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In 3 sorsi Dopo decenni di solida alleanza, il rapporto tra Stati Uniti e Australia inizia a incrinarsi. La nuova presa di posizione sull’immigrazione, soprattutto sulla questione dei rifugiati, del Presidente Trump e una chiamata in particolare sono le cause di questo cambiamento

1. L’AUSTRALIA E L’IMMIGRAZIONE – Dopo un’intensa campagna per “fermare le navi” e una legge a punti sull’immigrazione tra le più rigide del mondo (spesso citata ad esempio dai “brexiters”), i Governi australiani di entrambi gli schieramenti hanno mantenuto una linea dura sulla politica migratoria. Come testimoniano gli eventi dell’isola di Nauru dove, secondo un report di Amnesty International, più di 1000 uomini, donne e bambini richiedenti asilo hanno subito maltrattamenti e violenze, questa scelta politica è portata avanti spesso anche a costo della tutela dei diritti umani. L’opposizione alla situazione attuale è portata avanti prevalentemente dal partito dei Verdi Australiani, mentre il Partito Laburista, pur criticando gli eccessi e le violazioni dei diritti umani, durante il periodo in cui era al Governo ha mantenuto una politica molto restrittiva sull’immigrazione; ancora meno favorevole a una politica di apertura è l’attuale coalizione Liberal-Nazionale che si trova al Governo.

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Fig. 1 – Una recente protesta in Australia per il trattamento dei rifugiati sull’isola di Nauru

2. L’ACCORDO E LA CHIAMATA DI TRUMP – Il Governo del Primo Ministro liberal-nazionale Malcolm Turnbull ha confermato il suo impegno a ridurre gli arrivi e per portarlo a termine aveva stipulato un accordo con l’ormai ex-Presidente Obama secondo il quale 1250 rifugiati sarebbero stati trasferiti negli Stati Uniti. Tutto ciò fino al 28 gennaio, quando il neo-Presidente Donald J. Trump ha escluso in maniera assoluta e definitiva un qualsiasi impegno dell’America nell’accoglienza di questi rifugiati. Tutto ciò è avvenuto durante un’intensa telefonata dove, dopo aver conversato con altri quattro leader di Stato (tra cui Vladimir Putin), il Presidente statunitense ha riagganciato improvvisamente la cornetta dopo venticinque minuti di chiamata per poi definire la conversazione con Turnbull come “di gran lunga la peggiore” dei suoi primi giorni alla Casa Bianca. La relazione tra i due alleati storici sotto Trump è quindi iniziata nel peggiore dei modi e da entrambe le parti non s’intravede alcuno spirito di collaborazione che possa cambiare nel futuro la situazione.

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Fig. 2 – Il Premier Malcolm Turnbull al “National Press Club of Australia”, febbraio 2017

3. NUOVE ALLEANZE – Dopo essere stato per lunghi decenni uno tra i più fedeli alleati degli Stati Uniti, e dopo aver seguito l’America in Iraq e in Afghanistan, l’Australia si trova per la prima volta davanti a un Presidente ostile. Questa nuova frattura, acuita dal fallimento del TPP decretato sempre da Trump, s’inserisce in un cambiamento già in atto dove l’appoggio militare degli USA si scontra con la realtà economica australiana in cui è forte la dipendenza dalla Cina. Il gigante asiatico è, infatti, il primo importatore di materie prime (in particolare carbone) e sono ingenti gli investimenti cinesi privati e non in Australia, non solo nel campo minerario ma anche nel mercato immobiliare. Anche se la sostituzione del legame storico con gli Stati Uniti con una nuova alleanza cinese appare pura fantasia, i recenti avvenimenti hanno contribuito allo spostamento già in atto dell’equilibrio politico-economico australiano.

Giovanni Tagliani

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

La legge australiana sull’immigrazione “a punti” assegna a ciascun richiedente un punteggio in base all’età, alla corrispondenza delle abilità personali al set di skills e professioni più richieste in Australia, all’occupazione ed esperienza, alla conoscenza dell’inglese e all’eventuale offerta di lavoro. Il tutto è calcolato e solo chi ottiene più punti può sperare di vedersi assegnato un permesso di soggiorno.

Dopo la tumultuosa telefonata con Turnbull, l’amministrazione Trump ha fatto parzialmente marcia indietro sull’accordo di ricollocazione dei rifugiati australiani, ma restano dubbi sul reale mantenimento degli impegni presi da Obama con il Governo di Canberra. [/box]

Foto di copertina di John Englart (Takver) rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

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Giovanni Tagliani

Nato a Ferrara nel 1995, fin da piccolo ho amato conoscere Paesi lontani e culture diverse.
Studio privatamente giapponese da quando ero alle scuole medie e mi piace parlare lingue diverse. Ho sempre avuto una passione per il Giappone ma con il tempo ho sviluppato un forte interesse per tutti i Paesi dell’Estremo Oriente, per la Scandinavia e per Canada e Stati Uniti. Mi interessano i temi ambientali, di costume, politici ed economici, infatti, ora studio economia all’Università di Bologna.
Ho un cane buffo di nome Argo, è molto ubbidiente, anche se abbaia spesso proprio quando prendo il mio caffè!

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