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Oltre clamore, stupore, sorprese e polemiche per il Nobel per la Pace al Presidente americano Barack Obama, il bilancio dei primi nove mesi di politica estera obamiana mostra come, al di là dell’immagine e dello stile, non vi sia stato alcun taglio radicale con la politica estera di Bush. E New Statesman, settimanale di sinistra britannico, lo rappresenta così

 

NOBEL, PERCHE’? – Questione di stile. Lo stile Barack, quello che ha ammaliato il mondo intero in campagna elettorale nel 2008, continua ad affascinare. Nel confronto con Bush, quest’ultimo ne esce in modo quasi impietoso. Il ritorno dichiarato al multilateralismo, l’immagine di una nuova America, di una nuova epoca pronta a nascere, hanno spazzato via antiamericanismi vari, reticenze e condanne di chi ha dipinto Bush come il male assoluto, simbolo di chi, con il suo unilateralismo sconsiderato, ha trasformato gli Stati Uniti in un grande ranch texano.Queste le immagini. E fin qui nulla da dire, tutto vero. Il modo di porsi di Obama, i toni e le disponibilità a trattare, appaiono radicalmente diversi da quello del suo predecessore. Tanto per fare un esempio, non ci saremmo mai potuti aspettare un discorso come quello tenuto al Cairo da parte di George W. Bush. E lo stile conta, ci mancherebbe. Ma non si può giudicare una politica estera solo su quello. E se il contenitore è radicalmente opposto, non si può dire la stessa cosa del contenuto della politica estera di Obama rispetto a quella di Bush.

 

I FATTI – Vediamo qualche esempio specifico. Sul fronte Iraq, nessun soldato è ancora rientrato a casa. Ventimila soldati sono stati spostati sul fronte afghano, e, attualmente, di ritiri proprio non se ne parla. Il calendario dell’amministrazione Bush prevedeva un “tutti a casa” per il 2011. Obama invece ha deciso di mantenere anche per quella data un numero di soldati tra le 30 e le 50 mila  unità, per coadiuvare e sostenere le forze di sicurezza locali.  In Afghanistan vi è stata un’escalation militare. Obama ha inviato 34 mila soldati in più (di cui 13 mila senza comunicarlo, così come ha scoperto in questi giorni il Washington Post, sebbene questi abbiano compiti civili e non militari e di combattimento sul campo), e proprio in questi giorni sta valutando se aumentare di altre 40 mila unità le truppe americane sul luogo. Dunque, nessuna riduzione di truppe, nessun disimpegno da un conflitto definito “guerra giusta” dal neo Nobel per la pace. Inoltre, fatto pressochè sconosciuto in Italia, Obama ha esteso e ampliato le operazioni belliche in Pakistan, attualmente la base più solida di Al Qaeda. Da gennaio ad oggi, 43 attacchi missilistici sui villaggi tribali pachistani, e 464 morti, 90 solo in un bombardamento ad un funerale di un leader talebano. E ancora: la promessa di chiudere Guantanamo entro l’anno non sarà mantenuta, così come è già stato dichiarato dall’amministrazione Obama. E proprio appena prima che gli venisse assegnato il Nobel, Obama aveva comunicato di non voler incontrare il Dalai Lama, per non irritare la Cina, partner sempre più strategico, quando a suo tempo il Presidente Bush l’aveva accolto con i più alti onori.

 

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MITO VS PRESIDENTE – Tutte queste osservazioni non vogliono dimostrare che è sbagliato premiare Obama con il Nobel per la pace. Non è questo il punto importante. A proposito, può bastare anche il solo commento tagliente dell’Economist: “Non si applaude mai il tenore quando si schiarisce la voce”. Le cose più importanti sono altre. Innanzitutto, è bene sottolineare come il “mito” Obama, l’arringatore di folle della campagna elettorale al grido di “Yes, we can!”, ad una visione attenta appare profondamente diverso dal Presidente Obama, che in più occasioni ha dimostrato di fare grandi concessioni alla realpolitik. Sia chiaro: questo è tutt’altro che un giudizio negativo sulle politiche obamiane. Anzi, decisioni contrarie nelle arene più insidiose sarebbero state assai pericolose. Stravolgere tutte la linee direttive di politica estera dell’amministrazione precedente (ad esempio, non prendendo di petto la questione afghana) avrebbe comportato scenari devastanti. Affermare che Obama non si sarebbe meritato il Nobel per la Pace non vuol dunque dire bocciare le sue politiche. Di fatto, nove mesi dopo, di quanto promesso (dialogo con Iran e Nord Corea, mondo deneuclearizzato, impegno forte contro il surriscaldamento globale) non si vede ancora nessun frutto. L’Iran ha represso nel sangue l’opposizione, ha condotto test missilistici e continua ad arricchire uranio, anche in strutture segrete scovate dai servizi occidentali. Il Pentagono, intanto, intensifica la produzione di bombe anti bunker, inutili in Iraq e Afghanistan ma decisive contro i siti nucleari iraniani. E la Corea del Nord ha condotto diversi test nucleari missilistici. Di pace, insomma, se ne è vista pochina. Ma Obama è solo all’inizio. Certo, però, al di là dell’immagine di Bush male assoluto e di Obama Messia salvifico, piaccia o no va detto che quest’ultimo non sta affatto stravolgendo la politica estera del predecessore. La copertina di New Statesman è senza dubbio brutale. Ma non si può dire che non sia efficace.

 

Foto: in alto, una curiosa elaborazione grafica dà vita a… “Obushama”

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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