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Trump e l’Africa dopo Obama: quale futuro?

A un mese dall’inizio del suo mandato come Presidente, Donald Trump ha reso chiaro di voler seguire una linea politica fortemente differente rispetto a quella del suo predecessore: in che modo questa decisione ha cambiato la politica americana nei confronti dell’Africa? Quali potrebbero essere le ripercussioni per gli Stati africani?

L’APPROCCIO DI TRUMP — Durante la presidenza di Barack Obama, i rapporti tra gli Stati Uniti e il continente africano nel suo complesso sono andati progressivamente rafforzandosi, grazie ad eventi come lo U.S. – Africa Business Forum e lo U.S.-Africa Leaders Summit, tenutisi entrambi per la prima volta a Washington nell’agosto del 2014, ed a programmi di sviluppo come Power Africa, Feed The Future e Global Health Initiative.

Fig. 1 – L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama stringe la mano all’ex sindaco di New York Michael Bloomberg prima di fare il suo intervento allo U.S. – Africa Business Forum al Plaza Hotel, il 21 settembre 2016 

A differenza del suo predecessore, Donald Trump ha espresso posizioni poco incoraggianti riguardo il futuro della politica statunitense in l’Africa: il continente ha ricoperto un ruolo marginale sia durante la sua campagna elettorale, dove non è mai stato citato nemmeno nelle occasioni dedicate specificamente alla politica estera, che dopo le elezioni, come dimostra l’assenza di capi di Stato o di governo sub-sahariani nell’elenco dei 29 contattati telefonicamente dal presidente-eletto Trump durante la prima settimana dopo il voto. L’assenza di una politica ben definita verso il continente africano è la conseguenza di questo disinteresse; tuttavia è possibile immaginare, sulla base delle linee generali espresse da Trump per la sua politica e del questionario sottoposto dal suo team di transizione al Dipartimento di Stato, come cambieranno i rapporti in alcune aree chiave.

LINEE GUIDA — La predilezione data agli accordi commerciali bilaterali piuttosto che ai multilaterali dovrebbe coinvolgere anche l’African Growth and Opportunities Act (AGOA), un documento che mira a favorire l’integrazione dell’Africa sub-sahariana nell’economia globale; firmato nel 2000 dal presidente Clinton, è stato rinnovato da Obama nel 2015 per altri 10 anni; tuttavia le negoziazioni per un ulteriore rinnovo cominceranno sotto l’amministrazione Trump, che finora si è mostrata fortemente protezionista.Risulta molto difficile aspettarsi un’estensione o un’espansione dell’accordo. Un altro tema molto caro a Donald Trump è quello degli aiuti internazionali, su cui in campagna elettorale ha criticato duramente le scelte di Barack Obama; secondo Trump ed il suo team, gli Stati africani sono irrimediabilmente corrotti e quindi non in grado di utilizzare correttamente gli aiuti economici ricevuti; una posizione che lascia presagire una riduzione nel loro volume nel corso della nuova presidenza. Un altro programma che potrebbe vedersi ridimensionato è il cosiddetto PEPFAR, introdotto da George W. Bush con l’obiettivo di combattere l’HIV nel continente. A partire dal 2003 il programma è costato circa 70 miliardi di dollari, una cifra ritenuta eccessiva dal team del nuovo Presidente, soprattutto a fronte delle minacce alla sicurezza presenti in Africa.

Fig. 2 – L’artista keniota Evans Yegon, in arte “Yogonizer” espone le sue opere raffiguranti l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il suo successore Donald Trump, al GoDown art Centre di Nairobi

E proprio in materia di sicurezza si registra un ulteriore cambiamento di rotta rispetto all’amministrazione Obama, che nel corso del suo mandato aveva impegnato considerevoli risorse nel tentativo di catturare Joseph Kony, leader del gruppo insurrezionalista ugandese Lord’s Resistance Army. La cattura di Kony sembra non essere una priorità per il nuovo Presidente, che si è anche interrogato sul perché gli Stati Uniti si stiano occupando della lotta a Boko Haram in Nigeria e sui motivi del fallimento nei confronti di al-Shabab in Somalia.

