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La nuova svolta somala proviene dalla diaspora?

L’elezione di Mohamed Abdullahi Mohamed come nono presidente della Repubblica federale di Somalia e la nomina di Hassan Ali Kheyre in qualità di Primo Ministro, entrambi rappresentanti della diaspora, possono portare il Paese alla svolta tanto attesa

L’ELEZIONE DI FARMAAJO – Dopo un lungo e tortuoso processo elettorale cominciato nel settembre dello scorso anno per scegliere i nuovi membri del Parlamento, l’8 febbraio 2017 è stato eletto Mohamed Abdullahi Mohamed diventando così il nono Presidente della Repubblica Federale della Somalia. L’elezione presidenziale, tenutasi all’interno di un hangar dell’aeroporto Aden Adden di Mogadiscio, si è svolta in due passaggi culminati poi con il ballottaggio finale. Infatti, dei ventuno candidati presenti al primo turno, solo quattro avevano ottenuto le preferenze necessarie per accedere allo step successivo. Oltre a Mohamed, i candidati erano il Presidente della Repubblica uscente Hassan Sheikh Mohamud, il suo predecessore Sharif Sheikh Ahmed e l’attuale Primo Ministro Omar Abdirashid Sharmarke. A seguito del ritiro proprio di quest’ultimo, Mohamed è giunto al ballottaggio con Hassan Shiekh Mohamud sconfiggendolo e vincendo con 184 voti su un totale di 283. L’appoggio garantitogli sia dai membri dell’opposizione al Presidente Mohamud che dai sostenitori di Sharmake, appartenente allo stesso clan del nuovo Capo dello Stato, è stato decisivo. La vittoria di Mohamed ha scatenato l’entusiasmo della popolazione a Mogadiscio che si è riversata per le strade della capitale festeggiando tutta la notte.

Fig. 1 – Il neo Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed celebra la vittoria elettorale. Alla sua sinistra il Presidente uscente Hassan Shiekh Mohamud

LA STORIA DEL NUOVO PRESIDENTE – Mohamed è meglio conosciuto con l’appellativo di “Farmaajo” – dalla parola italiana formaggio, cibo per il quale aveva un debole da bambino – che era il soprannome affibbiatogli dal padre, impiegato governativo durante il periodo coloniale italiano. Il nuovo Presidente è nato nel 1962 nella regione di Gedo nel sud della Somalia in una famiglia appartenente ad uno dei principali clan del Paese, i Darod. Ciò gli ha permesso di trasferirsi nella capitale e di intraprendere nel 1982 la carriera diplomatica presso il Ministero degli Esteri. Nel 1985 diventa primo segretario presso l’ambasciata somala a Washington.

Fig. 2 – Membri del Parlamento celebrano la vittoria di Mohammed Abdullahi, avvenuta l’8 febbraio 2017 

Due anni dopo, a causa delle critiche mosse al governo somalo e del clima d’insicurezza che si respirava nel Paese del Corno d’Africa, Mohamed chiese e ottenne asilo politico negli Stati Uniti trasferendosi con la moglie nella città di Buffalo nello stato di New York dove risiede una consistente comunità somala. Negli anni successivi divenne un punto di riferimento all’interno della comunità locale impegnandosi nella lotta contro le discriminazioni sociali e per il rispetto di eguali opportunità lavorative delle minoranze. Questo suo impegno civile si trasformò in un impiego professionale in quanto nel 2002 entrò all’interno del Dipartimento dei Trasporti dello Stato di New York come advisor per le politiche riguardanti la non discriminazione e le pari opportunità.

