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Miscela Strategica – Pubblicato lo scorso dicembre, il Force Structure Assessment (FSA) 2016 della US Navy propone un cambio di marcia nella riorganizzazione delle forze armate statunitensi, definendo l’ambizioso obiettivo di portare, nei prossimi trent’anni, il numero delle unità militari navali ad un totale di 355 unità, circa 70 in più di quelle in servizio attualmente

UNA PRESENZA GLOBALE – Attualmente suddivisa in sei flotte (Third, Fourth, Fifth, Sixth, Seventh e Tenth) e dotata di 274 unità da combattimento e di numerose unità di supporto, la US Navy è ad oggi la flotta militare più numerosa e potente che esista. Grazie alle numerose basi dislocate sia in territorio statunitense che nel resto del globo è capace di operare e di proiettare la potenza militare degli Stati Uniti nei mari, oceani e lungo le coste di tutti i continenti del globo terrestre. Ad oggi le aree più critiche sia da un punto di vista operativo che strategico sono tre: l’area marittima che va dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, fondamentale per garantire l’integrità delle rotte commerciali ivi presenti e per le operazioni in Medio Oriente e Asia centrale; le regioni dell’Oceano Atlantico settentrionale e dei mari prossimi al circolo polare artico, a salvaguardia delle rotte commerciali tra Europa e Stati Uniti; l’area dell’Oceano Pacifico, in cui sono situate la maggior parte delle grandi basi navali statunitensi e, in generale, focus principale del pivot strategico-politico di Washington, teatro di molteplici dispute con la marina cinese sia nelle acque circostanti l’isola di Taiwan, sia negli arcipelaghi delle Spratly e Paracel nel Mar Cinese Meridionale.

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Fig. 1 – La portaerei USS John C. Stennis (classe Nimitz) in navigazione nel Mar delle Filippine, giugno 2016

RENDERE LA US NAVY “GREAT AGAIN” – Come accennato nell’introduzione, la marina statunitense può contare su 274 imbarcazioni e più di 3700 velivoli, impegnando circa 324000 uomini in servizio attivo, più 108000 nella riserva. Punta di lancia sono le 10 superportaerei della classe Nimitz alle quali dovrebbe aggiungersi quest’anno la Gerald R. Ford, prima dell’omonima classe. Seguono gli incrociatori missilistici classe Ticonderoga (22), i cacciatorpediniere classe Arleigh Burke (63), il recentissimo DDG-1000 Zumwalt e le Littoral Combat Ships delle classi Indipendence e Freedom (9). Alle unità combattenti di superficie vanno aggiunte poi le navi d’assalto anfibio (31) e le forze sottomarine, tra cui i sommergibili d’attacco delle classi Virginia, Los Angeles e Seawolf e quelli a missili guidati o balistici classe Ohio, per un totale di circa 55 battelli. Completano il dispositivo imbarcazioni di supporto, di sminamento e con funzioni logistiche.
Un tale dispiegamento di navi, aerei e uomini è impressionante e nessun’altra nazione al mondo può competere singolarmente contro una tale potenza, ma l’obiettivo per alcuni dei dirigenti politici e militari statunitensi è di incrementarne ulteriormente le dimensioni. Nel recente Force Structure Assessment (FSA), redatto nel dicembre scorso, viene infatti ipotizzato come obiettivo, in aggiunta al costante rimpiazzo di unità obsolete e all’aggiornamento delle unità già in servizio, un incremento nel numero delle unità a 355. Tale obiettivo dovrà essere raggiunto nei 30 anni successivi al FY2017 e prevede, in particolare, l’aggiunta di una nuova portaerei (e il suo corrispettivo reparto aereo), di ulteriori imbarcazioni d’assalto anfibio e di numerosi incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini d’attacco. Degno di nota è inoltre il mantenimento di 52 unità delle Small Surface Combatants, ovvero LCS e fregate, le quali, a seguito di numerose critiche alla loro effettiva efficacia, avrebbero dovuto essere limitate a 40. L’obiettivo di 355 navi risulta addirittura superiore a quello prefissato nella FSA del 2014, in cui si puntava alla realizzazione di una flotta di 308 unità. La cifra indicata nella FSA 2016 riflette appieno le dichiarazioni rilasciate dal neo-eletto presidente Donald J. Trump durante la sua campagna elettorale, in cui ha più volte indicato come la US Navy necessitasse di rimpolpare i propri ranghi. Nonostante ciò, considerati gli attuali vincoli al budget per la spesa militare, anche in ambito navale, il raggiungimento di una flotta di 308 unità è già di per sé un’impresa per nulla facile. Arrivare a 355 unità potrebbe pertanto essere impossibile.

Nelle due tabelle è possibile esaminare in dettaglio il numero di navi, suddiviso per categoria, indicato nelle FSA del 2016 e 2014 (versione aggiornata della FSA del 2012).

