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Un anno fa, la Corte Penale Internazionale autorizzava un’indagine in merito ai crimini commessi in Ossezia del Sud durante la guerra russo-georgiana del 2008. Mentre Mosca sfida il tribunale dell’Aia ritirando la propria firma dal trattato istitutivo, Tbilisi appare oggi meno propensa a collaborare con la CPI. Intanto, le ONG a tutela delle vittime dichiarano di non tollerare più alcuno spazio di impunità UN VUOTO DI GIUSTIZIA NEL CUORE DEL CAUCASO – Cinquant’anni di dibattito, l’alternarsi di modelli giurisdizionali non proprio all’altezza delle aspettative di partenza e l’eco incessante dei crimini efferati che per decenni hanno offeso la dignità dell’uomo. Poi, nel 1998, la giustizia internazionale cambia volto e decide di trasformare l’idea grandiosa di un tribunale penale permanente in un progetto concreto, dando vita alla Corte Penale Internazionale dell’Aia (CPI), per ora competente a perseguire singoli individui responsabili di crimini di guerra, crimini contro l’umanità o del crimine di genocidio, come definito dallo Statuto di Roma. Sostanzialmente attiva dal 2003, la CPI è un’istituzione ancora giovane, fiera dei suoi modesti successi e comunque conscia del diffuso clima di disapprovazione che ne investe l’operato. Ma sono in particolare due le critiche che la Corte è chiamata a fronteggiare: il rimprovero di puntare l’indice quasi esclusivamente contro il continente africano e l’assenza di un meccanismo che consenta di procedere qualora gli Stati interessati non intendano collaborare. Per altro, è fondamentale osservare che – in virtù del principio di complementarietà – la CPI non potrebbe esercitare il proprio potere giurisdizionale nell’eventualità in cui le autorità nazionali abbiano già esercitato o stiano esercitando l’azione penale in relazione agli stessi casi. Era il 27 gennaio 2016 quando la Camera Preliminare della CPI autorizzava il Procuratore capo Fatou Bensouda ad aprire un’indagine sui crimini perpetrati nell’Ossezia del Sud, in Georgia, tra il 1 luglio e il 10 ottobre 2008. Pur facendo meno rumore dei casi africani, un esame preliminare era stato annunciato già nello stesso anno, ma solo in seguito il materiale informativo a disposizione e le descrizioni fornite dalle oltre sei mila vittime hanno confermato la sussistenza di motivi ragionevoli per far ritenere la commissione dei crimini di competenza della Corte. Come si preciserà più avanti, le autorità georgiane e russe avevano in un primo tempo contribuito attivamente alle indagini: tuttavia, nel 2015 la Georgia ha sospeso indeterminatamente le inchieste in corso, mentre l’attività degli inquirenti russi ha subito una definitiva battuta d’arresto lo scorso novembre. Embed from Getty Images Fig. 1 – Un villaggio dell’Ossezia del Sud dopo il ritiro delle truppe russe nell’agosto 2008 TURBAMENTI POLITICI E QUESTIONI GIURIDICHE – Dando adito ad istanze indipendentiste e rivendicazioni etniche, l’implosione dell’URSS ha ridisegnato lo scacchiere geopolitico caucasico e nel 1992 un coro di voci dissidenti autoproclamava l’indipendenza di una piccola regione di confine, l’Ossezia del Sud, che già due anni prima aveva tentato di realizzare l’unificazione con l’Ossezia del Nord, nel Caucaso russo. La secessione aveva messo completamente a nudo la debolezza del governo centrale georgiano nell’era post-Shevardnadze, mentre la guerra contro la Russia sarebbe ufficialmente cominciata il 7 agosto 2008, a seguito dell’attacco dei separatisti osseti ai peacekeepers georgiani. Tbilisi rispose alle violazioni della tregua preesistente inviando le proprie truppe nella regione, mentre le forze russe si avvicinavano al confine ed invadevano lo spazio aereo georgiano. L’accordo di cessate il fuoco sarebbe stato sottoscritto una settimana più tardi, grazie alla mediazione del Presidente francese Sarkozy. Nel frattempo Mosca procedeva al ritiro delle proprie truppe, ma la pressione su Tbilisi sarebbe progressivamente aumentata. Il 26 agosto, il Presidente russo Medvedev riconosceva l’indipendenza dell’Ossezia del Sud (oltre a quella dell’Abkhazia). Nel 2009, dopo 16 