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Celebrazione, crisi, ottimismo: l’UE e il summit di Roma

Sabato 25 marzo i leader dell’UE si sono riuniti in una Roma blindata per festeggiare il 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma. La Dichiarazione finale apre la strada ad un’Europa a più velocità ma un eccessivo ottimismo sarebbe ingiustificato. Le sfide sono tante e difficili, a partire da Brexit e Trump. L’Italia è in prima fila, ma rischia

IL SUMMIT – Sabato 25 marzo i 27 capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea si sono incontrati a Roma per celebrare i 60 anni dalla firma dei Trattati di Roma (vedi chicco in più), che nel 1957 segnarono un decisivo punto di svolta nella ricerca di una crescente unificazione economica e politica del Vecchio continente. Innanzitutto è degno di nota che la premier britannica Theresa May sia rimasta a casa. Questo rappresenta la prima presa d’atto ufficiale dopo la vittoria al referendum di Brexit che la Gran Bretagna non farà parte della futura UE. Il Governo di Londra ha infatti attivato il 29 marzo l’art. 50 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) per iniziare la procedura di uscita dall’Unione. Sebbene gli esiti siano imprevedibili, ad oggi è difficile immaginare che la Gran Bretagna tornerà sui suoi passi nel breve-medio periodo. Quindi è il caso di farsene una ragione. E così sembra abbiano pensato anche i 27 Paesi rimasti. Inoltre ha molto stupito, nel corso del vertice, l’ottimismo sfoggiato dai leader del Vecchio continente, dovuto probabilmente alle recenti sconfitte del populismo antieuropeo in Austria e in Olanda e incoraggiato dalla sensazione (tutta da verificare) che Marine Le Pen perderà al secondo turno delle presidenziali francesi.

Fig. 1 – I leaders dell’Unione Europea si sono incontrati il 25 marzo a Roma

LA DICHIARAZIONE – Il frutto più tangibile del vertice è una dichiarazione di poco più di una pagina che aspira a cambiare in modo significativo il volto dell’UE. Il documento era stato preparato già prima del summit, che ha avuto così una funzione più simbolica che pratica. Oltre a ribadire la necessità del progetto di integrazione europea, la dichiarazione individua quattro campi di azione prioritari: sicurezza, economia, sociale e difesa. Ma è sui mezzi, più che sul fine, che il documento fa il passo più atteso e da molti auspicato. A un certo punto la dichiarazione recita: «Agiremo insieme, a differenti ritmi e intensità dove necessario, muovendoci nella stessa direzione, come abbiamo fatto nel passato, in linea con i Trattati e tenendo la porta aperta per coloro che vorranno aderire in seguito». Si tratta dell’ufficiale sdoganamento dell’Europa a più velocità, osteggiata tenacemente dai Paesi dell’Est, che temono di essere relegati in una serie B dell’Unione (senza tuttavia fare la minima autocritica sul proprio comportamento poco cooperativo negli ultimi anni). Per rassicurarli si è specificato che anche se si procedesse sulla strada dell’Europa a più velocità, il nocciolo duro rimarrebbe aperto ai Paesi desiderosi di aderirvi successivamente.

QUALE RUOLO PER L’ITALIA? – L’Italia ha avuto un ruolo chiave nell’organizzazione del vertice. Non l’ha solo ospitato, ma ha anche contribuito a portare a termine con successo una difficile mediazione sulla dichiarazione con i Paesi dell’Europa orientale. Fondamentale è stato il ruolo del Presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che si è impegnato personalmente per il successo del summit. Il Primo ministro italiano ha così assicurato al nostro Paese le basi per rivestire un ruolo centrale nella nuova Unione Europea, a fianco di Germania, Francia e Spagna. Il problema è che questo successo diplomatico italiano ha fondamenta fragili. Innanzitutto, l’attuale Presidente del Consiglio, pur molto apprezzato a livello europeo, non gode di una maggioranza solidissima in Parlamento e men che meno nel Paese. Inoltre sul suo capo rimane sospesa la spada di Damocle di possibili elezioni anticipate. Soprattutto pesa l’instabilità politica e la fragilità economica dell’Italia, che è forse il Paese europeo più esposto al rischio di un’ascesa al potere delle forze antisistema e che andrà alle urne al più tardi nel 2018. Due sono gli scenari che rischierebbero di rovinare il lavoro fin qui fatto. Il primo è la formazione di un Governo (magari di minoranza) da parte del Movimento 5 Stelle, che sembra alquanto confuso sulla linea politica europea da assumere. Il secondo prefigura un quadro di assoluta ingovernabilità e rappresenta forse un’alternativa peggiore. Il problema è che attualmente queste due prospettive sono sempre più plausibili. Il rischio è che l’Italia, nell’ipotesi in cui l’UE superasse lo scoglio rappresentato dalle elezioni francesi e tedesche, finisca per essere lasciata fuori dal nocciolo duro europeo, segnando una sconfitta politica, economica e diplomatica da cui il nostro Paese faticherebbe non poco a riprendersi.

