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Parlamento UE a Popolari e Tajani: cosa cambia?

Il candidato italiano del PPE ha battuto nettamente l’esponente socialista Gianni Pittella aggiudicandosi la presidenza del Parlamento Europeo. L’elezione segna la fine della grande coalizione europeista proprio in un momento cruciale per l’Unione. La sinistra del vecchio continente conferma di essere in (grave) difficoltà

IL VOTO – Martedì 17 gennaio si è svolta l’elezione del nuovo presidente del Parlamento Europeo (vedi il chicco in più). Antonio Tajani, esponente di Forza Italia (di cui è stato uno dei fondatori) e candidato del PPE (Partito Popolare Europeo), ha prevalso al ballottaggio finale, dopo tre scrutini senza vincitori, con 351 voti. Gianni Pittella, europarlamentare del Partito Democratico ed esponente di spicco dei socialisti europei (S&D) non è riuscito ad andare oltre i 282 voti, evidenziando l’incapacità dei progressisti del vecchio continente di allargare il proprio campo. Tajani invece non solo si è assicurato il supporto dell’ALDE (i liberal-democratici) ma è anche riuscito a strappare il sostegno dell’ECR (gruppo conservatore euroscettico che include tra gli altri anche i Tories britannici e la destra polacca). Questo gli ha permesso di vincere la sfida e di sostituire il socialista tedesco Martin Schulz come presidente dell’Europarlamento.

Fig.1 – Il nuovo Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani

I CANDIDATI – I candidati principali e più quotati erano Tajani e Pittella ma tutti i gruppi politici presenti nel Parlamento Europeo hanno presentato una propria proposta. Tuttavia l’unico che aveva una seria possibilità di inserirsi tra i due favoriti era Guy Verhofstadt, il leader e candidato del gruppo liberaldemocratico. Verhofstadt, pur mancando l’obiettivo principale, non ha rinunciato a diventare l’ago della bilancia di quest’elezione e ha infine ottenuto un discreto successo. Il giorno dell’elezione, infatti, il leader liberale ha annunciato il ritiro della propria candidatura e il sostegno dell’ALDE a Tajani, con ciò aprendo la strada alla vittoria del popolare e rendendo praticamente impossibile il successo di Pittella. La sua mossa ha permesso ai liberaldemocratici di aumentare la propria importanza all’interno dell’Europarlamento e di sperare legittimamente in eventuali contropartite da parte dei popolari.

Fig.2 – Il leader dell’ALDE Guy Verhofstadt

LA ROTTURA DELLA GRANDE COALIZIONE…– L’elezione di Tajani mette fine alla grande coalizione europeista che almeno dalle ultime elezioni europee del 2014 (ma in realtà da molto prima) ha retto le sorti delle istituzioni europee in modo quasi consociativo. La vittoria del candidato popolare porta infatti il PPE ad egemonizzare i vertici delle tre istituzioni principali dell’UE (Commissione, Consiglio Europeo e Parlamento). Una situazione che i progressisti europei non ritengono accettabile. Popolari e socialisti si accusano a vicenda per la rottura della maggioranza. La fine delle larghe intese continentali è dovuta però in gran parte alle beghe politiche interne agli Stati membri e soprattutto all’avvicinarsi delle elezioni legislative in Germania: l’eventuale contributo dei popolari di Berlino all’elezione di Pittella – italiano, di sinistra e molto critico nei confronti dell’austerity di marca teutonica – sarebbe stato difficilmente digeribile per l’opinione pubblica tedesca (e soprattutto per gli elettori del centrodestra).