anni di lavoro, gli osservatori delle Nazioni Unite lasciavano la Georgia, perché il veto russo non avrebbe consentito la prosecuzione della missione. Nel tentativo di fare luce sulle responsabilità del conflitto, la missione d’inchiesta realizzata nel 2009 dall’ambasciatrice svizzera Tagliavini concludeva che la guerra aveva avuto inizio quando la Georgia aveva attaccato illegalmente la capitale dell’Ossezia del Sud, Tskhinvali, nel tentativo di riprendere il controllo della regione dopo un lungo periodo di tensione alimentato dalla presenza militare russa. Il report, che avrebbe poi determinato la posizione ufficiale dell’Unione Europea, di fatto riteneva sia Mosca che Tbilisi responsabili delle ostilità, da cui era scaturita la violazione del cd. jus ad bellum (ossia il diritto di ricorrere all’uso della forza) e dello jus in bello (cioè il diritto internazionale umanitario). Tra i capi di imputazione che oggi la CPI contesta alle tre parti coinvolte nel conflitto figurano sia crimini di guerra (attacchi contro la popolazioni civile, omicidi intenzionali, attacchi mirati contro peacekeepers, distruzioni di proprietà e saccheggi etc.), che crimini contro l’umanità (trasferimenti forzati, persecuzioni etc.). Embed from Getty Images Fig. 2 – Manifestazione di alcune ONG georgiane contro l'”annessione russa” dell’Ossezia del Sud, luglio 2015 POTERI E LIMITI DELLA CPI – Fin dal momento della sua ideazione, è stato subito chiaro che una Corte permanente avrebbe dovuto indossare i panni di un giudice complementare – non esclusivo, né concorrente – rispetto ai tribunali nazionali, in maniera tale da sciogliere le prevedibili resistenze dei futuri Stati firmatari ed affermare la propria presenza sulla scena internazionale. Per questa ragione, lo Statuto di Roma ha concepito una macchina giudiziaria destinata ad entrare in funzione nelle sole ipotesi in cui gli organi statali si rivelino non in grado o non disponibili a perseguire i responsabili dei crimini individuati dallo Statuto secondo lo schema del giusto processo, garantendone così l’impunità. Inoltre, la Corte ha facoltà di esercitare le proprie prerogative solo se lo Stato di appartenenza dell’imputato o quello in cui siano stati commessi i fatti incriminati ne abbiano accettato la giurisdizione con ratifica o altra dichiarazione specifica: una garanzia particolarmente ampia che finora ha giustificato la mancata ratifica di numerosi Stati, tra i quali anche i tre giganti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: Cina, Russia, Stati Uniti. Per ciò che riguarda la Russia, lo scorso novembre Mosca ha ritirato la propria firma dal trattato, lasciando intendere il disinteresse a collaborare ulteriormente con la Corte e soprattutto a ratificarne in futuro lo Statuto. La decisione, di poco successiva al report della CPI che equiparava l’acquisizione della Crimea ad un’occupazione, potrebbe in linea teorica svincolare i cittadini russi dalla giurisdizione del tribunale dell’Aia, che il Cremlino ritiene assai distante dai criteri di indipendenza e parzialità. In ogni caso, non sembra che i poteri della Corte permanente possano essere in alcuna misura ridimensionati dal gesto simbolico di Mosca. Infatti, se l’Ucraina è uno Stato firmatario che ha comunque accettato con atto formale la giurisdizione internazionale rispetto ai presunti crimini commessi dal 21 novembre 2013 in poi, nel caso della Georgia non si pone alcun problema di sorta: con atto di ratifica del 5 settembre 2003, Tbilisi ha aderito allo Statuto di Roma ed ha pertanto accettato il potere giurisdizionale della Corte. Embed from Getty Images Fig. 3 – Il nuovo edificio della Corte Penale Internazionale dell’Aia GIURISDIZIONE DOMESTICA ED INTERVENTO DELLA CPI – Le indagini compiute negli anni passati dalla magistratura russa si erano risolte in una collaborazione parziale con i giudici dell’Aia, poiché Mosca aveva escluso a priori qualsiasi responsabilità in capo alle forze dell’Ossezia del Sud ed aveva concentrato le proprie osservazioni sugli attacchi perpetrati dall’esercito georgiano ai danni di peacekeepers russi e civili osseti dotati di passaporto