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Il referendum britannico e le elezioni USA hanno messo la Germania in una difficile posizione. Il 2017 si prospetta come un anno pieno di sfide per Berlino: UE, Russia e commercio internazionale sono le priorità mentre le elezioni tedesche incombono. La Germania non può sostituire Washington, ma deve diventare più assertiva

L’ANNUS HORRIBILIS 2016 – Quello appena trascorso è stato certamente un anno di rottura e di cambiamenti politici. Il 23 giugno la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Unione Europea, mentre l’8 novembre Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Questi due eventi hanno prodotto certamente uno sconfitto: la Repubblica Federale di Germania. Non è certo un segreto che la Cancelliera tedesca Angela Merkel e le classi dirigenti del Paese tifassero per gli esiti opposti a quelli che si sono prodotti. E questo per ragioni abbastanza semplici. Fin dal 1945 la Germania ha costruito la propria politica estera, economica e di difesa su due assi fondamentali: il rapporto transatlantico e il processo di integrazione europea. Nel 2016 entrambi, in seguito agli eventi sopra citati, sono stati messi a dura prova, e probabilmente lo saranno anche nel 2017. In autunno poi avranno luogo le elezioni legislative tedesche, il cui esito al momento più probabile (ma non scontato) è una nuova coalizione tra i socialdemocratici della SPD e i cristiano-democratici della CDU-CSU.

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Fig. 1 – La Cancelliera tedesca Angela Merkel

LA CRISI EUROPEA – L’UE da almeno sei anni vive un momento di grande difficoltà. Una varietà di complicate crisi di diversa natura si intrecciano e si accumulano, rinforzandosi a vicenda e alimentando un circolo vizioso che con il passare del tempo ha messo a rischio la stessa costruzione europea. Brexit è solo l’ultima (ma più evidente) dimostrazione che l’attuale assetto politico europeo è insostenibile. Ma il 2017 porta con sé un pericolo ancora maggiore per la Germania. In primavera, infatti, avranno luogo le elezioni presidenziali francesi. A oggi esperti e sondaggi sono unanimemente concordi nell’escludere la vittoria al ballottaggio di Marine Le Pen, una candidata radicalmente ostile alla Germania, all’UE e, più in generale, all’attuale ordine internazionale. Ma questo non può rassicurare completamente Berlino. Il 2016 ha infatti insegnato che in questo momento storico in Occidente le forze antisistema hanno il vento in poppa. Una vittoria di Le Pen (improbabile, ma possibile), dal punto di vista tedesco, sarebbe disastrosa. Il pilastro della politica europea della Germania infatti è sempre stato l’asse franco-tedesco. Berlino sa che l’alleanza con Parigi è squilibrata ed in crisi da tempo. Tuttavia non vede all’orizzonte alternative e comprende che una vittoria di Le Pen segnerebbe la fine di una stretta alleanza che, nel bene e nel male, da 60 anni guida l’integrazione europea. Più in generale l’obiettivo della politica europea delle attuali classi dirigenti tedesche è e sarà tentare di mantenere in vita e rafforzare il progetto comunitario, considerato indispensabile per il benessere e la sicurezza della Germania. Ma non sarà facile, soprattutto perché le condizioni interne ed esterne al vecchio continente stanno diventando sempre più ostili all’UE. Inoltre Berlino si rifiuta di ammettere che una parte della crescita delle forze antisistema nel vecchio continente è dovuta anche alla gestione (prevalentemente tedesca e sicuramente maldestra) della crisi dell’euro. Le responsabilità della Germania non vanno esagerate, ma certamente esistono. Il rifiuto delle classi dirigenti di prenderne atto ha aggravato e aggrava la situazione, oltre a peggiorare la percezione del Paese e dell’UE nel resto degli Stati membri.

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Fig. 2 – La leader del Front National Marine Le Pen

I RAPPORTI CON LA RUSSIA – La Germania dalla fine della guerra fredda (ma forse persino da prima) ha sempre tentato di mantenere ottime relazioni con Mosca. Questa linea di tendenza è trasversale agli schieramenti politici e trova nella SPD e nella Confindustria tedesca i suoi più strenui sostenitori. Proprio per questo allo scoppiare della crisi in Ucraina nel 2014 ben pochi pensavano che Berlino avrebbe sostenuto a lungo la linea dura nei confronti di Mosca. Eppure, pur tra incertezze e qualche inevitabile ipocrisia (vedi alla voce North Stream), la cancelliera Angela Merkel ha dimostrato di saper tenere unita l’UE nell’applicazione delle sanzioni economiche alla Federazione Russa. Questo non le ha impedito di assumere un atteggiamento equilibrato sulla materia, comprendendone l’estrema delicatezza. In questo modo si è guadagnata il rispetto dell’Amministrazione Obama e l’ostilità del Cremlino. Il Presidente russo Vladimir Putin l’ha infatti identificata come il suo principale avversario in Europa e non sarebbe affatto dispiaciuto se le elezioni tedesche in programma per l’autunno di quest’anno sancissero la fine della sua carriera politica. L’Amministrazione Trump, pur avendo ultimamente assunto una posizione più convenzionale sul tema delle sanzioni contro Mosca, rimane un partner inaffidabile, non fosse altro perché il nuovo Presidente degli Stati Uniti (anche se probabilmente non la maggioranza del suo Cabinet) non sembra apprezzare a fondo l’utilità del legame transatlantico. Un problema enorme per l’attuale Governo tedesco, che negli ultimi tre anni ha dovuto affrontare fortissime pressioni, a livello sia interno sia europeo, affinché modificasse la propria linea sulle sanzioni.

