Foto di copertina di Eliseo Ocampos rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License
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La corruzione ancora dilagante, la povertà endemica e una poco controllata apertura ai capitali internazionali rendono il Paraguay una vittima di condizioni economiche e sociali decisamente poco favorevoli, non affrontabili con le tiepide politiche annunciate dal presidente Horacio Cartes

LE CONSEGUENZE DI UNA STORIA TRAGICA – Per gli appassionati di calcio il Paraguay è diventato inaspettatamente famoso negli anni Novanta soprattutto perché schierava nella propria nazionale un portiere, al secolo José Luis Chilavert, che calciava le punizioni e i rigori con risultati stupefacenti. E in America Latina, si sa, il calcio non è mai solo uno sport: esso è fatalmente capace di incarnare metafore spettacolari che scovano e delineano, anche meglio di molte analisi dotte, le caratteristiche profonde delle società nazionali. Il Paraguay non fa eccezione e la fama conquistata solo grazie alle imprese di un bizzarro portiere è sintomo, in realtà, della difficoltà ad affermarsi come uno Stato autonomo, credibile e dotato di una forte identità. La sua storia, del resto, cammina con il segno indelebile di almeno due eventi fortemente drammatici, che ne hanno segnato il destino non meno dei confini: i conflitti con l’Argentina, il Brasile e l’Uruguay (1865-1870), a cui si aggiunge quello con la Bolivia di qualche decennio dopo (1932-1935). Nel primo di questi, noto come la guerra della Triplice Alleanza, il Paraguay perse circa un terzo del proprio territorio e oltre la metà della sua popolazione, che passò da 525.000 a 221.000 abitanti. Sono dati che fanno rabbrividire, anche alla luce dei problemi demografici conseguenti a una falcidie della componente maschile.
Il successivo scontro con il vicino boliviano, passato alla storia come la guerra del Chaco, vide invece il Paraguay uscirne formalmente vincitore, ma al prezzo di ulteriori perdite umane (stimate in 100.000) e di una beffa colossale: la regione, che si supponeva ricca di materie prime, si rivelò invece una zona arida senza possibilità di ricavarne alcunché in grado di giustificare uno sforzo così immane. Per la cultura economica esportatrice che caratterizzava l’America Latina in quegli anni si trattò di uno shock politico dalle proporzioni inaudite. Sono questi eventi emblematici che in qualche modo anticipano gli sviluppi di una storia con più ombre che luci, caratterizzata da dittature cruente e un’economia mai in grado di spiccare il volo, come invece le punizioni di Chilavert erano solite fare, rimanendo tra i pochi orgogli di un Paese con tante ferite.

UNA LUNGA GESTIONE CRIMINALE – Dal 1954 al 1989 il Paraguay è stato governato dal generale Alfredo Stroessner, veterano della guerra del Chaco e responsabile di una dittatura tra le peggiori del continente, sia dal punto di vista sociale che economico. Ai conclamati processi di modernizzazione, mai effettivamente dispiegati, si affiancavano infatti abusi di ogni tipo alla popolazione, come la requisizione dei piccoli terreni ritenuti improduttivi e l’abolizione di qualsiasi possibilità da parte della classe operaia di esprimere il dissenso attraverso lo sciopero. L’emblema della gestione familiare dell’intera economia nazionale è probabilmente un cartello affisso al settore partenze dell’aeroporto di Asuncion, che oggi non può non suscitare una certa ilarità: «L’ultimo chiuda la porta». Il progressivo delirio di Stroessner impose al suo gruppo politico, il Partito Colorado, di destituirlo nel 1989. Eppure da quel momento ad oggi e nonostante la svolta democratica, ben poco è cambiato nella sostanza della politica economica che ha lungamente caratterizzo il Paraguay, delineandone irreversibilmente i connotati.

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Fig. 1 – Il Presidente paraguiano Horacio Cartes tiene un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

RIFLESSI DI UN PAESE OPACO E DISEGUALE – Con l’attuale presidente Horacio Cartes, eletto nel 2013 ed ennesimo esponente dello schieramento conservatore dopo la controversa parentesi progressista dell’ex vescovo Fernando Lugo, non sembrano ancora essere affrontate efficacemente tre delle questioni cruciali che tengono sotto scacco il Paraguay: la gestione arbitraria dei fondi pubblici, la distribuzione fortemente iniqua della ricchezza e la subalternità al capitale straniero in alcuni settori strategici. Il Corruption Perception Index 2015 redatto da Transparency International, un’agenzia indipendente che si occupa di monitorare le prestazioni dei Paesi in termini di legalità e trasparenza, colloca infatti il Paraguay al posto 130 (su 168 Paesi), precedendo, per quanto riguarda l’America Latina, solo Haiti e Venezuela. Ancora peggiori, se possibile, sono i dati che riguardano la disuguaglianza sociale, a dimostrazione di come una situazione di svantaggio economico iniziale, conseguente a una dittatura ferocemente conservatrice, scateni perversi processi cumulativi senza deliberati meccanismi correttivi messi in atto dai poteri pubblici. Due esempi su tutti: l’86% delle terre paraguayane è in mano ad appena il 2% della popolazione, un risultato che sarebbe spiegabile solo attraverso i principi organizzativi di un’economica coloniale o feudale; ancora oggi il 10% della popolazione è cronicamente malnutrita, registrando passi indietro che vanno decisamente in controtendenza non solo rispetto al resto del continente (fa eccezione ancora Haiti), ma anche in confronto all’Africa Subsahariana.
Dati inquietanti che si riflettono in modo paradossale su una crescita modesta ma continua del prodotto interno lordo, attestatasi al 3% nel 2016. La principale ragione è da ricercare nella vocazione extravertita del Paese, ossia la sua apertura indiscriminata agli investimenti stranieri, senza una regolazione di quelli speculativi e quindi con basse (o addirittura negative) ricadute interne in termini di benessere economico. Un esempio su tutti è la pratica, iniziata negli anni Ottanta, di istituire le zone franche, definibili come delle particolari aree periferiche in cui per i primi 5 anni la tassazione delle imprese (in questo caso soprattutto multinazionali) è prossima alla zero. Ad approfittarne sono state soprattutto le grandi compagnie statunitensi e brasiliane, che hanno fatto del Paraguay un generoso elargitore di lavoro a basso costo.

