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Il ritorno dell’Orso nell’Hindu Kush: la Russia in Afghanistan

La Russia ritorna sui suoi passi. Quasi a voler esorcizzare lo spettro del cimitero che l’Afghanistan rappresentò per l’Unione Sovietica. Tra le montagne dell’Hindu Kush, Putin prova a giocare le carte del suo mazzo per stabilizzare la regione centro-asiatica. Regione che per il Cremlino ha un ruolo di primaria importanza, sia per un discorso inerente ai confini meridionali della Federazione che per questioni economiche

BENTORNATI IN AFGHANISTAN  La Russia è tornata in Afghanistan. O forse si dovrebbe dire che Kabul è rientrata nei pensieri del Cremlino. Sempre ammesso che la Russia abbia mai smesso di pensare al luogo che vide iniziare la fine dell’epopea sovietica. Ma se la Russia vuole davvero stabilizzare l’Asia Centrale una volta per tutte, ogni sforzo dovrà partire dalla terra che da quasi mezzo secolo non conosce più il significato della parola pace. Così, complice una serie di coincidenze storiche – parziale disimpegno statunitense, divampare del terrorismo di matrice islamica, il progetto cinese delle nuove Vie della Seta ecc – e il ritorno in grande stile della Russia sullo scacchiere internazionale, assistiamo a quella che sembra una riedizione del vecchio Great Game. E Mosca vuole essere protagonista anche questa volta. Per il momento ha cambiato radicalmente il suo approccio, improntato più sul soft power, memore del disastro a cui l’uso spropositato dell’hard power la condannò trent’anni fa. Non invia più in Afghanistan l’esercito, le sue unità corazzate o le sue divisioni aviotrasportate.

Fig. 1 – Un uomo si reca in visita al cimitero di al Qaeda, nei pressi di Kandahar. In questo luogo sono sepolte più di ottanta persone di provenienza araba, pakistana, cecena e nordafricana

Al contrario, invia i suoi diplomatici migliori che meglio di tutti conoscono la storia travagliata del Paese, potendo così destreggiarsi meglio della concorrenza. Sempre per rimanere fedele a questa dottrina, usa gli importanti alleati di cui dispone nella regione e fa orecchie da mercante con chi, come lei, ha interesse nel ristabilire pace e ordine nella zona. Vedi Pakistan e Cina. Provando così a giocare d’anticipo sull’Occidente, come accaduto in Siria. Magari per presentare un accordo, a fatto compiuto, che possa estromettere dall’Afghanistan gli Stati Uniti, la NATO o chi per loro. Un’impresa molto difficile da compiere, soprattutto alla luce del fatto che Mosca sembra aver puntato sul colloquio con i talebani per poter raggiungere l’obiettivo che la sua realpolitik le ha imposto. Addirittura senza coinvolgere il Governo di Kabul, almeno per il momento. Mentre Mosca, grazie all’aiuto di Pechino e Islamabad, intavola dunque colloqui di alto livello con i talebani, il Governo di Ashraf Ghani raggiunge un accordo di amnistia e di futura collaborazione con Hekmatyar e la sua fazione Hizb -i- Islami. Una mossa disperata. che può ricordare forse l’accordo che il Governo Rabbani concluse con lo stesso “macellaio di Kabul” poco prima che la capitale afgana crollasse sotto i colpi dell’artiglieria dei talebani nel 1996. Anche se oggi le circostanze sono completamente differenti rispetto ad allora e sembrano meno drammatiche, è bene ricordarsi che la storia, anche se non si ripete, a volte si somiglia. All’ombra di questi avvenimenti nell’Helmand ricompaiono campi di addestramento di al Qaeda, che nella regione si attesta sotto la sigla di AQIS (al Qaeda in the Indian Subcontinent ) e la presenza radicata di IS-Khorosan è accertata in ben 25 delle 34 province amministrative del Paese. Questo è un quadro generico del vespaio nel quale la Russia si sta ricacciando. Il cimitero degli Imperi.