[one_half][toggle title=”FSA 2016” state=”open” align=alignleft”” class=”” width=””]

  • Sottomarini con missili balistici: 12
  • Sottomarini d’attacco: 66
  • Portaerei: 12
  • Large surface combatants (incrociatori e cacciatorpediniere): 104
  • Small surface combatants (LCS, fregate, navi anti-mine): 52
  • Navi d’assalto anfibio: 38
  • Navi di supporto logistico: 32
  • Expeditionary Fast transports: 10
  • Expeditionary Support Base: 6
  • Navi di comando e supporto 23

Totale: 355[/toggle][/one_half][one_half_last][toggle title=”FSA 2014” state=”open” align=”alignright” class=”” width=””]

  • Sottomarini con missili balistici: 12
  • Sottomarini d’attacco: 48 (-18)
  • Portaerei: 11 (-1)
  • Large surface combatants (incrociatori e cacciatorpediniere): 88 (-16)
  • Small surface combatants (LCS, fregate, navi anti-mine): 52
  • Navi d’assalto anfibio: 34 (-4)
  • Navi di supporto logistico: 29 (-3)
  • Expeditionary Fast transports: 10
  • Expeditionary Support Base: 3 (-3)
  • Navi di comando e supporto 21 (-2)

Totale: 308[/toggle][/one_half_last]

PERCHÉ 350 NAVI?– Ma perché avere una flotta di 350 navi? E soprattutto, perché ora? Da circa 25 anni gli Stati Uniti, e di riflesso la US Navy, si trovano a combattere una lunga serie di conflitti asimmetrici che richiedono un uso non convenzionale del grande potenziale bellico di cui dispongono. Questi conflitti contro attori privi di forze militari vere e proprie sono stati prevalentemente caratterizzati dall’impiego di unità di fanteria e attacchi aerei di precisione, limitando la US Navy ad un ruolo di forza di supporto alle operazioni a terra. La strategia del pivot verso l’Oceano Pacifico e il recente rafforzamento, in particolar modo, di Cina e Russia, stanno però contribuendo a un mutamento dell’attuale scenario di sicurezza globale, che tende sempre di più al multipolarismo. Tale mutamento impone ai vertici politici e militari a Washington un ripensamento sullo status delle proprie forze armate. È in quest’ottica che si inserisce quindi con forza l’obiettivo di 355 navi. Una marina più numerosa permetterebbe il dispiegamento di un maggior numero di unità nelle tre aree critiche sopra citate, garantendo superiori capacità di proiezione della forza aero-navale e anfibia a fini sia difensivi che offensivi nel caso dello scoppio di un conflitto contro uno dei grandi attori dello scenario globale. In maniera ancora più rilevante, però, una flotta più numerosa favorirebbe gli Stati Uniti nel raggiungimento di ciò che Ronald Reagan definì peace through strength. La potenza di una marina ulteriormente rafforzata potrebbe infatti fungere da deterrente sufficiente a scoraggiare gli avversari ad entrare in un conflitto aperto con gli Stati Uniti, consentendo quindi di mantenere indirettamente la pace e la sicurezza.

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Fig. 2 – La LCS (Littoral Combat Ship) USS Independence ancorata al molo di Key West, in Florida, maggio 2010

UNA STRADA IN SALITA – La domanda più importante da porsi però è: aumentare la US Navy a 355 navi è realizzabile? Ad oggi la risposta è no, per vari motivi, principalmente di natura economica. Il divario, in numero di navi supplementari da costruire, che separa la US Navy di oggi da quella ipotizzata nella FSA 2016 è molto ampio. Secondo un recente studio prodotto dal Congressional Research Service, sarebbe necessario aggiungere da 57 a 67 nuove navi all’attuale piano trentennale di costruzione in partenza dal FY2017. In termini di budget, ciò si tradurrebbe nella realizzazione di 1.9-2.2 unità aggiuntive ogni anno per tutta la durata del piano trentennale, con un incremento annuale di circa 5 miliardi di dollari sulle spese già preventivate. A tali somme andrebbero aggiunti i costi ulteriori per armare e rifornire le nuove navi, acquistare velivoli e parti di ricambio, reclutare nuovi equipaggi, senza considerare i fondi essenziali per le operazioni di manutenzione e riparazione di navi e aerei già in servizio. Molti dei mezzi della US Navy si trovano infatti ad operare per periodi ben più lunghi di quelli inizialmente previsti e necessitano pertanto di interventi estesi per tornare in condizioni ottimali o, addirittura, sufficienti per essere operativi. Destinare la maggior parte dei fondi alla costruzione di nuove unità, senza però riservare una somma adeguata al mantenimento di quelle già in servizio, potrebbe causarne un peggioramento delle condizioni e, di conseguenza, del livello generale di efficienza. Il budget della US Navy per i prossimi anni dovrebbe essere destinato in primis al mantenimento e aggiornamento delle unità già attive e, solamente in seguito, all’implementazione di un piano di costruzione così esteso e oneroso. A tutto ciò va aggiunta l’imprevedibilità dell’andamento economico nazionale statunitense nei prossimi anni, che potrebbe portare a tagli e forti ridimensionamenti del programma e del numero totale di navi da costruire. Spostandoci, infine, dalle motivazioni economiche a quelle giuridiche, uno dei maggiori ostacoli al raggiungimento di questo obiettivo è una legge: il Budget Control Act del 2011. Firmato dall’ex-presidente Barack Obama, impone un forte limite sulle spese militari, riducendo il budget totale a disposizione delle forze armate. La legge sarà in vigore almeno fino al FY 2021 e finché non sarà rimossa, o almeno modificata, (è stato concesso un piccolo innalzamento del cap per i FY 2016-2017), l’approvazione da parte del Congresso degli aumenti di buget necessari per ingrandire la US Navy è pressoché impossibile.

