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“America first”, lo slogan di Donald Trump, prima in campagna elettorale poi nel governo del paese. L’autosufficienza energetica diventa una priorità e il completamento del Dakota Access Pipeline è un pezzo di questo puzzle

IL DAKOTA ACCESS PIPELINE (DAPL) – Il Dakota Access Pipeline è un oleodotto sotterraneo della lunghezza di quasi 2.000 chilometri, ad oggi quasi interamente costruito, che collegherà il nord del paese (una zona chiamata Bakken Formation tra gli Stati del Montana e del North Dakota al confine con il Canada) con il sud, in particolare con il centro di distribuzione di Patoka, nello Stato dell’Illinois. Da qui l’oleodotto sarà collegato ad altre condotte già esistenti, in particolare verso Nederland in Texas. Un’opera da 5 miliardi di dollari che servirà per sfruttare e distribuire i 7 miliardi di barili di petrolio che la società costruttrice, la Energy Transfer Partners, stima siano estraibili dalla Bakken Formation. A regime, l’oleodotto dovrebbe trasportare dal nord al sud qualcosa come 500mila barili di petrolio al giorno, ovvero circa la metà del greggio prodotto giornalmente a Bakken. Il tratto da costruire per completare il progetto – quello al di sotto del lago Oahe – sembra essere molto corto, tanto la società costruttrice stima in 75 giorni di lavoro l’impegno per completare un’opera costruita ormai il per il 95%.

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Fig.1 – I campi sopra la Bakken Formation.

CHE COS’E’ IL KEYSTONE XL – Si tratta anche in questo caso del progetto di costruzione di un oleodotto che attraverserebbe gli Stati del Montana, South Dakota e Nebraska, collegandosi poi a condotte esistenti e consentendo così il trasporto del greggio dalla zona petrolifera dell’Alberta in Canada al Golfo del Messico. Barack Obama bloccò questo progetto nel novembre del 2015, anche sollecitato dalla pressione delle associazioni ambientaliste che spingevano affinché gli USA fossero leader mondiali nelle politiche dei cambiamenti climatici.

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Fig. 2 – Il discorso di Obama al sito sud del Keystone XL.

Il greggio estratto in Alberta sarebbe un petrolio non convenzionale, ovvero intrappolato in depositi rocciosi ed estraibile solo attraverso particolari tecniche di recupero come la fratturazione idraulica (fracking).

LA VOCE DELL’AMMINISTRAZIONE TRUMP – Il neoeletto Presidente, già i primi giorni del suo insediamento, ha firmato due ordini esecutivi, bloccati dal predecessore Obama, che danno formalmente il via al completamento del Dakota Access Pipeline e al riavvio degli studi per la costruzione del Keystone XL. La prima opera sembra ormai imminente, anche perché quello di Bakken è uno dei più importanti investimenti petroliferi della storia statunitense. Secondo la Energy Transfer Partners, il DAPL è stato costruito per essere uno dei più sicuri e più tecnologicamente avanzati oleodotti del mondo. Secondo l’amministrazione Trump, inoltre, la realizzazione di questi oleodotti creerà un aumento dei posti di lavoro e un miglioramento delle condizioni ambientali, soprattutto riducendo il trasporto del greggio che ad oggi avviene su rotaia e su gomma. Per quanto riguarda il Keystone XL, dopo le proteste delle organizzazioni ambientaliste, Obama aveva messo il veto sull’autorizzazione del Congresso statunitense alla costruzione dell’oleodotto. Con Trump ora si cambia rotta e il nuovo ordine esecutivo chiede a TransCanada, la società costruttrice, di presentare nuovamente la richiesta di autorizzazione. Lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi dell’Alberta sono di importanza strategica per diminuire la dipendenza energetica dall’estero. Anche se nel 2013 gli USA producevano 7,5 milioni di barili di petrolio al giorno, ne importavano comunque altri 7,7 milioni al giorno. La politica energetica e protezionistica di Trump vuole ridurre questo gap, perché ogni barile prodotto in America significa un barile in meno acquistato all’estero.

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Fig. 3 – Il neoeletto Presidente USA Donald Trump e la firma dell’ordine esecutivo.

