histats
Home - Aree geografiche - Le ambizioni globali della Cina e la crisi del Mar Cinese Meridionale

Le ambizioni globali della Cina e la crisi del Mar Cinese Meridionale

Un mare strategico per il commercio mondiale e ricchissimo di risorse naturali, il Mar Cinese Meridionale,  diventa uno dei luoghi più contesi del mondo intero: in esso  la Cina sta giocando con il nuovo ruolo di potenza globale

UN IRENICO SOGNO ARMATO FINO AI DENTI – Il sogno cinese di dominio dei mari, veicolato come pacifista, in realtà viene accompagnato da un massiccio dispiegamento di forze militari per difendere in primo luogo gli interessi nel mare su cui la RPC esercita la propria sovranità, che ricevono nuova linfa, nel contesto della globalizzazione, da equilibri e legami secolari. Nel Grande Oceano del Sud, su cui si affacciano popolazioni forgiate da millenari commerci tra giungla e acqua, modellati in un’identità politica, religiosa, sociale ed etnica spiccatamente sincretica, l’oggetto del contendere non è costituito solo dalle isole, ma soprattutto da un mare ricchissimo di risorse naturali, petrolio ed idrocarburi. Queste acque, importanti per l’ecosistema marittimo e per il settore ittico, danneggiato dalla pesca intensiva cinese, costituiscono anche un nodo strategico del commercio mondiale, in cui transitano, passando dallo stretto di Malacca, beni per circa 5.000 miliardi di dollari, un terzo del commercio mondiale, oltre una quantità di risorse energetiche diciassette volte quella che attraversa il canale di Panama e sei volte quella che passa per il canale di Suez.

NINE-DASH LINE E SPRATLY – La RPC  rivendica, dal 1947,  la sovranità su quasi il 90 per cento del Mar Cinese meridionale, parte integrale del territorio cinese, delimitato dalla “linea dei nove punti” che si estende per centinaia di miglia a sud e ad est dalla provincia più meridionale, Hainan, sovrapponendosi alle acque territoriali di Vietnam, Brunei, Indonesia e Filippine. In questa zona si collocano due arcipelaghi, le Spratly, chiamate in cinese Nánshā Qúndǎo 南沙群岛, e le Paracel (Xīshā Qúndǎo 西沙群岛,) che non hanno mai costituito luoghi di approdo ma solo di transito delle merci provenienti dall’Ovest. La Cina rivendica il possesso delle prime fin dalla Dinastia Tang, ma dagli anni Settanta sono state occupate militarmente da Filippine e Vietnam creando acredini infinite, sfociate nel 1988 in scontri armati che costarono decine di morti. A partire dagli anni Novanta le Filippine reclamano la quasi totalità dell’Arcipelago per contiguità geografica al proprio territorio, ma tutti i Paesi che le circondano (Filippine,  Malesia, Vietnam,  Repubblica di Cina Taiwan e Brunei) rivendicano il possesso di qualche isolotto e quasi tutti ne presidiano militarmente qualcuno. Nel 2012 si è acceso uno scontro militare nello Scarborough Shoal, un atollo a sud, che Cina e Filippine considerano sotto la propria sovranità per il nodo strategico che rappresenta e la ricchezza di risorse di cui abbondano le acque circostanti. In particolare, la Cina ha costruito basi militari a difesa della sicurezza nazionale e le Filippine hanno modernizzato le forze armate sotto l’egida americana, derivante da un trattato del 1951. L’acme di queste diatribe è stato raggiunto con la costruzione sopra scogli sommersi di intere isole artificiali, che fungono da basi militari per una grande rotazione della flotta aerea e dei più nuovi bombardieri.

Fig. 1 – L’isola di Taiping, parte dell’arcipelago della Spratly nel Mar Cinese Meridionale

PARACEL –  Liberate dai cinesi durante la Seconda Guerra Mondiale, anche le isole Paracel (Paracelso in italiano) sono state oggetto di un aspro scontro militare nel 1974 con il Governo di Saigon. Tornate sotto il controllo della RPC, sono rivendicate da Vietnam e Taiwan. Di recente il Governo di Pechino ha installato una piattaforma petrolifera (poi rimossa) e dei missili terra-aria, che rappresentano una pericolosa minaccia per il Vietnam che, quasi per nemesi storica, ha stilato accordi con la Russia, volti allo sfruttamento congiunto, tra cui quello con Gazprom, che Pechino non ha contestato, ottenendo in cambio un contratto nel 2016 per la fornitura da parte russa di  30 milioni di tonnellate di greggio e 38  miliardi di metri cubici di gas, pagati 400 miliardi di dollari … in yuan! In queste dispute si inserisce anche la questione dello stato di Sabah, il Borneo settentrionale, molto popoloso, ricco di idrocarburi, annesso alla Malesia ma filippino (come le Spratly malesi): tutti questi contrasti rimangono però sotto traccia, per il forte partenariato economico. L’Indonesia, dal canto suo, che da molto tempo non sollevava questioni territoriali sebbene le isole Natuna, nodo strategico del commercio globalizzato, vengano ricomprese nelle carte cinesi, ha organizzato esercitazioni navali, mentre anche il Vietnam sta procedendo alla militarizzazione di alcune aree.

