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Il 2017 per l’America latina: un altro anno di crisi economica?

In 3 sorsi In questo 2017, il panorama per le economie dell’America latina è contrassegnato da tenui segnali di crescita e persistenti debolezze sistemiche, aggravate dalla politica protezionistica della nuovo governo USA. Sarà ancora crisi? 

1. CRISI ECONOMICA E POLITICA – Dopo i difficili anni ’90, caratterizzati da crisi economiche e spettacolari bancarotte, negli anni 2000 l’America latina ha generalmente conosciuto un periodo di forte crescita economica, generata dall’aumento del prezzo dei beni agricoli e minerari. A questo si sono aggiunti anche corposi investimenti da parte dei Paesi asiatici, in primis Cina, che hanno permesso ai Paesi latinoamericani di espandersi  anche su nuovi mercati. Le ricchezze accumulate hanno aiutato i governi a rimanere al potere e ad applicare anche una serie di misure per la riduzione della povertà e della disuguaglianza, che hanno riscosso risultati contrastanti. Quando però, con la crisi economica del 2008 ed il rallentamento della Cina del 2013, il periodo di vacche grasse è bruscamente terminato, molti Paesi si sono trovati con bilanci in deficit e disoccupazione e povertà in aumento, senza peraltro avere strategie per invertire la tendenza. Per gran parte dei Paesi dell’America latina, infatti, il 2016 è stato un anno segnato da recessione economica, calo degli investimenti internazionali ed un generale impoverimento della popolazione.
Lo scontento per i deludenti risultati economici è stato in gran parte la ragione dietro alle numerose sconfitte elettorali dei partiti “populisti” al governo. Tra questi spiccano l’Argentina, dove il candidato del partito di governo Scioli è stato battuto da Mauricio Macri, ed il Brasile, dove l’impeachment della presidente Dilma Rousseff ha portato al potere il vice-presidente Michel Temer, molto più vicino alle teorie del liberismo rispetto all’ex-leader. Anche nei Paesi dove l’economia ha resistito meglio, ed anzi ha registrato buoni tassi di crescita, i presidenti in carica o sono stati bocciati alle urne, come nel caso del Perù, oppure hanno prospettive di rielezione molto scarse, come nel caso di Messico e Cile.

Fig.1 – Un campo di soia in Brasile, una delle esportazioni che più sono cresciute negli ultimi anni.

2. UNO SGUARDO PIÙ DA VICINO – Uno sguardo al panorama economico dei principali tre Paesi dell’America latina presenta uno scenario non esattamente positivo.
In Messico, nel 2016 l’economia è cresciuta del 2,2%, una cifra inferiore del previsto ma comunque rispettabile, soprattutto se paragonata a quelle degli altri Paesi. Questo risultato tuttavia è stato raggiunto in buona parte grazie a politiche di austerità ed aumento dei prezzi dei beni di consumo, che hanno causato un diffuso malessere popolare. L’ultimo mese, per esempio, un aumento del prezzo della benzina ha causato imponenti proteste in tutto il Paese. Per questi motivi, nonostante la crescita economica, la maggior parte della popolazione boccia l’operato del presidente Pena Nieto, il cui tasso di approvazione è crollato al 12%.
In Argentina, le politiche del governo Macri per ridurre il deficit pubblico hanno portato ad un aumento dei livelli di povertà della popolazione, mentre l’inflazione continua ad aggirarsi su tassi del 40%, molto più alti di quelli previsti. Per migliorare le prospettive economiche del Paese, Macri ha cercato di creare un clima interno favorevole agli investimenti. Uno dei suoi successi, aiutato anche dall’aumento del prezzo del petrolio, è stato la firma di un contratto tra la compagnia petrolifera di bandiera, la YPP, e Chevron per lo sfruttamento dell’enorme giacimento di gas da scisti di Vaca Muerta, nel sud-ovest del Paese.
Anche per il Brasile il 2016 è stato un anno di crisi economica, aggravata anche dal cataclisma politico che ha investito buona parte della classe politica del Paese, annoverando tra le sue vittime più illustri la stessa ex presidente Dilma Rousseff. Il nuovo presidente Temer ha varato un rigido piano di aggiustamento economico per ridurre la spesa pubblica. Tra le misure più draconiane, spicca certamente il limite costituzionale alla spesa pubblica per vent’anni, a cui si sono aggiunte altre misure per agevolare l’accesso al credito e ridurre il peso della burocrazia. Nonostante la situazione estremamente critica del gigante oro-verde, caratterizzato da un debito pubblico in aumento ed una disoccupazione che colpisce 12 milioni di brasiliani, queste misure sembrano aver avuto un qualche effetto, seppur minimo. In particolare si è registrato un calo dell’inflazione, scesa al 6%, rispetto al 10% dell’anno precedente, mentre per il 2017 le stime danno l’economia brasiliana in crescita dello 0,5%, dopo due anni di caduta.