Si stima che le risorse mondiali del greggio non convenzionale siano di 1.500 gigabarili, distribuiti tra il Canada (Alberta Oil Sands) ed il Venezuela (Orinoco belt). Nel 2011 la produzione di questo greggio è stata di 2 gigabarili, ovvero il 2,4% della produzione mondiale di petrolio. Insomma, una enorme risorsa energetica sotto casa e senza rischio minerario in quanto i giacimenti sono scientificamente rintracciabili senza scarto di errore.

L’OPPOSIZIONE AL PROGETTO – Le voci più forti che muovono avvocati e manifestanti sono quelle delle associazioni ambientaliste contrarie alla realizzazione di entrambi i progetti. In particolare, per quanto riguarda il DAPL, in vista dell’ultimazione dell’opera che era prevista per la fine del 2016, hanno dato vita a numerose azioni coinvolgendo anche le popolazioni dei nativi Sioux della tribù di Standing Rock, una riserva vicino al percorso dell’oleodotto. Oggetto del contendere è l’ultimo tratto ancora da costruire, quello che passa al di sotto del lago Oahe, lungo il fiume Missouri, e che secondo gli ambientalisti sarebbe troppo pericoloso in caso di danni ambientali che l’eventuale rottura delle tubature potrebbe causare, mettendo a rischio importanti riserve di acqua dolce.

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Fig. 4 – Le proteste degli indiani Sioux a Standing Rock.

D’altro canto la società costruttrice ribadisce affermando che sotto il lago Oahe già insistono altre condotte che trasportano gas e greggio da oltre 30 anni e che la nuova linea della DAPL passerebbe a 100 piedi sotto il lago, quindi ben al di sotto delle attuali condutture. Le polemiche vengono ribaltate anche contro le associazioni ambientaliste stesse e altri gruppi radicali, accusati di cavalcare egoisticamente le problematiche ambientali e culturali per attrarre l’opinione pubblica e raccogliere così milioni di dollari dalle donazioni degli americani. Infine, l’ipotesi di una carbon tax che una amministrazione diversa a quella di Trump potrebbe introdurre sui combustibili fossili renderebbe meno conveniente l’investimento di costruzione di un oleodotto, ammortizzabile solo a medio termine. Quella tra favorevoli e contrari non è solo una discussione di principio tra i sostenitori della produzione petrolifera nazionale e quelli delle fonti energetiche rinnovabili, ma è soprattutto una questione politica ed economica.

Dario Urselli

Un chicco in più – Durante le elezioni statunitensi si è scoperto che Trump aveva in passato investito nella Energy Transfer Partners e che il CEO della società ha finanziato con circa 200mila dollari la campagna elettorale e il Partito Repubblicano.

Foto di copertina di Fibonacci Blue rilasciata con licenza Attribution License

Nato in Liguria nel 1974, papà di Viola e di Leonardo, laureato in Scienze Politiche. Troppo curioso per rimanere sempre fermo, sostiene gli esami all’Università di Genova e alla Oxford Brookes University durante il Programma Erasmus; la tesi in Geografia Politica ed Economica (“Turismo: passaporto per lo sviluppo?”) ha visto la luce alla University of Edinburgh; a Nizza studia la lingua francese. In attesa di trovare ispirazione nel mondo del lavoro, frequenta un Corso di Perfezionamento in Cooperazione Economica, Politica e Sociale allo Sviluppo e successivamente il Corso EuroMediterraneo di Giornalismo Ambientale “Laura Conti”. Una piccola cooperativa di servizi turistici lo ospita per dieci anni di lavoro, mentre attualmente gestisce con la famiglia un’impresa agrituristica nell’entroterra ligure. Nei tranquilli mesi invernali studia Fotografia – una passione di gioventù – e frequenta il corso di Laurea Magistrale in Geografia e Processi Territoriali all’Università di Bologna. Senza pregiudizi e preconcetti cerca di capire le trame che muovono gli eventi globali e descrive le situazioni umane, sperando di suscitare un sussulto nel lettore. Scrive per Il Caffè Geopolitico dal gennaio del 2017.