…E LE SUE CONSEGUENZE – La rottura rimette in gioco le altre due poltrone di peso del mondo UE: quella di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione, e quella di Donald Tusk, presidente del Consiglio Europeo. Il primo, però, viene sostenuto dagli eurosocialisti, che, nonostante la differente affiliazione politica, apprezzano la sua linea politica relativamente indipendente soprattutto sulle questioni economiche. Il secondo d’altra parte è sotto l’ala protettiva di Angela Merkel, vera domina dei popolari europei, disponibile invece, se necessario, a sacrificare Juncker senza troppe lacrime proprio per la stessa ragione per cui è difeso dai socialisti. Insomma la confusione non è poca. Tanta è l’incertezza anche nel Parlamento Europeo. La maggioranza PPE-S&D si è spaccata, ma all’orizzonte non si vedono alternative. I popolari potrebbero governare l’aula insieme ai liberaldemocratici e ai conservatori. Ma i numeri sono risicati e i partners tutt’altro che affidabili. Basti pensare, ad esempio, al fatto che la lealtà dei conservatori britannici alla linea PPE-ALDE sarebbe probabilmente condizionata dalla richiesta di pesanti contropartite nell’ambito dei negoziati sull’uscita di Londra dall’Unione. Un’opzione politicamente indigesta ai liberaldemocratici (ma anche a diversi popolari). Inoltre le sfide che attendono l’Unione, Brexit in primis, dovrebbero essere affrontate (anche) nell’Europarlamento con numeri e capitale politico ben superiori a quelli che i popolari da soli possono offrire. Il rischio altrimenti è quello di rendere irrilevante il Parlamento Europeo, l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini dell’Unione, proprio in un momento in cui l’UE ha un disperato bisogno di porsi in sintonia con l’elettorato europeo.

Fig.3 – Da sinistra Martin Schulz, Donald Tusk e Jean-Claude Juncker

UN’ALTRA SCONFITTA PER LA SINISTRA EUROPEA – Per la sinistra europea il 2017 inizia comunque come si era concluso il 2016: con una (bruciante) sconfitta. Difficile infatti non vedere il collegamento tra la progressiva marginalità degli eurosocialisti a Strasburgo e a Bruxelles e la sconfitta domestica di Matteo Renzi, che, dopo la “delusione” Hollande, era diventato il leader morale dei progressisti del vecchio continente (oltre che “azionista” principale del gruppo socialista all’Europarlamento). L’anno appena iniziato si annuncia ancora più impervio di quello da poco trascorso, che già non è stato certo avaro di sconfitte per la tradizionale sinistra europea. Innanzitutto si ritiene quasi scontato che le elezioni presidenziali francesi riserveranno ben poca soddisfazione ai socialisti transalpini, i quali, viste le attuali condizioni, rischiano di andare incontro ad una disfatta di proporzioni storiche. Inoltre è altrettanto scontato che le elezioni federali previste quest’autunno in Germania ben difficilmente vedranno trionfare i socialdemocratici tedeschi, negli ultimi anni condannati a fare da stampella ad Angela Merkel. Un ruolo umiliante per una formazione politica che ha fatto la storia della sinistra (non solo) europea. Il rischio concreto è che, dopo aver perso tutte le tre Presidenze dell’UE, i socialisti si ritrovino anche senza nessun loro esponente alla guida di uno dei principali Stati membri. Sono ormai lontani i tempi in cui, tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, proprio all’apice dell’esperimento comunitario, i progressisti controllavano i Governi di quasi tutti i Paesi europei e facevano la parte del leone nella spartizione delle poltrone comunitarie. Sarà poi un caso che la crisi della sinistra del vecchio continente e quella del progetto d’integrazione europea abbiano proceduto e procedano di pari passo?

Davide Lorenzini

 

Un chicco in più

Il Parlamento Europeo ha sede a Strasburgo e viene eletto a suffragio universale dai cittadini di tutti i Paesi membri dell’UE. Da quando nel 1979 è stata introdotta l’elezione diretta dei membri dell’Assemblea, l’Europarlamento è diventato l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini. Questo gli ha permesso di accrescere la sua importanza nel sistema dell’UE, diventando spesso propulsore dell’integrazione europea. Al tempo stesso, tuttavia, il Parlamento Europeo deve costantemente difendere le sue prerogative nei confronti degli Stati membri, che non hanno mai visto i suoi poteri (e soprattutto la sua tendenza federalista) di buon occhio.

Foto di copertina di UE en Perú rilasciata con licenza Attribution Licens

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