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Fig. 3 – Angela Merkel e il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin

LA POLITICA COMMERCIALE – La sconfitta nella Seconda Guerra mondiale (e la successiva estensione dell’ombrello di sicurezza statunitense sull’Ovest del Paese) ha spinto la Germania a rincorrere il sogno di diventare una potenza economica. Quel sogno si è realizzato ben prima della riunificazione del 1990. Da almeno 60 anni, infatti, la Germania è un’economia florida. Tuttavia nel corso del tempo l’economia tedesca è diventata sempre più dipendente dalle esportazioni (1207 miliardi di euro nel 2016). Il surplus commerciale ha continuato a crescere e l’anno scorso ha toccato l’astronomica cifra di 253 miliardi di euro. Questa straordinaria performance commerciale costituisce un motivo di orgoglio per i tedeschi, ma è diventata anche una delle principali accuse che da anni i partners europei rivolgono alla Germania (vedi il chicco in più). L’elezione di Donald Trump ha peggiorato le cose per Berlino. Peter Navarro, consigliere del Presidente USA per il commercio, ha aspramente criticato la politica commerciale tedesca. E tutto lascia pensare che la Germania venga subito dopo la Cina nella lista dei Paesi considerati pericolosi da un’Amministrazione che ha messo al centro della propria agenda economica la difesa del proprio mercato interno anche con il ricorso al protezionismo. Non che le critiche statunitensi siano un’assoluta novità. Anche l’Amministrazione Obama infatti aveva criticato il surplus commerciale di Berlino e la gestione tedesca della crisi dell’euro, ma si era mossa in modo più diplomatico e senza dimenticare l’importanza della relazione USA-Germania per la stabilità delle relazioni transatlantiche. Trump, almeno al momento, non sembra curarsi troppo di questi aspetti. Un’eventuale ondata di protezionismo sarebbe comunque disastrosa per il modello tedesco ed è giustamente vista da Berlino come una minaccia esistenziale alla propria economia.

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Fig. 4 – La politica commerciale propugnata dall’Amministrazione Trump potrebbe risultare indigesta per la Germania

UNA GERMANIA PIÙ ASSERTIVA? – Subito dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca Angela Merkel ha definito “grottesca” l’idea che la Germania possa sostituire gli Stati Uniti come guida del mondo libero e garante dell’attuale ordine internazionale. Non si può che darle ragione. Da nessun punto di vista (economico, politico e soprattutto militare) la Germania è o sarà in grado di sostituire gli USA. Nemmeno in Europa. Inoltre non è detto che l’Amministrazione Trump si riveli poi così destabilizzante e distruttiva come promesso (o minacciato) in campagna elettorale. Tuttavia è probabile che gli Stati Uniti saranno prevalentemente assorbiti da problemi e polemiche al loro interno (accentuando una tendenza riscontrabile ormai da almeno un decennio e indipendente da Trump). E la confusione a Washington di queste settimane, che sembra essere la vera cifra dei nuovi USA, non è rassicurante per l’Europa. Se è dunque fuor di dubbio che la Germania non possa sostituirsi agli Stati Uniti è altrettanto certo che Berlino dovrà rivestire un ruolo più assertivo nei prossimi anni. E questo era nelle cose anche se Donald Trump non fosse stato eletto. Tutte le sfide che l’Europa ha di fronte (dal terrorismo a Brexit; dalla Russia all’immigrazione) impongono infatti che la Germania svolga un ruolo più attivo sulla scena internazionale. Ciò potrebbe però rivelarsi un problema. In buona parte d’Europa è infatti uno stereotipo comune e abbastanza diffuso rifiutarsi di riconoscere la rottura epocale nella storia tedesca verificatasi nel 1945. Il timore nei confronti della Germania, a volte irrazionale e isterico, è forte tra le opinioni pubbliche e spesso anche tra le élite. Non sono però solo i pregiudizi del resto del mondo e del vecchio continente a frenare le classi dirigenti tedesche. L’opinione pubblica infatti ha imparato ad essere estremamente reticente alla prospettiva che il proprio Paese assuma un ruolo guida. Tuttavia gli ultimi mesi e anni hanno rafforzato tra i tedeschi l’opinione che l’ordine internazionale attraverso cui (anche) la Germania ha prosperato debba essere preservato e che per farlo sia necessario un più importante ruolo da parte di Berlino. Il 2017 potrebbe essere l’anno giusto per iniziare a passare dalle parole ai fatti.

Davide Lorenzini

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Il surplus commerciale tedesco (cioè la differenza tra esportazioni e importazioni) nel 2016 ha raggiunto la cifra di 253 miliardi di euro e il 9% del PIL. Tuttavia dal 2010 l’UE prevede il 6% del Pil come limite del surplus delle partite correnti dei Paesi europei. Questo ha portato gli altri Paesi membri dell’Unione a protestare, talvolta duramente, con Berlino, che ha però sempre sminuito la portata della violazione. [/box]

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Davide Lorenzini

Sono nato nel 1997 a Milano, dove studio Giurisprudenza all’Università degli Studi. Sono appassionato di politica internazionale, sebbene non sia il mio originario campo di studi (ma sto cercando di rimediare), e ho ottenuto il diploma di Affari Europei all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Nel Caffè, al cui progetto ho aderito nel 2016, sono co-coordinatore della sezione Europa, che rimane il mio principale campo di interessi, anche se mi piace spaziare.