RUSSIA – TALEBANI: CONVERGENZA D’INTERESSI   Cosa spinge i russi a sedersi al tavolo dei colloqui con i talebani? Perché il Cremlino, in Afghanistan, punta sul colloquio con una fazione islamista mentre in altri scenari – vedi Siria e Libia – sono la fazione da sconfiggere ? Interrogato su tali tematiche, l’Ambasciatore russo a Kabul, Alexander Mantytskiy, ha risposto ai giornalisti che talebani e russi condividono in Afghanistan lo stesso timore per la crescente influenza di IS-Khorasan, negando però che i due stiano attivamente collaborando. A dovere di cronaca va però ricordato che i colloqui tra talebani e russi sono iniziati all’incirca nel 2008, quando di ISIS in Afghanistan non vi era traccia. Il vero motivo per cui i due attori si trovano al tavolo dei colloqui è che entrambi vogliono che sul suolo afghano non vi sia presenza di truppe straniere, soprattutto a guida NATO o statunitense. Questo è il motivo principale per cui i due hanno iniziato questa liaison clandestina ma è anche vero che Daesh non sta facendo dormire sonni tranquilli ad entrambi. Chi per un motivo chi per un altro. In particolare i talebani vedono in IS-Khorasan un rivale che gli ha sempre portato via numerose risorse umane, logistiche e finanziare e i due gruppi sono generalmente ai ferri corti per il controllo del jihad in Afghanistan. In particolare, durante la breve reggenza dell’emiro Mansour, nomina che per i talebani si è rivelata un autentico boomerang, si è registrata la più grande defezione tra le fila dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan e molto dei membri sono poi confluiti nelle fila di IS-Kohorasan. Tra i motivi delle defezioni va sicuramente menzionato il tentativo intrapreso in quel periodo, da parte dei talebani, di sedersi al tavolo dei negoziati con il Governo di Karzai.

Fig. 2 – La provincia di Nangarhar è stata una delle prime province dove è stata accertata la presenza di IS-Khorasan. In questa immagine un membro dell’Afghanistan National Army (ANA) esce da una casa contrassegnata dalle bandiere dello Stato Islamico 

Nonostante l’incremento dei propri ranghi, il ramo afghano di Daesh trova ancora notevoli difficolta a radicarsi nel territorio. In primo luogo per una questione etnica e tribale. Infatti molti dei membri di IS-Khorasan attivi nel Paese sono di etnia tagika o centroasiatica, etnie che, nel particolare contesto afgano, sono da sempre in netta minoranza rispetto ai pashtun, che appoggiano – in maggioranza – i talebani. Secondo punto a sfavore degli uomini di al Baghdadi è il loro disegno di califfato internazionale, che non tiene minimamente conto delle istanze nazionaliste presenti nel Paese sin dall’invasione sovietica. Al contrario i talebani, nonostante la loro devianza fondamentalista religiosa, di origini comunque differenti rispetto a quella di al Qaeda o dell’ISIS, hanno sempre conferito un ruolo primario all’identità nazionale del Paese, conferendo infatti al loro gruppo il nome di Emirato Islamico dell’Afghanistan. Tuttavia, al netto delle difficolta riscontrate, gli uomini di  Daesh, soprattutto nell’ultimo periodo, stanno dimostrando una crescente disinvoltura nel raggiungere gli obiettivi prefissati nelle loro operazioni, come dimostra il recente attentato presso la Corte Suprema a Kabul. Se nei prossimi mesi qualche uomo di fiducia di al Baghdadi dovesse recarsi in Afghanistan a cercare di stringere accordi locali con alcuni dei tanti clan che popolano il Paese, proprio come accaduto nel Sinai tra ottobre e novembre 2016, potremmo assistere ad una escalation di violenza sia nei confronti del Governo che dei Taliban.

COME SI SVOLGONO I COLLOQUI E LE REAZIONI DEGLI ATTORI IN GIOCO – Come già detto, i colloqui tra Mosca e i talebani sono iniziati all’incirca nel 2008, quando la fiducia del Cremlino nei confronti della NATO e della Casa Bianca andava incrinandosi a seguito dell’invasione dell’Iraq e del riaccendersi delle ostilità in Georgia. E in questo periodo che nell’establishment russo si inizia a pensare all’idea di intraprendere un percorso alternativo per stabilizzare l’Afghanistan, complice da una parte la tipica “paura dell’accerchiamento” russa e dall’altra le difficoltà con la quale Stati Uniti e alleati perseguivano il loro disegno di pacificare il Paese. Secondo stime del Governo russo, confermate anche dalla Stanford University, il Governo Ghani allo stato attuale guadagna grazie al commercio illegale di eroina più di quanto avessero guadagnato i talebani nel loro periodo di reggenza tra il 1996 e il 2001. E il commercio illegale di droga è il grimaldello con il quale Mosca vuole aprire la porta dei negoziati con la fazione guidata dal Mullah Haibatullah Akhunzada. Se il Cremlino dovesse infatti strappare un accordo quadro con i talebani per limitare la proliferazione e il commercio di droga all’interno del Paese potrebbe presentarsi al tavolo dei negoziati con le altre potenze – regionali e non – decisamente con una marcia in più. Dietro ai colloqui con i talebani si cela l’uomo che in Russia conosce meglio di tutti l’Afghanistan, Zamir Kabulov. Inviato speciale in Afghanistan, curò le trattative che nel 1996 portarono alla scarcerazione di sei ostaggi tenuti dall’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

