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A distanza di oltre 50 anni dalla normalizzazione delle relazioni diplomatiche, i rapporti tra Corea del Sud e Giappone sono ancora influenzati da diverse fratture di ordine storico, territoriale ed economico. Queste fratture sono ben lungi dal trovare una soluzione definitiva e continuano a rappresentare un serio ostacolo al raggiungimento di una effettiva distensione dei rapporti tra le due sponde del Mar del Giappone 

IL PESO DELLA STORIA – Dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, alcune fratture “di lunga durata” ancora irrisolte  influenzano i rapporti diplomatici tra il Giappone e la Corea del Sud. Tra queste fratture figurano la questione delle contese territoriali e quella ben più dolorosa delle donne di conforto: la prima riguarda la contesa sulle isole Dokdo/Takeshima, rientranti sotto la sovranità della Corea del Sud, ma reclamate dal Giappone, mentre la seconda concerne il grave crimine di guerra, compiuto dall’impero del Giappone durante la Seconda guerra mondiale, ai danni di un numero incalcolabile di donne provenienti in larga parte dalla Corea (all’epoca colonia giapponese) e costrette contro la propria volontà a servire come schiave sessuali per l’Esercito Imperiale. Entrambe le questioni hanno causato non poche tensioni tra la Corea del Sud, desiderosa di scuse solenni e della cessazione dei reclami territoriali, e il Giappone che, colpito dall’umiliazione della sconfitta nella Seconda guerra mondiale e attraversato da un nazionalismo e revisionismo sempre meno latenti, tergiversa. Il Governo conservatore di Shinzo Abe ha portato a risultati ambivalenti: poco più di un anno fa (28 dicembre 2015) la Corea del Sud ha ricevuto le scuse ufficiali dal Giappone per la vicenda delle comfort women, non per voce dell’Imperatore o del Primo Ministro, ma tramite il Ministro degli Affari Esteri Fumio Kishida, che nella stessa occasione ha anche annunciato la creazione di un fondo di un miliardo di yen destinato a risarcire le donne di conforto sopravvissute. Il derivante clima di moderato ottimismo si è ben presto rivelato effimero, e la situazione ha ripreso a deteriorare dopo la nomina ad agosto 2016 di Tomomi Inada (ex avvocatessa con una lunga carriera a difesa delle famiglie dei criminali di guerra) a Ministro della Difesa.

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Fig. 1 – La statua dedicata alle donne di conforto posta di fronte al Consolato giapponese di Busan, in Corea del Sud. La sua mancata rimozione ha provocato un’autentica crisi diplomatica tra Tokyo e Seul

Ma è negli ultimi mesi che la situazione è diventata difficile: la mancata rimozione, richiesta dal Consolato giapponese a Busan, di una statua di una giovane donna di conforto, posizionata lo scorso dicembre di fronte al Consolato e ritenuta offensiva verso gli impegni che il Giappone ha preso a fine 2015, ha comportato il richiamo in patria dell’Ambasciatore giapponese e del Console di Busan in segno di rimostranza. Nonostante il clima già insostenibile, data l’elevata tensione, il 20 gennaio 2017 il Ministro degli Esteri Kishida ha tenuto un intervento alla Dieta Imperiale, affermando che il Giappone avrebbe continuato tenacemente a reclamare la propria sovranità sulle isole Dokdo. Il giorno stesso la Corea del Sud ha risposto con un comunicato che ha definito le pretese giapponesi sulle Dokdo come inutili e contro il diritto internazionale. Entrambi i Paesi  cercano di difendere le loro pretese sulle Dokdo sostenendo che le isole appartengono storicamente al proprio territorio nazionale, ma in realtà è logico supporre che la contesa su questi scogli, lontani oltre duecento chilometri da entrambe le coste, sia alimentata dalla generosa quantità di gas naturale presente nel fondale marino dell’area, sostanza che gioverebbe parecchio a entrambi i Paesi, dato che ambedue sono importatori di questa sostanza. Poiché la comunità internazionale riconosce la sovranità coreana sulle isole Dokdo, l’intera area rientra, secondo i parametri UNCLOS, nella zona economica esclusiva della Corea del Sud.