SENKAKU – I confini marittimi vengono ridisegnati anche nel Mar Cinese Orientale rivendicando le Senkaku, a nord-est di Taiwan, costituite da otto isolotti e scogli, noti in Cina come Diàoyútái 钓鱼台 o diàoyúdǎo 钓鱼岛, collocate entro le 24 miglia nautiche a sud del mare territoriale del Giappone, lungo una delle più trafficate rotte commerciali del mondo. Il Paese del Sol Levante se ne impossessò col Trattato di Shimonoseki che concluse la prima guerra sino-giapponese del 1894-1895 e dal 1971 vi esercita nuovamente la sovranità, dopo la parentesi americana. Il Governo cinese sostiene che le Senkaku siano parte del proprio territorio sin dal 1534, e che, come prevedeva la Dichiarazione di Potsdam, dovevano tornare alla Cina. Dal 2012 la diatriba si è riaccesa, nonostante gli intensi rapporti commerciali tra i Paesi coinvolti, quando alcune navi del Governo cinese hanno attraversato il tratto di mare, che il Giappone, difeso dai bombardieri B52 americani, considera territoriale, rivendicando anche il controllo dello spazio aereo. In questo nodo geopolitico si inserisce anche Taiwan, che rivendica oltre le Senkaku anche alcune Spratly (le isole di Pratas e Itu Aba), nella veste di ipotetico corridoio logistico tra la RPC ed i Paesi rivieraschi.

LA CONVENZIONE DELLE NAZIONI UNITE SUL DIRITTO DEL MARE – Antichi contrasti e moderne polemiche vengono reinterpretati dopo la firma, nel 1982, della Convenzione sul Diritto del Mare (United Nations Convention on the Law of the Sea – UNCLOS) che prevede, oltre i confini segnati dal mare territoriale, inteso come la fascia di mare costiero equiparata al territorio dello stato, il controllo esclusivo delle risorse del sottosuolo e delle acque sovrastanti nell’ambito della zona economica esclusiva (artt. 55 e ss. della Convenzione di Montego Bay), che si estende fino a 200 miglia marine dalla costa cioè dalla linea di base del mare territoriale, e quelle della piattaforma continentale (artt. 76 e ss.), costituita dal suolo marino contiguo alle coste, profondo circo 200 metri prima di precipitare negli abissi. Lo Stato costiero, detentore della sovranità in relazione all’uso di tali ricchezze, deve però consentire la navigazione e il sorvolo della zona e la posa di condotte e di cavi sottomarini. Nel caso i cui i confini siano misurati da isole artificiale o scogli o elevazioni a bassa o alta marea, il raggio viene delimitato a 12 miglia. Alla Convenzione non ha fatto seguito però un codice multilaterale di condotta e di risoluzione delle controversie che ha determinato latenti tensioni nel Sud-est asiatico e frequenti crisi bilaterali, aggravate spesso dall’asimmetria del potere militare, economico e politico della RPC.

Fig. 2 – Giovani filippini scrivono su una spiaggia “China Out” durante una protesta contro le pretese di Pechino nel Mar Cinese Meridionale, dicembre 2015

LA CORTE PERMANENTE DI ARBITRATO – Le questioni delle isole si sono poi ulteriormente complicate da quando le Filippine hanno adìto nel 2013 la Corte Permanente di Arbitrato presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja che, il 12 luglio 2016, ha stabilito non fondate le pretese cinesi di estensione della propria sovranità sulle isole del Mar Cinese Meridionale, stigmatizzando, tra l’altro, i danni ambientali causati dalla costruzione di diverse isole artificiali in un fragile ecosistema, le cui risorse sono indispensabili per il sostentamento delle popolazioni rivierasche. La sentenza non è stata accolta dal Governo della RPC, che ritiene escluse dalle procedure di arbitrato obbligatorie la delimitazione delle acque territoriali e le attività militari, in base ad un’interpretazione dell’articolo 298 della Convenzione del 1982. Inoltre la Cina veicola le proprie azioni militari nel Mar Cinese come improntate ad una logica di sicurezza e non di militarizzazione,  a difesa anche delle numerose comunità d’oltremare (huáqiáo 毕 侨), che costituiscono l’ungrounded empire, esportatore di cultura cinese, che si picca di  offrire, attraverso la costruzione delle isole artificiali, prodotti e servizi di pubblica utilità quali il miglioramento della ricerca e salvataggio in mare, la prevenzione, l’osservazione meteorologica, la conservazione ecologica ed anche sicurezza della navigazione.