russo. Un discorso a parte merita invece l’atteggiamento assunto da Tbilisi, lodata dal Prosecutor Fatou Bensouda per un iniziale spirito di cooperazione che ha poi risentito di frequenti ostacoli, tra cui le difficoltà che hanno impedito al personale della CPI l’accesso all’Ossezia del Sud e soprattutto il continuo avvicendamento ai vertici della Procura Generale di Tbilisi. Ma a spiegare una simile inversione di tendenza può forse contribuire indirettamente anche la vocazione filo-occidentale della Georgia, dove – ricordano alcuni analisti – l’allora Presidente Saakashvili godeva del solido appoggio di Washington e dove l’esercito era stato addestrato da personale militare statunitense. Per altro, dopo la sonora sconfitta elettorale del 2012, decine di funzionari statali erano stati arrestati, mentre Saakashvili – nel frattempo accusato di abuso di potere – avrebbe rinunciato alla cittadinanza georgiana per trasferirsi in Ucraina, nella regione di Odessa, dove ha esercitato la carica di Governatore sino al novembre scorso. Se dunque la Corte scegliesse di processare l’ex Presidente, quali reazioni si leverebbero oltreoceano? E come si comporterebbe l’attuale governo di Tbilisi? Soltanto due mesi fa, la Federazione Internazionale dei Diritti Umani – di cui fa parte anche l’ONG georgiana Human Rights Centre – ha rivolto un appello al Governo centrale, affinché consenta a coloro che godono dello status di vittima l’accesso ai propri fascicoli e affinché gli inquirenti proseguano le attività di indagine. In questo modo, sarà possibile offrire un margine di tutela anche a coloro che hanno patito danni meno gravi rispetto alle conseguenze dei reati contemplati dallo Statuto di Roma, ma pur sempre meritevoli di riparazione. La complessità delle vicende che riguardano l’Ossezia del Sud non consente di formulare conclusioni affrettate circa gli sviluppi delle indagini condotte dal Prosecutor Fatou Bensouda. In ogni caso, sembra che la tradizionale prudenza della CPI dovrà essere capace di misurarsi con le peculiarità delle parti coinvolte: una regione secessionista filo-russa che sogna di riunirsi alla sorella del Nord; una superpotenza globale che parla di incapacità e parzialità del tribunale dell’Aia; una piccola repubblica post-sovietica, storica cerniera tra Europa ed Asia, che guarda alla grande famiglia euro-atlantica. Embed from Getty Images Fig. 4 – Una strada distrutta di Tskhinvali durante la guerra russo-georgiana dell’agosto 2008

Luttine Ilenia Buioni

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più Gli abitanti dell’Ossezia parlano una lingua iranica del ceppo persiano ed appartengono ad un gruppo etnico che ha probabilmente avuto origine dalla fusione di popolazioni nomadi, in particolare Sarmati ed Alani. Praticano in via prevalente la religione cristiana ortodossa, con una minoranza di fede islamica. L’unità politica di cui gli Osseti hanno goduto durante i primi anni del Novecento ha subito un primo drastico cambiamento nel momento in cui Stalin ha spartito l’Ossezia in una parte settentrionale, assegnata alla Federazione Russa, ed una meridionale, parte integrante della Repubblica Socialista Sovietica di Georgia.[/box] Foto di copertina di Jelger Groeneveld rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License
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Luttine Ilenia Buioni

Laureata in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi Roma Tre con una tesi in Diritto Penale Internazionale, ho completato il mio percorso di studi conseguendo un Master in Peace Building Management e successivamente l’abilitazione  per l’esercizio della professione forense. Coltivo il sogno di coniugare la passione per il diritto a quella per l’analisi geopolitica dello spazio post-sovietico. Un percorso che mi ha recentemente condotto a Yerevan, in Armenia, dove ho avuto l’opportunità di partecipare ad un programma del Consiglio d’Europa. Per Il Caffè Geopolitico mi occupo in particolare di Caucaso Meridionale ed Asia Centrale. In passato ho collaborato anche con Termometro Politico, l’Osservatorio di Politica Internazionale (OPI) e Mediterranean Affairs.