Fig. 3 – Posto di blocco davanti alla Corte Suprema di Kabul dopo il recente attacco suicida perpetrato dallo Stato Islamico, febbraio 2017

Le conoscenze di Kabulov hanno portato alla collaborazione tra Russia e talebani nello smantellare una cellula dell’ISIS attiva nella provincia di Kunduz, e tramite l’aiuto dei servizi di sicurezza tagiki sembra che Mosca riesca ad aggirare il blocco che impedisce la vendita di armi alla fazione islamista. Inoltre sembra che sia proprio in Tagikistan che si tengano i colloqui tra i due, come testimoniano le lamentele governative per i numerosi voli di elicotteri alla frontiera con la repubblica centro-asiatica. Il partnerariato tra i due potrebbe quindi diventare qualcosa di più, soprattutto se i talebani dovessero continuare a tenere sotto scacco Kabul a livello militare. Il risentimento russo per il sostegno degli “studenti” all’insorgenza cecena è ormai un lontano ricordo. Nella Shura di Quetta il riconoscimento del loro status di “attori imprescindibili” per stabilizzare definitivamente il Paese è stato chiaramente preso come un segno di buon auspicio. Le preoccupazioni di Washington e Kabul invece fanno da contraltare al benestare di Pechino e Islamabad a questi colloqui, che al momento, è bene ricordare, sono tutto tranne che formali.

IL COLLOQUIO A TRE CINA-PAKISTAN-RUSSIA – Il 27 dicembre scorso si è tenuto a Mosca il terzo colloquio tra i tre Paesi che aveva come oggetto del dialogo la pacificazione dell’Afghanistan. Russia e Cina, come membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, si sono impegnate ad una costante flessibilità che possa permettere di non escludere dal tavolo dei negoziati tutti gli attori imprescindibili per raggiungere l’obiettivo di stabilizzare il Paese. Tradotto, Pechino e Mosca si impegneranno ad escludere dal regime di sanzioni alcune persone che potrebbero facilitare l’inizio di un dialogo costruttivo tra Kabul e i talebani. I tre Paesi protagonisti del vertice, inoltre, auspicano che negli incontri futuri possa essere presente anche una delegazione del Governo afghano. È proprio l’assenza della delegazione governativa che è balzata agli occhi degli osservatori internazionali. Come sottolineato dal portavoce del Ministero degli Esteri Ahmad Shekib Mostaghni, un colloquio del genere senza la presenza di ufficiali governativi non presenta un quadro d’insieme realistico del Paese, complicando di conseguenza il raggiungimento di risultati tangibili che possano portare alla stabilizzazione dell’Afghanistan. Non solo. Altra assenza pesantissima in questo colloquio è stata quella degli Stati Uniti.

Fig. 4 – Gruppo di combattenti talebani nella provincia di Wardak a ovest di Kabul. 

Può essere credibile escludere Washington da questi colloqui nonostante la NATO schieri allo stato attuale circa 13000 unità nel Paese ? E ancora: accetterà l’India l’esclusione da questi colloqui ? Vedendo magari il sorgere di un Governo fortemente legato all’acerrimo rivale pakistano ? Queste domande a breve giro di posta dovranno trovare una risposta. Nonostante le gravi lacune, i colloqui in questione hanno però ormai sottolineato una realtà inequivocabile: qualsiasi futuro si prospetti o si voglia per il Paese, non si potrà prescindere dalla presenza dei talebani al tavolo delle trattative. A breve la fine dell’inverno porterà alla riapertura dei valichi di montagna. E la primavera potrebbe portare in dote una nuova offensiva talebana. Forse ancora più decisa, grazie al supporto, celato o meno, di attori esterni.

Valerio Mazzoni

Un chicco in più 

La scorsa primavera, complice anche l’elezione del nuovo Mullah Akhunzada, abbiamo assistito all’offensiva soprannominata dai talebani “Operazione Omari” in onore del defunto Mullah Omar. In attesa di una probabile nuova offensiva primaverile, sarà schierato nei prossimi mesi un contingente di circa duecento truppe a guida italiana nella provincia meridionale di Farah. 

Foto di copertina di Steven Green Photography rilasciata con licenza Attribution-NoDerivs License

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