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Fig. 3 – Navi appartenenti al Carrier Strike Group 8 in operazioni di addestramento nell’oceano Atlantico, giugno 2012

POSSIBILI SPIRAGLI  – Come evidenziato nei paragrafi precedenti, per la US Navy la strada per rafforzare i propri ranghi è in salita. Tuttavia, ci sono degli elementi che potrebbero rendere possibile quanto proposto nel FSA 2016. In primis, potrebbe contribuire la presenza di Donald Trump che, insediatosi da poco come nuovo Presidente degli Stati Uniti, durante la sua campagna elettorale ha più volte espresso la sua intenzione di invertire il trend che ha visto un continuo rimpicciolimento della US Navy. L’influenza di Trump, supportato nel Congresso dal partito Repubblicano, potrebbe fornire una spinta notevole al fine di ridurre, se non eliminare, i limiti imposti dal Budget Control Act. Nel caso in cui tali limitazioni non venissero rimosse, i fondi per costruire i nuove unità dovrebbero essere recuperati da altri programmi. In questo caso, la US Navy potrebbe rinunciare allo sviluppo di navi avveniristiche e rivoluzionarie (sulla carta), indirizzando invece in maniera più “oculata” i fondi alla costruzione di versioni aggiornate di unità già in servizio che hanno più volte provato la propria efficienza.
Un ulteriore elemento da considerare è il ruolo ricoperto dalle imbarcazioni senza pilota. Sebbene sia difficile pensare che gli UMS (Unmanned Maritime Systems) possano rimpiazzare alla pari nuove fregate o incrociatori, è probabile che questi sistemi verranno impiegati più diffusamente nella US Navy. Grazie ai costi relativamente contenuti, potrebbero essere prodotti in un numero considerevole e destinati a operazioni principalmente di supporto e protezione, come pattugliamenti, operazioni anti-sommergibile o di piazzamento/rimozione di mine navali.
Infine, un’ulteriore spinta potrebbe giungere da un continuo rafforzamento militare dei potenziali futuri avversari degli Stati Uniti. Nonostante ciò non andrebbe comunque ad intaccarne la totale superiorità sui mari, la riduzione del divario, in termini di avanzamento tecnologico e di potenziale bellico, tra la US Navy e le marine militari di tali potenze potrebbe spingere i decisori politici e militari statunitensi a mettere in pratica quanto illustrato nel FSA.

Riccardo Frigerio

[one_half][box type=”note” align=alignleft”” class=”” width=””]RISCHI

  • Diminuzione divario tra US Navy e altre marine militari
  • Indebolimento flotta
  • Eccessiva ambiziosità dell’obiettivo
  • Ridimensionamento del programma
  • Peggioramento dell’operatività delle unità già in servizio[/box][/one_half]

[one_half_last][box type=”warning” align=”alignright” class=”” width=””]VARIABILI

  • Budget per la US Navy
  • Volontà politica
  • Pianificazione strategica di lungo termine
  • Dimensioni flotta
  • Tipologie di navi da costruire
  • Tempo di realizzazione[/box][/one_half_last]

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Il Force Structure Assessment (FSA) della US Navy è uno studio condotto biennalmente al fine determinare il bilancio attuale delle forze a disposizione, delle navi in costruzione e, in particolare, dei piani futuri per la costruzione di nuove unità necessari per pianificare le proprie strategie in relazione ai mutamenti nel contesto marittimo globale e delle minacce che vi possono derivare.

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Riccardo Frigerio

Nato in provincia di Varese, classe 1990, mi sono laureato nel dicembre 2014 alla facoltà di Scienze linguistiche dell’Università Cattolica di Milano con una specializzazione in relazioni internazionali. Ho sempre amato tutto ciò che riguarda sicurezza, difesa ed affari militari e ciò mi ha spinto a scrivere entrambe le mie tesi su argomenti affini: la prima riguardo il contrasto alla pirateria marittima in Somalia e la seconda sull’impiego degli Unmanned Systems aerei, terrestri e marittimi nei conflitti moderni. Il mio grande sogno è di potermi costruire una carriera in questi campi, magari prima frequentando un master all’estero. Cose serie a parte, sono un grande amante del cinema (amo il cinema di fantascienza) e della lettura, in particolar modo delle opere di Tom Clancy e Isaac Asimov. Dalla fantascienza deriva una mia altra grande passione, ovvero l’astronomia e, in generale, tutto ciò che riguarda lo spazio: Elon Musk per me è un mito.