Fig.2 – Il presidente brasiliano Temer insieme al ministro delle Finanze Henrique Meirelles mentre annunciano nuove misure economiche.

3. TEMPESTE IN VISTA – Nonostante questi positivi, seppur deboli, segnali, le prospettive di crescita continuano a rimanere soggette a rischi esterni tipici delle economie votate all’esportazione di materie prime (in particolare volatilità dei mercati, politiche commerciali dei Paesi importatori, tassi d’interesse, etc…). Le ultime valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, per esempio, hanno rivisto al ribasso le stime di crescita della regione, passate a 1,2% rispetto all’1,6% dell’ottobre passato. Una delle principali cause di incertezza è indubbiamente la politica commerciale del neo-presidente USA Donald Trump. Pur essendo celebre per le sue dichiarazioni spesso contraddittorie, il presidente Trump è stato costante nella sua critica al sistema di libero scambio, ventilando anche una futura introduzione di dazi e tariffe punitive. La conferma di Peter Navarro, economista noto per le sue posizioni protezionistiche ed anti-cinesi, alla carica di Direttore del Consiglio del Commercio Nazionale non fa che rafforzare l’ipotesi di un drastico cambio di rotta nelle politiche commerciali USA. Il Paese destinato a soffrire di più è certamente il Messico, la cui economia è profondamente collegata a quella USA. Solo negli ultimi giorni, la Casa Bianca ha annunciato di essere intenzionata a rinegoziare il NAFTA, ed ha ventilato l’ipotesi di imporre un dazio del 20% su tutte le importazioni provenienti dal suo vicino meridionale.

Fig.3 – Proteste in Messico contro Trump.

Al di là del Messico, tuttavia, tutti i Paesi dell’America latina sono destinati a risentire pesantemente della nuova politica commerciale USA, soprattutto quelli che più hanno puntato sul libero commercio. Per fare un esempio, già il 23 gennaio infatti, esattamente tre giorni dopo il suo insediamento, il presidente Trump ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal TPP, il pervasivo accordo commerciale che, tra gli altri, riuniva anche tre Paesi dell’America latina (Cile, Perù e Messico). Oltre a Trump, ad incidere negativamente sul futuro economico dell’America latina c’è anche la possibilità, sempre più concreta, che la FED aumenti i tassi di interesse sul dollaro, una decisione che farebbe aumentare il valore della valuta USA. Oltre ad indebolire la richiesta di materie prime, che diventerebbero più costose, una tale decisione farebbe aumentare anche il valore del debito di gran parte dei Paesi di quest’area, solitamente espresso in dollari.
In definitiva dunque, il panorama generale della regione appare molto incerto. L’alta volatilità dei mercati e le pesanti incognite sul comportamento del nuovo inquilino della Casa Bianca rischiano di nullificare i già deboli segnali di crescita economica, con il rischio di rendere il 2017 nulla più di un altro anno di crisi.

Umberto Guzzardi

Un chicco in più

Al contrario dei Paesi precedentemente elencati , nel 2016 l’America centrale ha fatto registrare elevati tassi di crescita economica. El Salvador: 2,4; Costa Rica: 3,3; Honduras: 3,5; Nicaragua: 4,4 ed infine Panama: 6.0%.

 

Foto di copertina di Agência Brasil rilasciata con licenza Attribution License

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