CINA E ASEAN – Intense attività negoziali sono state promosse, dopo la sentenza, nel timore di spiacevoli ripercussioni per la libertà di navigazione e di sorvolo nella regione del Mar Cinese Meridionale. La stessa Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud-Orientale (ASEAN) sembra in fase di superamento della primigenia finalità di deterrenza in funzione anti-comunista, per cui era stata costituita nel 1967, per prefigurare nuovi orizzonti strategici, attenti alla dimensione economica tra i Paesi membri ed i terzi, che mettono in qualche modo in discussione l’equilibrio imposto dagli Stati Uniti. In questo quadro emerge l’importanza delle prime esercitazioni navali svoltesi nel Mar Cinese Meridionale tra la Marina russa e quella cinese, nell’ambito del Joint Sea 2016. Una redistribuzione di potere nella regione viene infatti auspicata anche da Putin. Nel corso dell’East Asia Summit (EAS) del settembre 2016 che riunisce l’ASEAN con le altre potenze dell’Asia-Pacifico (India, Giappone, Usa e Cina), si sono cercate strade diverse per una nuova sicurezza asiatica comune, comprensibile, congiunta e sostenibile,  in linea con i risultati del vertice APEC(Asia Pacific Economic Cooperation) tenutosi a Lima nel novembre 2016, unico foro multilaterale in cui sono presenti oltre alla RPC anche la ROC (Taiwan) e Hong Kong, per una cooperazione sempre più stretta per il libero commercio, che dovrebbe sfociare in un mercato comune del Sud-est asiatico.  In questa ottica il ruolo che potrebbe rivestire il nuovo Presidente delle Filippine Duterte, che ha interrotto le esercitazioni militari con gli USA, con lo scopo di costruire una nuova politica di rebalance, non pare di poco conto.

Fig. 3 – Manifestazione di protesta nelle Filippine contro la decisione della RPC di includere nei propri passaporti elettronici la cd. “mappa dai nove tratti” che delimita le frontiere cinesi ricomprendendovi tutti i territori contesi con gli altri Stati dell’Asia orientale, novembre 2012

LA STRATEGIA DI GRANDE POTENZA – Il Governo di Pechino sta ancora una volta superando la visione limitata al quadrante asiatico per rivolgersi di nuovo, dopo mezzo millennio, verso le coste africane, grazie al supporto e alla difesa di una marina militare efficiente e multifunzionale, per proteggere le linee di comunicazione ed ampliare sempre più la propria influenza economica. In quest’ottica ha inviato la propria flotta fino al Golfo di Aden contro la pirateria, partecipando ad esercitazioni navali congiunte e preparandosi a varare la seconda portaerei della propria marina, costruita interamente in Cina. La base acquistata a Gibuti rappresenta un ulteriore tassello per un Paese che si presenta come partner commerciale principale della quasi totalità dei paesi africani, per i quali ha stanziato aiuti per 60 miliardi di dollari.

LA SFIDA TRUMP – A fronte di ciò l’elezione di Trump alla presidenza degli USA mette, per la prima volta dal secondo dopoguerra, in discussione la politica americana di “potenza residente” che vede un massiccio impegno della VII flotta nell’altra sponda del Pacifico e nelle missioni di pattugliamento e di sorvolo che hanno finora arginato l’assertività di Pechino. Il definitivo abbandono della strategia di contenimento dell’Impero del Centro, il pivot to Asia di Obama e della Clinton, coniugato con il rinnovato interesse navale del Governo di Xi Jinping, potrebbe consentire alla Cina quel riequilibrio marittimo che, attingendo dal retaggio storico Ming quell’elemento di continuità necessario a giustificare un cambio di strategia epocale, le permetterebbe di assurgere veramente al ruolo di superpotenza globale. I primi discussi provvedimenti dell’amministrazione Trump, che stanno scolorendo il ruolo internazionale del sogno americano, intriso degli ideali della democrazia, potrebbero diventare la spinta propulsiva per questa nuova, ultima corsa di un nuovo Impero Celeste, anzi Blu, come il cielo di Pechino durante il vertice APEC…

Elisabetta Esposito Martino

Un chicco in più

Composto da una quindicina di isole e isolette, l’arcipelago delle Spratly deve il suo nome attuale al capitano britannico Richard Spratly, che visitò l’area nella prima metà dell’Ottocento.

Foto di copertina di manhhai rilasciata con licenza Attribution License

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *