corso, ma ha costituito anche l’occasione perché il Premier israeliano esercitasse delle pressioni in funzione anti-iraniana, esprimendo forte preoccupazione verso i programmi nucleari di Teheran.

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Fig. 2 – Netanyahu incontra il Presidente Nazarbayev ad Astana, dicembre 2016

BAKU, UN INTERLOCUTORE STRATEGICO PER LA SICUREZZA – La puntata ad Astana dello scorso dicembre è stata però solo la seconda tappa di un breve viaggio diplomatico che anzitutto aveva condotto il Premier israeliano in Azerbaijan. Anche la presenza di Netanyahu a Baku, sulla sponda occidentale del Caspio, è indice di un sensibile avvicinamento dello Stato ebraico al piccolo eldorado di idrocarburi, cuore pulsante di un (pur discontinuo) processo di industrializzazione, dall’eredità sovietica poco ingombrante e in prevalenza fedele all’Islam sciita, nonostante alcuni dissapori con il vicino persiano.
I colloqui con il Presidente İlham Aliyev rappresentano in realtà la prosecuzione di un fruttuoso dialogo bilaterale cominciato sul finire degli anni Novanta in materia di economia, sicurezza ed energia. In particolare, negli ultimi vent’anni l’Azerbaijan avrebbe acquistato da Israele materiale militare per un valore pari a circa cinque miliardi di dollari, mentre dall’alleato caucasico provengono un terzo del gas ed il 40% del petrolio che consente ad Israele di soddisfare il fabbisogno energetico nazionale.
Ma v’è un’altra ragione per cui la popolarità israeliana in Azerbaijan è in rapida ascesa, e ciò in quanto l’asse con Tel Aviv potrebbe indirettamente rinvigorire la credibilità militare di Baku nel contesto regionale. Si ricordi che solo un anno fa la cosiddetta “guerra dei 4 giorni” (2-5 aprile 2016) spezzava una tregua di cristallo durata complessivamente ventidue anni e riportava il frozen conflict del Nagorno-Karabakh al centro dell’attenzione diplomatica e mediatica dello spazio post-sovietico. Com’è facilmente intuibile, la riconquista della regione a maggioranza armena avrebbe potuto straordinariamente innalzare l’indice di gradimento del Presidente Aliyev nel Paese, già vittima di una recessione determinata dall’imprevedibilità del mercato energetico e dal vertiginoso calo degli investimenti.
Ecco dunque che in uno scenario strategico orientato alla tutela della sovranità territoriale, la partnership militare con Israele riveste un ruolo essenziale. Come corrispettivo, Tel Aviv riconosce nel Paese caucasico un partner ideale, situato proprio al confine settentrionale della Repubblica Islamica dell’Iran.

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Fig. 3 – La sinagoga di Krasnaiya Sloboda, villaggio dell’Azerbaijan settentrionale prevalentemente abitato da residenti di religione ebraica

L’ARCO DELLE ASPETTATIVE ISRAELIANE IN ASIA – Lo Stato ebraico, mentre segue con attenzione gli sviluppi della politica internazionale, coltiva con disinvoltura nuovi semi di cooperazione e si appresta a tessere future alleanze nel quadrante asiatico. A febbraio lo sguardo di Tel Aviv ha accarezzato anche il Sud-Est del continente, come testimonia un rapido stopover di Netanyahu e consorte a Singapore, per poi raggiungere l’Australia: complici il divieto di sorvolo dello spazio aereo indonesiano per la compagnia israeliana El Al, ma soprattutto l’amicizia tra Tel Aviv e la città-stato asiatica. Ancora, solo il 19 marzo – su invito ufficiale del Presidente Xi Jinping – il Premier israeliano è volato a Pechino, per celebrare le nozze d’argento delle relazioni diplomatiche tra Israele e la Repubblica Popolare Cinese. L’incontro si è risolto naturalmente in una pioggia di accordi su ricerca spaziale, alta tecnologia, medicina, commercio ed agricoltura.
Se dunque il supporto di Washington rappresenta ancora il caposaldo della politica estera israeliana, Tel Aviv individua però ulteriori spazi di cooperazione verso est e sembra avere una chiara visione dei maggiori player internazionali in grado di influenzare lo scenario mediorientale e di contenere, eventualmente, i propositi dell’avversario iraniano.
A tale riguardo, l’approccio più esplicito – formalità diplomatiche a parte – rimane indubbiamente quello che aveva connotato i colloqui tra Netanyahu e Nazarbayev. Ma pur considerando la crescente influenza di Israele in Kazakistan, basterebbe dare un’occhiata alla sagoma geografica del Paese centro-asiatico – privo di significativi sbocchi al mare, se si eccettua il Caspio – per comprendere che l’Iran rappresenta un partner irrinunciabile per Astana. Infatti, grazie alla linea ferroviaria che attraversa il Turkmenistan, le merci kazake possono raggiungere i porti iraniani del Golfo Persico per poi accedere al mercato globale, evitando il transito in territorio russo o cinese.
Tuttavia, in questo gioco sul filo dell’equilibrio, lo Stato ebraico confida nella lungimiranza dell’anziano Nazarbayev, affinché l’ago della bilancia penda a favore di Tel Aviv. E spera nel frattempo che il Kazakistan del futuro sia altrettanto abile nel flettere adeguatamente la curva degli interessi in gioco e si mostri all’altezza dell’eredità politica e diplomatica dell’attuale Presidente, un “Padre della Patria” dalla linea dura, ma non così scomoda al di fuori dei patri confini.

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Fig. 4 – Visita di Netanyahu a Pechino, marzo 2017. Di fronte al Premier israeliano siedono il Primo Ministro Li Keqiang e il Ministro degli Esteri Wang Yi

Luttine Ilenia Buioni

 

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più 

Secondo quanto dichiarato all’agenzia giornalistica iraniana ISNA dal direttore dell’Organizzazione Iraniana per l’Energia Atomica, la richiesta di acquistare dal Kazakistan 950 tonnellate di concentrato di uranio nel corso dei prossimi tre anni sarebbe esclusivamente finalizzata allo sviluppo di un programma nucleare civile. Infatti, secondo le condizioni imposte dall’accordo internazionale del 2015, la maggior parte delle centrifughe iraniane sono attualmente fuori servizio, sebbene sia stata riconosciuta a Teheran la facoltà di arricchire l’uranio in una misura pari al 3%. Al contrario, prosegue Ali Akbar Salehi, la produzione di armi nucleari richiederebbe un tipo di arricchimento non inferiore all’80%.[/box]

Foto di copertina di Utenriksdept rilasciata con licenza Attribution-NoDerivs License

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Luttine Ilenia Buioni

Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi in Diritto Penale Internazionale, ho completato il mio percorso di studi conseguendo un Master in Peace Building Management e successivamente l’abilitazione  per l’esercizio della professione forense. Coltivo il sogno di coniugare la passione per il diritto a quella per l’analisi geopolitica dello spazio post-sovietico. Un percorso che mi ha recentemente condotto a Yerevan, in Armenia, dove ho avuto l’opportunità di partecipare ad un programma del Consiglio d’Europa. Per Il Caffè Geopolitico mi occupo in particolare di Caucaso Meridionale ed Asia Centrale. In passato ho collaborato anche con Termometro Politico, l’Osservatorio di Politica Internazionale (OPI) e Mediterranean Affairs.