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Fig. 2 – Incontro tra il Ministro degli Esteri giapponese Fumio Kishida e la Presidente sudcoreana Park Geun-hye, dicembre 2015

LA RIVALITA’ ECONOMICO-COMMERCIALE – Evadendo temporaneamente dagli argomenti tradizionali che costellano le analisi in materia, è necessario concentrarsi ora su una diversa prospettiva, e indagare su possibili fratture sul versante della concorrenza economico-commerciale: esattamente trent’anni fa, nel 1987, mentre la Corea del Sud era ancora una piccola economia a medio reddito, in fase di industrializzazione e democratizzazione, il Giappone, già affermatosi come leader mondiale in settori chiave quali l’industria automobilistica e l’elettronica di consumo, pareva prossimo quasi a mettere in discussione il primato della potenza economica degli Stati Uniti. Di questa impressionante influenza economica, a distanza di trent’anni, resta solo il ricordo. Nel corso degli anni, l’influenza dell’economia giapponese sul resto del mondo si è visibilmente ridotta, come conseguenza di un “decennio perduto” all’insegna della stagnazione e della strepitosa ascesa di competitor regionali come la Cina e le altre “tigri asiatiche”. Tra queste ultime, la Corea del Sud, che ha sperimentato una crescita economica elevatissima, con punte del 10% annuo, è riuscita a emergere come un’agguerrita potenza commerciale, capace di concorrere con il Giappone e metterlo in difficoltà nei settori chiave della propria economia.

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Fig. 3 – Il quartier generale della Samsung a Seul

Nonostante il recente scandalo (che ha coinvolto anche la Presidente Park Geun-hye) abbia messo a nudo le crescenti difficoltà del “sistema coreano”, basato sulla forte connessione clientelare tra le istituzioni politiche, le banche pubbliche e i Chaebol (grandi conglomerati di aziende, su ispirazione dei Keiretsu giapponesi), nell’ultimo decennio, il Paese è riuscito comunque a chiudere le distanze sul Giappone e ad avere la meglio sulle sue aziende, grazie ai minori costi di produzione e all’instaurazione di aree di libero scambio con gli USA e l’Unione Europea (KORUS e KOREU Free Trade Agreements). I risultati della parabola ascendente della Corea del Sud sono facilmente visibili: il settore dell’elettronica di consumo, ex feudo giapponese, ora parla in larga misura coreano, con brand globali come Samsung e LG sulla vetta; nel settore dell’industria automobilistica il gruppo Hyundai-Kia è attualmente il terzo gruppo automobilistico a livello mondiale per produzione di veicoli (2015), mentre nel 2004 era solo nono. Negli ultimi vent’anni la Corea del Sud ha anche guadagnato grandi quote di produzione nel settore della cantieristica navale, superando i cantieri giapponesi (predominanti fino ai tardi anni ’90), e piazzandosi seconda, per volume di produzione, dietro ai cinesi. Questa agguerrita rivalità commerciale ed economica costituisce una frattura strutturale tra i due Paesi: ambedue possiedono un’economia fortemente orientata sulle esportazioni, e competono per la supremazia sugli stessi settori, vitali per entrambe le economie, in quanto garantiscono occupazione, gettito fiscale e credibilità internazionale.

