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Elezioni presidenziali: scontro tra poteri in Serbia

Acclamato dal proprio partito, il Premier serbo Aleksandar Vucic ha annunciato di volersi candidare per la carica di Presidente della Repubblica, spiazzando il suo padrino politico, nonché attuale Capo dello Stato, Tomislav Nikolic

L’ASCESA DI VUCIC – Quando, nell’ottobre del 2008, una parte nutrita di dirigenti del Partito Radicale Serbo, guidata dal Vice-Presidente Tomislav Nikolic, decise di voltare le spalle alle politiche smaccatamente anti-europee portate avanti dal controverso leader Vojislav Seselj e di dare vita ad una formazione ben più moderata e gradita ad occidente, non poche furono le perplessità espresse dall’opinione pubblica, nazionale e internazionale.
La nascita del Partito Progressista Serbo (SNS), infatti, fioriva nel contesto di un Paese egemonizzato dal Partito Democratico di Boris Tadic: filo-socialista, europeista ed erede politico dell’ex Premier Zoran Djindjic, assassinato nel 2003 da un ex cecchino della famigerata Guardia Volontaria di Zeljko Raznatovic, organizzazione paramilitare meglio nota alle cronache con l’appellativo di Tigri di Arkan”.
La scelta di abbandonare il campo oltranzista e ultra-nazionalista per creare una forza politica legata al conservatorismo democratico, vicina al Partito Popolare Europeo e decisa a traghettare la Serbia verso Bruxelles, apparve infatti da più parti come un atto dettato da mero opportunismo politico piuttosto che il traguardo di un’avvenuta maturazione politica.
Tuttavia, al di là di ogni considerazione di ordine morale, la strategia di Nikolic e dei suoi collaboratori si è rivelata oltremodo vincente: nel 2012 le elezioni parlamentari e presidenziali sancirono il duplice crollo del Partito Democratico, sorpassato dall’SNS e costretto, per la prima volta dall’indipendenza serba, a rinunciare all’egida sulla più alta carica istituzionale del Paese. Lo stesso Nikolic diveniva Capo dello Stato e abdicava dal suo ruolo di Presidente dell’SNS in favore del suo delfino, Aleksandar Vucic. Mentre questi, contestualmente, veniva nominato Ministro della Difesa nonché Vice Primo Ministro di un esecutivo di coalizione, a maggioranza SNS, ma guidato dal socialista Ivica Dacic.

Fig. 1 – Aleksandar Vucic riceve dal Presidente Nikolic il mandato di formare il suo primo Governo, 22 aprile 2014

Poco più che quarantenne, il nuovo leader del Partito Progressista iniziava ad emergere quale voce moderata del Governo, promotore dei negoziati e degli accordi con Pristina del 2013, interlocutore affidabile per l’Unione Europea, e, soprattutto, volto nuovo di una Serbia ancorata alla tradizione ma oltremodo desiderosa di porre una cesura definitiva su un passato tutt’altro che fausto.
Una rapida ascesa, quella di Vucic, giunta al suo apogeo con le elezioni anticipate del 2014, grazie alle quali la coalizione elettorale trainata dal Partito Progressista ha conquistato ben 158 seggi su un totale di 250, rendendo incontrovertibile la scelta del Presidente della Repubblica di nominare quale nuovo Primo Ministro il suo stesso erede politico.

PADRE CONTRO FIGLIO – Forte del sostegno di una maggioranza parlamentare blindata, l’agenda portata avanti dal primo Governo Vucic ha contribuito a delineare la strada verso l’Unione Europea del Paese, senza particolari resistenze da parte delle opposizioni. E, quando un calo fisiologico di popolarità è sembrato poter intaccare l’autorevolezza del leader dei Progressisti, Nikolic, in qualità di Presidente della Repubblica, è intervenuto prontamente in suo favore, indicendo ulteriori elezioni anticipate che, la scorsa primavera, hanno confermato la supremazia dell’SNS e di fatto prolungato la permanenza di Vucic sullo scranno più importante dell’esecutivo per un’ulteriore legislatura.
La sinergia, ormai più che decennale, tra i due uomini che attualmente rivestono le cariche più alte del Paese sembra essersi incrinata definitivamente solo di recente quando, in vista delle elezioni presidenziali previste per questa primavera, i media serbi hanno iniziato ad amplificare indiscrezioni provenienti da fonti vicine al Partito circa una possibile candidatura di Aleksandar Vucic per il ruolo di Capo dello Stato, nonostante la dichiarazione ufficiale di Tomislav Nikolic di voler correre per un secondo mandato.