Fig. 2 – Il premier italiano Paolo Gentiloni

LE SFIDE – Uno dei mantra europeisti è che le crisi rafforzano il progetto europeo, perché lo costringono ad evolvere e sbloccano eventuali impasse. Certamente la frase ha qualche fondamento se si va a vedere la storia degli ultimi sessant’anni. Ma a definire una fortuna le crisi che vive l’Unione Europea ci sarebbe il rischio di essere ritenuti folli o masochisti. La Gran Bretagna, terza economia d’Europa, sta per lasciare l’UE, consumando uno strappo politico senza precedenti nella storia dell’Unione. A Washington l’Amministrazione di Donald Trump non nasconde la propria antipatia nei confronti del processo di integrazione europea, mostrando invece un’istintiva simpatia per i movimenti nazionalisti che proliferano in Europa. A est (ma non solo) la Russia dimostra con decisione di voler marcare, e forse allargare, i confini della propria sfera di influenza. A sud la minaccia è invece costituita da un’endemica crisi economica, politica, sociale e di sicurezza che stritola i fragili Stati del Medio Oriente e del Sud del Mediterraneo e da cui scaturiscono terrorismo e fenomeni migratori. All’interno dell’Unione, poi, anche i policy-maker più europeisti (tra gli altri Macron e Moscovici) ammettono ormai apertamente che l’Eurozona nel suo attuale assetto è destinata a saltare nel lungo periodo se gli squilibri politici e macroeconomici che la caratterizzano non verranno aggiustati. La verità è che la crisi in cui si trova l’Unione non è transitoria e specifica, ma esistenziale e generale. È certamente vero che l’uscita di Londra potrebbe rimuovere diversi ostacoli sulla via di un’unione sempre più stretta. È poi assolutamente corretto dire che i nuovi USA stanno solo dando sfogo a un scetticismo sull’opportunità di un’eccessiva integrazione politica europea sempre latente nella storia dei rapporti transatlantici e che questo potrebbe addirittura spingere i partners europei a rafforzare l’UE e a fare passi avanti sulla difesa comune. Ma, in definitiva, i rischi certi di tutte queste crisi superano di gran lunga i loro ipotetici benefici. Viene spontaneo chiedersi: possibile che le nostre attuali classi dirigenti, delegittimate e in piena crisi di consenso, siano in grado oggi, in un contesto interno e internazionale considerevolmente deteriorato, di raggiungere un risultato che inseguono da decenni e che non sono state capaci di conseguire in periodi molto più favorevoli? La speranza naturalmente è che la risposta sia affermativa, se non altro perché l’alternativa è un’incognita spaventosa. Ma ad oggi un eccessivo ottimismo sarebbe del tutto fuori luogo, controproducente e fin troppo indulgente verso le élite del Vecchio continente.

Fig. 3 – La firma dei Trattati di Roma

Davide Lorenzini

Un chicco in più

I Trattati di Roma furono firmati in Campidoglio il 25 marzo 1957. Il più importante e duraturo istituisce la Comunità Economica Europea (CEE), mentre il secondo dà vita alla Comunità Europea dell’energia atomica. I Paesi firmatari dei due trattati sono la Francia, la Germania Occidentale, l’Italia, l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo. Nel corso dei decenni gli Stati membri della CEE aumenteranno, mentre il livello di integrazione verrà sempre più approfondito. Il crollo del dominio sovietico in Europa orientale e la successiva fine della Guerra Fredda permetteranno, a partire dall’inizio degli anni Novanta, l’aprirsi di nuove prospettive, che culmineranno nella nascita dell’Euro, nella trasformazione della CEE in CE (Comunità Europea) e poi in UE (Unione Europea) e nell’allargamento verso est. Ad oggi l’UE ha 27 Stati membri (al netto della Gran Bretagna), inseriti in uno spazio geografico che va dal Portogallo ai Paesi Baltici e dalla Svezia alla Grecia.

Foto di copertina di MauroC rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License