L’ESPERIENZA DA PRIMO MINISTRO – Nell’ottobre 2010, dopo un colloquio con l’allora Presidente somalo Sheikh Sharif Sheikh Ahmed, “Farmaajo” venne nominato Primo Ministro. Del suo mandato si ricordano due politiche efficaci: nella lotta contro Al-Shabaab ha sostenuto politicamente e giuridicamente l’azione dell’esercito somalo nel controllo di circa il 60% del territorio della capitale e ha permesso che gli stipendi destinati agli appartenenti della forza armata venissero puntualmente erogati; il vero punto di forza di “Farmaajo”, che ancora oggi gli garantisce un alto gradimento tra la popolazione, è dato dall’impegno profuso nel contrasto alla corruzione. Infatti, durante il suo governo il numero di ministri diminuì da 39 a 18, personalità provenienti anch’esse dalla diaspora con l’obiettivo di evitare i conflitti d’interesse con i clan locali. Inoltre, i membri dell’esecutivo dovevano dichiarare tutti i beni e le proprietà in loro possesso e firmare un codice etico che erano obbligati a rispettare, pena le immediate dimissioni. Nonostante ciò, “Farmaajo” fu costretto a lasciare il suo incarico a seguito di un accordo politico tra il Presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed e Sharif Hassan Sheikh Aden, Presidente del Parlamento Federale di Transizione; entrambi consideravano “Farmaajo” e la sua crescente popolarità, una minaccia da dover estirpare il prima possibile.

Fig.3 – I festeggiamenti della popolazione per l’elezione di “Farmaajo”

LA STRADA VERSO LA PRESIDENZA – Ripreso il proprio posto di lavoro nel Dipartimento dei Trasporti a Buffalo, Abdullahi, decise di candidarsi alle elezioni presidenziali tenutesi in Somalia nel 2012 formando un proprio partito politico denominato Tayo che in somalo significa qualità. Sebbene l’esito elettorale non gli fu favorevole, egli decise di allargare il suo bacino di voti puntando al consenso delle comunità somale in Minnesota e a Oslo in Norvegia; queste erano ritenute fondamentali per diventare il nuovo inquilino di Villa Somalia, la residenza del Presidente della Repubblica Federale. Così da outsider e contro ogni previsione che vedeva il Presidente uscente in testa – anche grazie all’elargizione d’importanti somme di denaro ai parlamentari – Mohamed è riuscito a vincere. La prima mossa politica del Presidente è stata quella di nominare il nuovo Primo Ministro dovendo rispettare il principio di rappresentanza stabilito tra i quattro principali clan del Paese (gli Hawiye, i Darod, gli Ishaak e gli Rahanweyn); infatti, a seguito dell’elezione di “Farmaajo” membro del clan Darod e della conferma di Osman Jawari, in qualità di speaker del Parlamento e rappresentante del clan Rahanweyn , la scelta del nuovo Primo Ministro è ricaduta all’interno del clan dominante di Mogadiscio, gli Hawiye. Così è stato nominato Hassan Ali Khayre appartenente al sub clan Morursabe.

IL PRIMO MINISTRO – Il nuovo capo dell’esecutivo somalo, che è entrato in carica il primo marzo dopo aver ottenuto la fiducia del Parlamento, è un business man nato nel 1968 nella Somalia Centrale e alla prima vera esperienza politica. Kheyre gode della doppia cittadinanza poiché si trasferì in Norvegia alla fine degli anni 80. Nel suo curriculum Kheyre vanta tra il 2011 e il 2014 l’esperienza di direttore del Corno d’Africa per conto dell’ONG umanitaria Norwegian Refugee Council e dal 2014 al 2017 ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo per la parte somala della Soma Oil and Gas, azienda inglese impegnata nelle esplorazioni inshore e offshore di giacimenti di gas e petrolio.

Fig.4 – Hassan Ali Khayre insieme al Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed durante la sessione di voto parlamentare per la nomina a Primo Ministro.

CORRUZIONE E SICCITÀ – Kharye e l’azienda sono stati prosciolti nell’ottobre del 2016 per mancanza di prove dall’accusa, posta dall’UN Somalia and Eritrea monitoring group, di pagamenti illeciti nei confronti del Governo somalo. Nonostante ciò, la nomina a Primo Ministro di Khayre è stata vista come un segnale incoraggiante per il futuro del Paese riconoscendogli abilità e competenze necessarie per svolgere i compiti di capo dell’esecutivo. Data la sua vicinanza all’ex-Presidente Hassan Sheikh Mohamud, si parla di un suo coinvolgimento nel nuovo governo che Kheyre dovrà formare in tempi brevi. “Farmaajo” insieme al Primo Ministro Kharye dovrà affrontare tre priorità: la prima riguarda il problema della forte siccità che attanaglia sei milioni di somali. Definita dallo stesso Presidente un disastro nazionale, tale fenomeno comporta una mancanza di cibo, proliferazione di malattie e uccide il bestiame vitale per la sussistenza della popolazione. Nei primi giorni di marzo, Kheyre ha annunciato che almeno cento persone sono morte per carestia nella regione centrale di Bai e ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché giungano aiuti umanitari volti ad alleviare il prima possibile la condizione della popolazione.