Fig. 2 – Stretta di mano tra Vladimir Putin e Aleksandar Vucic a Mosca, 29 ottobre 2015

L’assenza di smentite ufficiali, unita alla crescente insistenza da parte dei giornali, ha lasciato intuire facilmente agli osservatori l’esistenza di trattative private tra i due, intensificatesi all’inizio di quest’anno e volte a raggiungere un modus vivendi in grado di conciliare tanto le rispettive ambizioni quanto la stabilità del Partito negli indici di gradimento popolare.
Lo scontro si è palesato in tutta la sua spettacolarità alla metà di febbraio, con la scelta di Vucic di sfidare platealmente Nikolic annunciando la propria candidatura presso il comitato centrale dei Progressisti, in un clima più simile ad un’acclamazione di piazza che non ad una sobria sessione tra dirigenti di partito ed ottenendo, tra gli altri, il supporto di Radomir Nikolic, figlio di Tomislav e membro della direzione dell’SNS.
Altrettanto singolare la contromossa del Presidente della Repubblica in carica, affidata non a comunicati ufficiali o a interviste rilasciate presso i media nazionali, bensì a dichiarazioni diffuse da Sputnik, agenzia giornalistica vicina al Governo russo: pochi giorni dopo, sulle pagine del portale di Sputnik venivano infatti riportate le condizioni dettate dall’ex numero due del Partito Radicale, dichiaratosi disposto a rinunciare alla propria candidatura solo nell’eventualità di un inusuale scambio di ruoli con Vucic. Ipotesi esplicitamente limitata all’eventualità di un Governo guidato dall’attuale Capo dello Stato ma che, con ogni probabilità, avrebbe incluso anche un passo indietro del suo ex delfino nelle gerarchie dell’SNS, propedeutico di un ritorno in auge di Nikolic come leader del Partito.

Fig. 3 – Tomislav Nikolic e Aleksandar Vucic in compagnia di Federica Mogherini a Bruxelles, 24 gennaio 2017

RUSSIA CONTRO EUROPA? – La scelta di utilizzare Sputnik quale megafono parrebbe suggerire una facile dicotomia tra le diverse sfere di influenza a Belgrado, con Mosca desiderosa di porre un contrappeso al predominio di Vucic e di mandare un segnale all’Unione Europea circa il mantenimento dei propri interessi politico-economici in Serbia. Ma, a sparigliare le carte, è intervenuto l’ex Premier Ivica Dacic, Ministro dell’Interno, e considerato l’esponente più vicino al Cremlino della classe dirigente serba. Il leader socialista ha subitaneamente replicato a Nikolic, invitandolo senza mezzi termini a fare un passo indietro e a supportare Vucic, a suo dire l’unico uomo di punta in grado di garantire la vittoria e al quale andrebbe l’endorsement di tutto il suo Partito.
Occorre altresì considerare come, in un Paese costituzionalmente giovane quale la Serbia attuale, l’equilibrio tra i diversi poteri è ancora scevro da quelle consuetudini che fanno pendere l’ago della bilancia da un lato piuttosto che da un altro del paesaggio politico. Se, formalmente, il Presidente della Repubblica di Serbia riveste il classico ruolo di rappresentanza, con funzioni non paragonabili a quelle di un Capo dello Stato “forte”, la fattispecie della sua eleggibilità a suffragio universale ne potenzia e legittima gli spazi di manovra politica in maniera eminente rispetto alle tradizioni delle democrazie parlamentari dell’Europa occidentale.
Non a caso, nei suoi due mandati, Boris Tadic ha esercitato costantemente un forte controllo sull’esecutivo e, specialmente nell’ultima fase della sua presidenza, si è imposto sulla scena internazionale come capo di uno Stato dall’assetto quasi semi-presidenziale, spingendo il suo Primo Ministro in un ruolo marginale e relegandolo a tenere i rapporti tra Governo e Parlamento.

Fig. 4 – Il Ministro dell’interno Ivica Dacic durante una conferenza stampa a Belgrado, 17 gennaio 2017

Ad ogni modo, il passo indietro auspicato anche dall’alleato filo-russo è giunto tramite un comunicato congiunto, pubblicato sul sito ufficiale dell’esecutivo, dai toni più trionfalistici che istituzionali.
Apparentemente, quindi, lo strappo sembrerebbe essersi ricucito in tempi piuttosto rapidi, anche se, dalle pagine dei giornali serbi, Nikolic ha tenuto a precisare che il suo appoggio alla candidatura di Vucic è il risultato di un compromesso volto a delineare una nuova forma di spartizione di potere tra i due a Belgrado.
In ogni caso, in attesa dell’ufficializzazione della data delle elezioni, un simile botta e risposta all’interno di una formazione partitica solidamente al comando non passa inosservato: come confermano i sondaggi, è plausibile pronosticare un’affermazione – l’ennesima – di Aleksandar Vucic. Altrettanto possibile, però, prevedere come tali frizioni possano eventualmente costituire, nel medio-lungo periodo, un mutamento di equilibri politico-istituzionali in Serbia, o perlomeno il declino dell’SNS.

Riccardo Monaco

 

Un chicco in più 

L’elezione del Presidente della Repubblica in Serbia è regolamentata da un sistema a doppio turno: qualora alla prima tornata nessun candidato raggiunga il 50% più un voto, si procede al ballottaggio tra i due contendenti che hanno ottenuto il maggior numero di suffragi.

Al momento, per il 2017, sono state sette le personalità a presentare ufficialmente la propria candidatura, oltre ad Aleksandar Vucic. Tra le principali, vanno certamente menzionate il già citato Vojislav Seselj del Partito Radicale; Sasa Jankovic, ex Ombudsman della Repubblica; Bosko Obradovic di Dveri, altra formazione di estrema destra; Aleksandar Popovic del Partito Democratico e, infine, Vuk Jeremic, ex Ministro degli Esteri nonché Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tra il 2012 e il 2013.

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