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In 3 sorsi – La situazione già tesa nel Mar Cinese Meridionale è peggiorata quando il nuovo Segretario di Stato americano Rex Tillerson ha usato toni duri contro la Cina. Le conseguenze di queste nuovo approccio potrebbero risultare imprevedibili, se non addirittura pericolose. Dopo una breve analisi sulle tensioni nel Mar Cinese Meridionale, vediamo cos’è cambiato con la nuova amministrazione

1. UN MARE DI TENSIONI – Il Mar Cinese Meridionale è una tra le zone strategiche più ambite al mondo: buona parte del commercio mondiale passa per questo mare che collega il Medio Oriente, l’India e l’Europa a Cina, Taiwan, Corea e Giappone. Su quest’area si affacciano più di otto Paesi: Taiwan, Malesia, Filippine, Sultanato del Brunei, Vietnam, Singapore, Indonesia e ovviamente la Cina. Oltre al controllo delle rotte marittime della regione, questi Paesi sono interessati alle ingenti riserve d’idrocarburi presenti al largo delle coste, in particolare in prossimità delle isole Paracel e Spratly, contese da ben sei Stati. La Cina, inoltre, sta procedendo alla costruzione di numerose isole artificiali basandosi sulla cosiddetta Nine Dash line, una linea di demarcazione che includerebbe nelle acque territoriali cinesi quasi tutto il Mar Cinese Meridionale. Un’ulteriore causa di tensione è il rifiuto, da parte della Cina, di accettare la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha negato a Pechino il controllo su una piccola isola di nome Scarborough Shoal a est delle Filippine. La Corte de L’Aia ha deciso che, in base alle leggi internazionali, quella vasta area marittima sia parte del territorio filippino nonostante si trovi all’interno dell’area delimitata dalla Nine Dash Line, una decisione che ha contribuito ad alimentare le tensioni nella zona.

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Fig. 1 – Mappa della Cina in cui viene mostrata l’area su cui la Cina rivendica il proprio controllo

2. REX TILLERSON ALLA CASA BIANCA – Il nuovo Segretario di Stato del Presidente Trump è stato confermato dal Senato il primo febbraio e ha già iniziato a far parlare di sé. L’ex-CEO di ExxonMobil (multinazionale del gas e del petrolio) ha da subito intimato alla Cina di porre immediata fine alla costruzione di isole artificiali, ma non solo: Rex Tillerson ha esplicitato la possibilità d’intervento diretto per bloccare l’accesso a queste isole alle navi cinesi da parte dalle forze statunitensi e ha paragonato la costruzione e militarizzazione di queste isole artificiali da parte della Cina all’invasione russa della Crimea. A queste forti dichiarazioni si aggiungono possibili speculazioni basate sul passato di ExxonMobil e sugli interessi economici della compagnia: la multinazionale, durante il periodo in cui Tillerson ne era a capo, aveva concluso un accordo con PetroVietnam – la compagnia statale di gas e petrolio del Vietnam – proprio riguardante alcune aree contese nel Mar Cinese Meridionale che, complessivamente, nasconde nei fondali ben 7530 miliardi di metri cubi di gas e 7.7 miliardi di barili di petrolio.

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Fig.2 . Il Segretario di Stato Usa Rex Tillerson

3. LA RISPOSTA ASIATICA A TILLERSON – La lotta che vede impegnate più di otto Paesi, multinazionali di gas e petrolio, grandi imprese statali asiatiche e che coinvolge uno dei canali di commercio più importanti del mondo e una delle riserve più grandi d’idrocarburi, potrebbe avere risultati catastrofici. Sembra però che, per il momento, gli ufficiali cinesi davanti agli ultimatum, alle critiche e alle imposizioni del Segretario Tillerson abbiano risposto con attendismo, liquidando le esternazioni come semplici questioni ipotetiche. L’ASEAN (l’associazione delle nazioni del sud-est asiatico, che riunisce Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Filippine, Singapore, Tailandia, e Vietnam) spinge per un approccio concertato, diplomatico e non-conflittuale per risolvere le questioni territoriali della regione. Tutte le fazioni sembrano, almeno ufficialmente, meno aggressive, ma la svolta della nuova amministrazione USA potrebbe dare una spinta in senso bellico alla situazione e provocare una crisi tra Usa e Cina con esiti e conseguenze ancora non prevedibili.

Giovanni Tagliani

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

La Cina è spesso uno dei talking point più utilizzati da Trump nei dibattiti e nei discorsi pubblici. Pechino è citata soprattutto con riferimento al commercio, alla manipolazione delle valute, alla forza del suo esercito e alla quantità di debiti statunitensi verso il gigante asiatico.[/box]

Foto di copertina di naturalflow rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

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Giovanni Tagliani

Nato a Ferrara nel 1995, fin da piccolo ho amato conoscere Paesi lontani e culture diverse.
Studio privatamente giapponese da quando ero alle scuole medie e mi piace parlare lingue diverse. Ho sempre avuto una passione per il Giappone ma con il tempo ho sviluppato un forte interesse per tutti i Paesi dell’Estremo Oriente, per la Scandinavia e per Canada e Stati Uniti. Mi interessano i temi ambientali, di costume, politici ed economici, infatti, ora studio economia all’Università di Bologna.
Ho un cane buffo di nome Argo, è molto ubbidiente, anche se abbaia spesso proprio quando prendo il mio caffè!