L’AMPIA ZONA GRIGIA DELL’ECONOMIA INFORMALE – Dall’America Latina giunge un ulteriore monito su quanto possa diventare pericolosa l’assenza di una regolamentazione pubblica dei flussi finanziari e l’abdicazione dello Stato dalle sue prerogative redistributive, sia in ambito fiscale che più prettamente istituzionale, ossia con riferimento ai diritti di proprietà. È evidente, ad esempio, che un Paese a spiccata vocazione primaria come il Paraguay (circa il 70% degli introiti da esportazione deriva dai prodotti agricoli e le materie prime) continui a distribuire in maniera diseguale i surplus commerciali se permane una concentrazione della proprietà terriera tra le più squilibrate del mondo. Il fatale abbraccio tra corruzione, disuguaglianza sociale e poca autonomia finanziaria ha poi generato, rendendolo di fatto incontrollabile, il fenomeno dell’economia informale. Un contesto di miseria dilagante (il 34,7% della popolazione risulta sotto la soglia di povertà) è energicamente incentivante per l’estensione dell’attività sommersa, che diventa in questo caso un’imprescindibile fonte di sussistenza. Stime recenti, nonostante le intrinseche difficoltà di misurazione, quantificano il fenomeno ad oltre il 40% del prodotto interno lordo paraguaiano. Anche in questo caso siamo di fronte a un dato molto preoccupante, in quanto difficilmente il sommerso può essere ritenuto solo un’espressione della creatività connaturata ai poveri, come ingenuamente alcune interpretazioni sembrano avallare. Economia informale, in una situazione generalizzata di povertà, significa infatti predisposizione allo sfruttamento, all’abuso, all’arbitrio dei più forti, ma soprattutto indica l’allontanamento di una larga fetta della società dal principio del diritto, sottoponendo l’intero sistema socioeconomico all’incertezza di una sopravvivenza che faticosamente si aggrappa all’arte di arrangiarsi.
Le attività informali più diffuse in Paraguay sono il riciclo dei rifiuti alle periferie delle grandi città, il contrabbando alle frontiere di Argentina e Brasile (dove la tassazione per alcuni beni come il tabacco e gli alcolici sono maggiori), l’offerta generalizzata e indiscriminata di servizi alla persona. Tra una riforma radicale e il permanere in una zona grigia, il Paraguay sembra aver scelto la seconda alternativa.

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Fig. 2 – Una recente marcia di protesta sulle strade di Asuncion per chiedere le dimissioni del presidente Cartes

LE POCO FELICI PROSPETTIVE FUTURE – A dire il vero i buoni propositi non mancano e i recenti proclami del presidente Cartes denotano una certa volontà di cambiamento. La riforma agraria tanto attesa, ad esempio, è nell’agenda del governo. La strada, però, è a dir poco in salita. Senza sbocchi sul mare e con ricchezze del sottosuolo piuttosto scarse (se si escludono alcune miniere di rame e ferro al confine con la Bolivia) rischiano di mancare gli strumenti basilari per una strutturale riforma del Paese in una prospettiva emancipatrice. Facile prevedere, di conseguenza, il permanere di un’apertura ai capitali esteri piuttosto corposa e una certa moderazione nello scontentare le classi più abbienti, dalle quali dipendono ancora le esili possibilità di investimenti in valuta nazionale. Lo sviluppo equo del Paraguay rimane, in conclusione, un’impresa dalle difficoltà quasi insormontabili, lontana dalle idilliache prospettive dei paraguaiani quando Chilavert si presentava al limite dell’area avversaria per calciare l’ennesima punizione carica di speranza.

Riccardo Evangelista

[box type=”shadow” align=”” class=”” width=””]Un chicco in più

La mancanza di uno sbocco sul mare è tra gli annosi problemi del Paraguay, peculiarità che condivide con la Bolivia. Mujica, già nel 2010, aveva offerto ai due Paesi la possibilità di installare sul territorio uruguaiano dei porti ad uso comune, conformemente allo spirito di solidarietà che ha caratterizzato le relazioni regionali latinoamericane negli anni passati. La proposta, però, è caduta nel dimenticatoio.[/box]

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Riccardo Evangelista

Sono nato nel 1987 in provincia di Frosinone. Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche e una magistrale in Sviluppo e Cooperazione, a inizio 2016 ho conseguito il dottorato di ricerca in Sviluppo economico: analisi, politiche e teorie presso l’Università di Macerata. Mi interesso disordinatamente di politica economica, storia dell’economia e teorie dello sviluppo. La mia passione per l’America Latina nasce identificandola con un sogno, troppo spesso infranto: quello di un mondo più giusto. Io, comunque, continuo a crederci. Tra gli hobby vanno annoverati la lettura, un attento apprezzamento per il cibo e una certa morbosità per il gioco del calcio (in televisione).

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