LE INCOGNITE – Consultando il Diplomatic Bluebook 2016 (rapporto annuale del Ministero degli Esteri giapponese) emerge la necessità, per il Paese del Sol Levante, di rafforzare le relazioni diplomatiche con la vicina Repubblica di Corea: il Paese è considerato come il vicino più importante del Giappone e dunque un tassello chiave per la stabilità della regione. Anche la Corea del Sud considera il Giappone come un importante vicino, e senz’altro non desidera aprire ulteriori crisi diplomatiche con questo Paese, soprattutto in questi mesi molto delicati, che vedono la Presidente Park Geun-hye sotto processo per impeachment e lo spettro delle elezioni anticipate. Ma, come sottolineato nei precedenti paragrafi, la pesante influenza delle fratture prima trattate continua a rappresentare un ostacolo tale da impedire ai due Paesi di compiere significativi passi avanti nelle relazioni reciproche. Quindi, per ora, possiamo dire che gli sviluppi futuri continuano a essere avvolti da un grado di incertezza, che non permette di avanzare previsioni o intuizioni credibili sul futuro stato delle relazioni diplomatiche tra Tokyo e Seul.

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Fig. 4 – Visita del Segretario alla Difesa americano James Mattis in Giappone, febbraio 2017

Possiamo però individuare una variabile, capace di influenzare questa incognita: essa consiste nel grado di intensità della competizione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese per la supremazia geopolitica sulla regione dell’Asia orientale. Nonostante il ritiro statunitense, per volere del Presidente Trump, dal TPP, che poneva sul piatto una ghiotta occasione per rafforzare le interdipendenze commerciali tra gli USA e i tanti Paesi dell’area, Washington non rinuncia a rafforzare i legami con i Paesi della propria sfera d’influenza, soprattutto a livello militare: sia Tokyo sia Seul sono formalmente alleate (attraverso intese bilaterali) con gli Stati Uniti d’America, e con questi ultimi condividono diversi interessi strategici e una certa diffidenza verso Pechino, che a causa del proprio coinvolgimento nelle dispute nel Mar cinese meridionale e del sostegno al regime nordcoreano è percepita sempre più come una possibile minaccia alla sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti quindi, per motivi strategici, sostengono apertamente una maggiore cooperazione nippo-coreana, militare, diplomatica e d’intelligence, in funzione anti-cinese, con lo scopo di opporre un fronte più compatto e una maggiore capacità di contenimento verso la crescente assertività della RPC. Una strategia del genere potrebbe avere la potenzialità di far scivolare in secondo piano le rivalità e le tensioni tra Seul e Tokyo, e volgerne le energie verso la Cina. Riuscire a distrarre Tokyo e Seul dalle reciproche divergenze e polarizzare congiuntamente le attenzioni verso la Cina sarà possibile solo in caso di un visibile accrescimento della frattura geopolitica tra quest’ultima e gli Stati Uniti, tale da indurre i due alleati degli USA a percepire la Cina come una minaccia di superiore entità rispetto al proprio vicino.

Simone Munzittu

Un chicco in più

Quest’anno il corpo elettorale della Repubblica di Corea sarà chiamato alle urne per eleggere il Presidente, che svolge la duplice funzione di Capo dello Stato e di Governo: le elezioni sono programmate per il 20 dicembre, ma in caso di rimozione dell’attuale Presidente Park Geun-hye (sotto processo per impeachment) si andrà a elezioni anticipate. La corsa elettorale si prospetta molto competitiva, e la probabilità di un’alternanza al Governo pare essere credibile. Ciò si tradurrebbe nell’epilogo del decennale predominio di Saenuri, il partito di Park, e nell’introduzione di possibili cambiamenti in politica estera nei confronti del Giappone.

Foto di copertina di sunxez rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

Simone Munzittu

Sono nato in Sardegna nel 1996, a Cagliari. Presso l’ateneo di questa città ho conseguito con lode una laurea in Scienze Politiche, con una tesi sull’ascesa della partisanship nel Congresso degli Stati Uniti. La mia più grande passione è la politica, in ogni suo senso, con una predilezione verso ciò che concerne gli Stati Uniti e i Paesi dell’Asia-Pacifico, seppur non disdegno il continente europeo. La Cina è il Paese di cui mi sto innamorando, e che tanto mi piacerebbe visitare. Inoltre, amo la storia, la musica, i giochi di strategia, la Formula 1 (da ferrarista convinto)… e anche il caffè.