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A un passo dall’Europa

Che cosa ha fatto l’Unione Europea per noi? Ha ancora senso questa costruzione politica? Nel giorno della celebrazione dei 60 della UE, vi spieghiamo come la vediamo noi

Garantire 60 anni di pace entro i suoi confini non è un risultato da poco, tenendo conto che in Europa ce le diamo di santa ragione da secoli, senza dimenticare che entrambe le guerre mondiali sono scoppiate qui. A casa e per causa nostra. Ricordate? Abbiamo anche vinto un Premio Nobel per la Pace per questo, nel 2012: come già abbiamo sottolineato a quei tempi, non era certo un punto di arrivo, quanto un monito per il futuro.

Certo infatti l’Unione non può essere immune da critiche, e di errori importanti ce ne sono stati. Ad esempio l’Europa si è girata più volte dall’altra parte su grandi temi come difesa comune, controllo comune delle frontiere, solidarietà, immigrazione, politiche di welfare ed economiche comuni, mentre è attenta al minimo dettaglio su molte micro-tematiche come la standardizzazione dei prodotti commerciali. Nell’attuale contesto geopolitico, con una Russia sempre più assertiva, una Cina sempre più potenza globale, un terrorismo internazionale che cambia forma e Stati Uniti avviati verso un certo grado di isolazionismo, un’Unione forte è più che necessaria perché i singoli Stati da soli non vanno da nessuna parte. Neanche la Germania. Un esempio concreto sportivo, semplice: se l’Unione partecipasse alle Olimpiadi come tale, sarebbe prima nel medagliere con grande distacco dagli altri.

Anche le mosse comuni non sono chiaramente esenti da criticità. Siamo sicuri che la proposta partorita da Italia, Francia, Germania e Spagna per un’Unione Europea “a più velocità” o “a cerchi concentrici” sia un’idea innovativa? In realtà non si tratta che di una presa d’atto che, ad oggi, non ci sono le condizioni per approfondire il livello di integrazione con un consenso unanime tra i ventisette Stati membri rimasti. Il posto lasciato vuoto da Theresa May alle celebrazioni di Roma è infatti il simbolo più evidente delle difficoltà attuali dell’UE, che sta annaspando appesantita dai suoi difetti e che, se dovesse continuare così, sarebbe destinata a soccombere.

Bene dunque rilanciare l’UE sulla base di concretezza e pragmatismo, facendo però in modo che questa “coalizione dei volenterosi” sia davvero disposta a fare progressi veri in settori quali la Difesa, il fisco (parlare di mutualizzazione del debito un domani non dovrebbe essere più un tabù), le politiche per la crescita (ovvero più investimenti) e l’inclusione sociale. Solo producendo risultati tangibili per i cittadini sarà possibile rilanciare il sentimento di appartenenza alla “casa comune” europea e debellare il pericoloso virus del populismo che si sta diffondendo in tutto il continente.

Al contrario invece il refrain di questi anni è che ci vorrebbe meno Europa. E’ quello che sembrano chiedere in molti oggi. In realtà forse non ci si rende conto che il problema attuale è proprio che di Europa ce n’è davvero poca. Quello che c’è è un insieme di Paesi che, per mantenere certe prerogative o accontentare egoismi interni, cercano ciascuno di portare avanti i propri interessi. E chi ha più peso ovviamente può farlo “pagare” agli altri. Quello che serve oggi è invece più Europa (che mette al centro progressi e interessi comuni) e meno egoismi nazionali: da soli, come qualcuno vorrebbe, nel mondo odierno rimaniamo tutti dei “nani” geopolitici, che per effimeri successi elettorali di breve periodo mettono a repentaglio il più grande progetto costruito nel nostro continente in epoca moderna. Insieme, l’UE (pur senza la Gran Bretagna) è ancora un gigante mondiale. La scelta è tra voler essere nani singolarmente o giganti insieme.

A sessant’anni di distanza i Trattati di Roma rappresentano una pietra miliare nella storia del progetto di unificazione europea. E, tuttavia, mai come oggi la loro eredità appare fragile e contestata. I tanti errori commessi da governi e istituzioni europee, sommati all’ascesa dei movimenti populisti e al riaccendersi di forti tensioni geopolitiche con Russia e Turchia, rischiano di distruggere la casa comune creata con tanta fatica sessant’anni fa. Da questo punto di vista la Brexit rappresenta un serio campanello d’allarme per tutti, così come la crescente insofferenza di molti Paesi dell’Est verso Bruxelles. La semplice difesa dello status quo ormai non basta più. Urge un cambiamento di rotta deciso o potrebbe non esserci un settantesimo anniversario dei trattati romani. Nessuna costruzione politica è infatti eterna e anche la UE potrebbe finire presto nella “spazzatura della storia”, esattamente come tante altre entità istituzionali ad essa precedenti. Se oggi ci ritroviamo a dire quello che già ci dicevamo tanti anni addietro, allora il rischio è alto, e bisogna tenerlo presente.

I leader riuniti oggi a Roma per festeggiare lo straordinario traguardo del 1957 farebbero bene a ricordarselo nei prossimi mesi. E ad agire di conseguenza. Certo è difficile pensare che dove shock come gli attacchi al Bataclan o la Brexit non abbiamo portato ad un nuovo proattivo tentativo di unione più integrata, sia una ricorrenza a cambiare le cose. Ma è fondamentale quasi urlare e pretendere di cambiare con decisione il modo di vedere l’UE e aprire una nuova fase, con riforme coraggiose e anche radicali, che colmino il deficit democratico dell’Unione e la rendano più vicina ai cittadini e meno questione da tecnocrati.

Auguri UE, e cento di questi giorni!

La Redazione

E in Italia? 

La recente rilevazione ISPI – Rainews realizzata da IPSOS “L’anno dell’Europa: cosa pensano gli italiani“, fornisce spunti non trascurabili su come noi Italiani consideriamo questa nostra appartenenza all’Europa. Vi proponiamo tre spunti:

Il giudizio complessivo rimane ancora oggi più positivo che negativo, nonostante una crescente polarizzazione tra due visioni opposte e una preoccupante sfiducia generalizzata verso le Istituzioni (a tutti i livelli di governo)

Si pone dunque un problema importante, di natura decisamente politica: che cosa occorre fare per migliorare la fiducia dei cittadini verso le Istituzioni? Una presa di responsabilità dei nostri partiti nazionali sarebbe il primo, dovuto, passo. Ad oggi, non è così. Non vi è una definizione di posizioni documentate, concrete, dettagliate da parte dei principali partiti. Al netto di dichiarazioni difficilmente tracciabili, e di posizioni vaghe espresse su siti internet o documenti occasionali di valore opinabile, i nostri partiti non sembrano esprimere una strategia, una visione di (almeno) medio termine da offrire stabilmente al cittadino rispetto alle politiche europee a al posizionamento del nostro Paese. Così tutto è sempre in ballo, adattabile alla necessità o contingenza del caso, sia essa elettorale o legata ad eventi critici: un ottimo metodo per deresponsabilizzarsi come sistema politico, un buon alibi come cittadini.

Se volete dirci la vostra opinione, scriveteci!

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