Fig.4 – Il letto di un fiume completamente asciutto in prossimità della città di Garoe, capitale del Puntland

LOTTA ALLA CORRUZIONE – La seconda priorità è il contrasto alla corruzione che vede “Farmaajo” in prima linea vista la sua esperienza. La principale criticità nel Paese più corrotto al mondo, secondo i dati di Transparency International, è data dalla rete d’interessi istituita negli anni dai principali clan che difficilmente vorranno perdere una tale fonte di potere e guadagni. Inoltre la corruzione è anche alimentata dall’esterno cioè sia dai Paesi regionali sia da potenze come la Turchia e i Paesi del Golfo che vogliono imporre la propria influenza in Somalia attraverso esponenti politici messi a libro paga. Per fermare tale fenomeno potrebbe essere utile impiegare la Commissione d’Integrità Elettorale: organo di 9 elementi, attivo durante l’elezione del Presidente che riportava i casi in cui vi era scambio di denaro a fini elettorali; oggi conferendole veri poteri di controllo e sorveglianza e ampliando i settori di operabilità potrebbe risultare un arma vincente.

LA MINACCIA DI AL-SHABAAB – La terza impellenza che dovrà essere affrontata è la lotta ad Al-Shabaab; durante l’inaugurazione del 23 febbraio, “Farmaajo” si è appellato ai combattenti invitandoli a rinunciare alla guerra in cambio di un trattamento di favore. Secondo i media locali, la popolazione è convinta che “Farmaajo”, definito un fervente nazionalista, sia la personalità più adatta a rendere il Somali National Army (SNA) forte e capace di assumere le redini del conflitto contro i terroristi. Per far sì che ciò accada da un lato il Presidente e il nuovo esecutivo dovranno accordarsi con i singoli Stati federali in modo che la forza armata nazionale possa operare con il supporto delle forze di sicurezza presenti in loco che fino ad ora hanno di fatto esautorato il SNA da ogni compito di sicurezza. Dall’altro lato si evidenzia la necessità di coordinarsi con AMISOM (African Union Mission in Somalia) e quindi con gli Stati regionali che forniscono le truppe alla missione dell’Unione Africana così da non lasciare nuovamente ampie porzioni di territorio nelle mani della branca di Al Qaeda in Somalia man mano che i soldati AMISOM si ritirano.

IL PRIMO VIAGGIO ALL’ESTERO – Per rendere il coordinamento efficace è chiaro che il Presidente debba gestire con equilibrio le relazioni regionali, Kenya e Etiopia su tutti. In tal proposito, la decisione di “Farmaajo” di volare il 23 febbraio a Riad da Re Salman Bin Abdulaziz come primo viaggio ufficiale all’estero, potrebbe far intendere che la politica estera somala stia indirizzandosi verso il Golfo Persico prediligendo le relazioni con le petro-monarchie piuttosto che con gli storici alleati ad Addis Abeba e a Nairobi troppo spesso invadenti nella politica somala. In conclusione, le aspettative sulla nuova amministrazione di Mohamed Abdullahi Mohamed sono molto alte sia internamente che nella comunità internazionale. Le difficoltà sono molteplici a cominciare dall’ampio potere dei principali clan che potrebbero rappresentare la vera spina nel fianco del Presidente. Il primo banco di prova sarà dato dalla tenuta del rapporto tra “Farmaajo” e Kharye visto che negli anni precedenti la coabitazione tra le due cariche statali è stata molto tesa e difficile, producendo effetti negativi sulla ripresa del Paese.

Giulio Giomi

Un chicco in più

Dei ventuno candidati presentatisi per l’elezione presidenziale, nove (tra cui il nuovo Presidente Mohamed Abdullahi Mohamed detto “Farmaajo”) hanno la doppia cittadinanza somalo-statunitense, quattro somalo-britannica e tre somalo-canadese. I due precedenti Presidenti della Repubblica Federale di Somalia, Sheikh Shariff Sheikh Ahmed e Hassan Sheikh Mohamoud, detengono invece la doppia cittadinanza somalo-keniota.

Foto di copertina di Yusufsom rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License