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In 3 sorsi – Con l’insediamento della nuova amministrazione di Donald Trump, il Presidente ucraino Petro Poroshenko teme di aver perso il suo principale sponsor esterno nello scontro politico-militare con la Russia, che ormai si regge principalmente sul mantenimento delle sanzioni economiche

1. OBAMA-BIDEN: GLI ULTIMI GIORNI –  L’ultimo intervento di Barack Obama sulla questione ucraina risale al 18 novembre scorso, giorno del colloquio a Berlino con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il sesto dal suo insediamento alla Casa Bianca. In esso Obama ribadiva ancora una volta di perseverare con gli impegni prefissati: la Russia deve rispettare gli accordi di Minsk mentre i Paesi occidentali dovranno mantenere le sanzioni contro Mosca finché continuerà a non farlo. La questione delle sanzioni dall’annessione della Crimea è diventato gradualmente il fattore centrale della crisi ucraina per tutti gli Stati coinvolti, proprio perché la Russia in difficoltà economica vorrebbe da tempo che queste misure punitive venissero tolte.

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Fig. 1 – Il Vice-Presidente americano Joe Biden parla alla stampa durante l’ultima visita ufficiale a Kiev, 16 gennaio 2017

Il vice di Obama, Joe Biden, è stata la personalità che più di tutti e fino agli ultimi giorni ha lavorato per garantire il sostegno diplomatico statunitense agli ucraini. Nella sua visita d’addio ha voluto rassicurare il Presidente Petro Poroshenko parlando dell’impegno futuro degli USA nel Paese, nonostante le promesse di riavvicinamento nei rapporti con la Russia del neo-Presidente Donald Trump. «Spero che la prossima amministrazione voglia ancora supportare la continua crescita del Paese ha detto Biden – ma è chiaro a tutti che il popolo ucraino [adesso] deve fare la maggior parte del lavoro», aggiungendo anche che le sanzioni relative alla questione della Crimea rimarranno finché Mosca non restituirà il totale controllo della penisola al popolo ucraino.
Gli analisti occidentali ritengono che per la fine del conflitto nel Donbass, dove la Russia è accusata di sostenere militarmente i separatisti, la soluzione potrebbe essere raggiunta rispettando gli accordi di Minsk oppure con una partecipazione militare degli Stati Uniti. Gli ultimi giorni di Obama però sono serviti per gestire la questione siriana e il destino del processo di Minsk sarà in gran parte determinato dalle politiche del suo successore. Poroshenko intanto ha detto che Kiev è pronta a una piena collaborazione con l’amministrazione Trump.

2. IL SOSTEGNO DI POROSHENKO – Durante la corsa alle presidenziali americane Trump ha apertamente ignorato l’invito al dialogo del Presidente ucraino previsto per la 71esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Parallelamente Kiev sosteneva apertamente la candidata democratica Hillary Clinton, sia perché più incline alla continuazione della linea di Obama sia per i dubbi sulle doti politiche dell’altro candidato. 

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Fig. 2 – Hillary Clinton a colloquio con Poroshenko all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di New York, 19 settembre 2016

Il sostegno del Governo ucraino alla candidata democratica sarebbe andato addirittura oltre un semplice endorsement ufficiale, almeno secondo un’inchiesta del magazine Politico. Pare infatti che nel caso Paul Manafort”, assunto da Trump a capo della sua campagna elettorale, il Governo di Kiev abbia aiutato gli alleati della Clinton a scovare informazioni controverse per minare la credibilità del candidato repubblicano e del suo collaboratore. Paul Manafort avrebbe infatti avuto legami illeciti con l’ex-Presidente ucraino filorusso Viktor Yanukovich. Secondo il magazine statunitense, le rivelazioni pubbliche su questi legami non sarebbero state casuali e avrebbero provocato una certa irritazione da parte del neo-Presidente nei confronti del Governo di Kiev.
Poroshenko deve assolutamente ricalibrare la propria posizione diplomatica nei confronti dell’inaspettato alleato USA che potrebbe porre fine alle sanzioni imposte alla Russia, probabilmente in cambio di un accordo sul nucleare. Infatti, pochi giorni dopo la prima telefonata tra Trump e Putin, c’è stata anche quella con Poroshenko, che avrebbe chiesto l’appoggio degli Stati Uniti e una linea dura nei confronti della Russia. Secondo Poroshenko, il Governo ucraino è «pronto a un’efficace e fruttuosa cooperazione con la nuova amministrazione».