LA QUESTIONE IMMIGRAZIONE — Non poteva mancare infine il tema più caldo e discusso dell’agenda politica del nuovo presidente, una riforma radicale delle norme che regolano l’immigrazione negli Stati Uniti. Come dimostrato dall’ormai celeberrimo muro al confine con il Messico e dal controverso Muslim Ban, la politica migratoria di Trump mira a ridurre l’accesso di cittadini stranieri negli Stati Uniti. Per quanto concerne l’Africa, sono tre le decisioni derivanti da questa scelta che avrebbero  un impatto diretto sul continente. La prima è il restringimento dei criteri per ottenere lo status di rifugiato: il bando avrà profonde ripercussioni sui cittadini provenienti da Etiopia, Sudan e Repubblica Democratica del Congo, paesi di provenienza della maggior parte dei rifugiati africani accolti negli Stati Uniti.

Fig. 3 – Il Muslim Ban avrà conseguenze dirette anche su molti cittadini africani

La seconda è il maggior controllo sull’accesso di lavoratori non qualificati, che costituiscono la grande maggioranza dell’emigrazione volontaria dall’Africa verso gli Stati Uniti, passata da poco meno di 900.000 persone nel 2000 a 1.830.000 nel 2013. Da ultimo, Trump ha promesso in campagna elettorale anche un limite ai visti di tipo H-1B, ovvero dei visti lavorativi particolari destinati a lavoratori specializzati e dalla durata temporale limitata; sebbene attualmente negli Stati africani il numero di questo tipo di lavoratori sia molto basso, un’eventuale limitazione dei visti H-1B potrebbe avere ripercussioni in futuro, considerando che  più istruita e propensa alla mobilità.

LE REAZIONI AFRICANE — La politica di Trump nei confronti dell’Africa ha suscitato diverse preoccupazioni nel continente, specialmente in quegli Stati dove il governo è meno democratico. Alcuni gruppi di opposizione a favore della democrazia hanno notato come la priorità data alle questioni di politica interna dal neo-presidente rischi di tradursi in un disinteresse verso i diritti civili e politici in altri Stati, favorendo di fatto la sopravvivenza dei regimi autoritari. Il fatto che l’elezione di Donald Trump sia stata salutata favorevolmente dai populisti e dai leader autoritari del continente, che hanno auspicato un miglioramento nelle relazioni rispetto a quelle avute con Barack Obama, rafforza questo timore. Le opposizioni democratiche hanno anche sottolineato che, prima delle elezioni presidenziali, Donald Trump aveva chiarito la sua intenzione di accettare il risultato elettorale solo nel caso in cui esso lo vedesse vincitore, mettendo di fatto in dubbio l’affidabilità del sistema elettorale americano. Una simile retorica potrebbe però fornire un alibi ai dittatori africani contro le accuse di mancata democrazia provenienti dagli Stati Uniti, così come la predilezione del neo-presidente per l’intervento militare contro i gruppi terroristici potrebbe dare il via libera all’utilizzo della forza da parte di quei governi contro le opposizioni interne, nascondendo la repressione dietro la velina della lotta al terrorismo.

Andrea Rocco

Un chicco in più

Il Presidente Trump si è schierato a favore di modifiche sostanziali del Dodd-Frank Act, in vigore dal 2010 come risposta alla crisi economica. L’atto comprende anche una sezione che ha finora impedito alle aziende americane di acquistare minerali provenienti da zone di conflitto della Repubblica Democratica del Congo, per evitare che le attività minerarie diventino una fonte di reddito per le milizie ribelli, come già accaduto nel caso dei diamanti in Sierra Leone, Liberia e Angola, e che potrebbe essere cancellata dalla nuova amministrazione.

Foto di copertina di Lorie Shaull rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License