3. LE MOSSE DI TRUMP Nella conferenza stampa dell’incontro a Washington tra Trump e la Premier britannica Theresa May, che almeno nell’entusiasmo ha ricordato l’asse Reagan-Thatcher, la domanda di un giornalista ha congelato sul finale l’atmosfera generale provocando in sala grande imbarazzo: «gli Stati Uniti cancelleranno le sanzioni economiche a carico della Russia?». La Premier britannica continuerà a seguire la posizione sul mantenimento delle sanzioni. Per il neo-Presidente americano invece, inizialmente favorevole alla misura nel marzo 2014, le cose sembrano più complicate. Lo scorso 14 febbraio il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, durante una conferenza stampa ha infatti comunicato che «il Presidente Trump ha detto chiaramente che si aspetta dal Governo russo una riduzione delle violenze in Ucraina e la restituzione della Crimea». Altrettanto dura è stata la replica di Vladimir Putin, riportata dal suo portavoce Dimitri Peskov: «Mosca non discuterà con alcun Paese, Stati Uniti compresi, il ritorno della Crimea all’Ucraina».

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Fig. 3 – Il Presidente Trump nel primo colloquio telefonico con il Presidente russo Vladimir Putin, tenutosi nello Studio Ovale della Casa Bianca il 28 gennaio scorso

Una mossa inaspettata dopo un “corteggiamento” durato mesi e il primo colloquio ufficiale a telefono tra Vladimir Putin e “The Donald” del 28 gennaio. I due oltre ad aver espresso reciproca ammirazione avevano lasciato intravedere la fine delle sanzioni. Sulla questione ucraina Mosca continua a negare il suo coinvolgimento nel conflitto nel Donbass, nonostante accuse ben circostanziate sul rifornimento di attrezzature e combattenti per sostenere le locali repubbliche separatiste. Questo precedente rapporto amichevole sembrava aver seppellito le tensioni generate dall’amministrazione Obama, anche se ha messo a dura prova le relazioni di Washington con i funzionari ucraini.
Nonostante nella telefonata tra Trump a Poroshenko sia stato proposto un lavoro con tutte le parti coinvolte per risolvere la questione del Donbass e ripristinare la pace lungo la frontiera russo-ucraina, soprattutto tramite il rafforzamento del partenariato strategico tra Ucraina e Stati Uniti, tali sviluppi non hanno sciolto i dubbi degli ucraini sulla posizione di Washington. Visto che il futuro dell’Ucraina passa ormai dal magnate newyorkese, gli sforzi dell’amministrazione Obama saranno vanificati da “The Donald” come già accaduto nella prima settimana della nuova presidenza? 

Roberto Del Latte

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Le sanzioni economiche contro la Russia sono state adottate per la prima volta il 12 settembre 2014, con l’azione congiunta dell’Unione Europea e degli Stati Uniti per punire l’intervento diretto del Governo russo e allo scopo di convincere Mosca al ritiro dei suoi soldati dal territorio ucraino. Queste misure colpiscono i settori chiave dell’economia russa, e cioè difesa, energia e finanza. In sostanza viene limitato l’accesso dei cinque principali istituti bancari russi ai mercati finanziari ma la stessa sorte tocca anche ai tre giganti nazionali del petrolio (Gazprom, Rosfnet e Transfnet) e ai tre principali produttori di armi, altro grande pilastro dell’economia russa. Inoltre Usa e UE hanno cercato di isolare il Paese a livello diplomatico spingendolo fuori dal G8. [/box]

Foto di copertina di usembassykyiv rilasciata con licenza Attribution-NoDerivs License

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