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Dopo Fidel, Cuba libre?

Il Giro del Mondo in 30 Caffè 2017 – Con la morte di Fidel Castro e le progressive aperture al mercato di Cuba, sembra essersi chiusa un’epoca. Eppure la storia dell’isola caraibica è irriducibile a facili previsioni. Nonostante le difficoltà economiche, la condivisione di esperienze regionali ostili al liberalismo economico può aprire nuovi e imprevedibili scenari. 

CUBA, UN COMUNISTA IN SALA? – È celebre l’aneddoto secondo cui Fidel Castro avrebbe chiesto, durante una riunione dirigenziale nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione, se ci fosse un economista in sala. Che Guevara, distratto dai dibattiti con gli altri compagni e capendo “comunista” anziché “economista”, alzò convintamente la mano. Fidel lo nominò allora immediatamente direttore della Banca Nazionale, incarico per cui il medico argentino aveva evidentemente ben poche competenze. Questo episodio grottesco, di dubbia veridicità, presenta bene l’anomalia cubana: un improvvisato esempio di socialismo straccione, secondo alcuni, un’insuperata esperienza di creatività economica e sociale, secondo altri. Nel mezzo di queste posizioni estreme, intrise di nocive tendenze manichee, si aprono ampi spazi per condurre un’analisi che aiuti realmente a capire cosa Cuba ha rappresentato, quali risultati può vantare oggi e, soprattutto, cosa potrà diventare in futuro.

Fig. 1 – I simboli della rivoluzione sono ancora ampiamente presenti per le strade de L’Avana

COSA HA RAPPRESENTATO CUBA – Per comprendere lo scenario attuale e ipotizzarne gli sviluppi futuri bisogna partire dal presupposto che, comunque la si veda, Cuba non è un Paese normale. Quando il primo gennaio 1959 una manciata di barbudos, soprannome dato dalla stampa dell’epoca a Castro e compagni, rovesciò il regime di Fulgencio Batista dopo anni di guerriglia, era già delineato un percorso di inconsapevole eccezionalità. La scelta, presa da lì a poco, di nazionalizzare le terre e le proprietà straniere ha reso definitiva la decisione di organizzare il sistema economico su basi socialiste, con l’auspicio di essere una scintilla nella polvere da sparo della miseria latinoamericana. E tutto ciò a meno di 300 chilometri dalle coste della Florida, una distanza così ravvicinata che ha permesso al caso cubano di assumere il significato di uno spudorato affronto al baluardo geopolitico del libero mercato. L’atto eroico di un Davide che sfida Golia senza neanche la certezza di una qualche unzione divina non smette di generare un’eco che, seppur faticosamente, tenta ancora di coprire le inefficienze di un regime forse troppo adagiato sul suo passato.

SUCCESSI E FALLIMENTI DI UN SOCIALISMO NAZIONALE L’embargo imposto dagli Stati Uniti a Cuba immediatamente dopo la rivoluzione ha avuto enormi conseguenze negative, anche di lungo periodo, per un’isola tutt’altro che economicamente autonoma. Eppure, oltre all’abbraccio sovietico decisivo per il rifornimento di molti beni primari, la decisione americana ha comportato un certo irrobustimento dell’orgoglio nazionale e una fatale spinta al compattamento. Le tendenze autoritarie, la repressione del dissenso e un’allenata capacità di arrangiarsi non possono infatti spiegare una longevità del regime unica nella recente storia mondiale. Dopotutto, al di là della propaganda, il socialismo cubano qualche successo può oggettivamente vantarlo. Tra questi, e nonostante un reddito pro capite medio-basso (7000 dollari annui), la stabile collocazione tra i Paesi ad alto indice di sviluppo umano (HDI), misura non solo delle prestazioni macroeconomiche, ma anche dei risultati in termini culturali e sanitari. Da anni è stato infatti debellato l’analfabetismo, mentre il tasso di mortalità infantile è addirittura migliore di quello statunitense. Dal confronto tra un sistema pubblicistico, ma povero, e uno privatistico, ma ricco, il primo sembra uscirne addirittura vincitore se il metro di paragone è rappresentato dai servizi essenziali. All’opposto, numerose sono le questioni piuttosto sconcertanti che caratterizzano la Cuba odierna. Nonostante tassi di crescita sempre positivi da dieci anni a questa parte, il sistema pianificato mostra delle rigidità strutturali che le modifiche apportate nel corso degli ultimi anni (ad esempio l’apertura all’importazione di auto straniere o la liberalizzazione del mercato immobiliare) non sono riuscite a correggere. Tra le conseguenze più gravi emergono una bassa propensione all’innovazione e una ricerca spasmodica di valuta straniera. La decisione di introdurre una doppia moneta nel 1994 (il peso cubano per gli acquisti dei residenti e il peso convertibile per le spese turistiche), con un cambio fisso di 25 a 1, è tanto difficile da comprendere quanto perfettamente capace di esprimere l’entità del cortocircuito interno.

Fig. 2 – Raúl Castro e Barack Obama nel corso della visita storica del presidente americano a Cuba nel marzo 2016

GLI SCENARI DI UNA CUBA DEL FUTURO – Se è vero che il vento di cambiamento ha iniziato a soffiare forte almeno dall’estate del 2015, momento in cui Cuba e Stati Uniti hanno riaperto le rispettive ambasciate annunciando la ripresa delle relazioni diplomatiche, con la morte di Fidel Castro sembra definitivamente calato il sipario su un’epoca. Le spinte verso la liberalizzazione degli esercizi commerciali, delle cooperative agricole e degli investimenti esteri, sempre ridimensionate da Raúl Castro ma pienamente operanti ormai da qualche anno, sono esempi che lasciano presagire un’accelerazione nella progressiva apertura al mercato. Non tutto, però, potrebbe essere così scontato. L’appiattimento su un fatalismo contingente appare in generale poco consigliabile nelle relazioni economiche internazionali e a maggior ragione lo è al cospetto di un Paese come Cuba, che ha fatto dell’imprevedibilità un marchio della sua storia.

Eppure qualche indicazione all’orizzonte si può scorgere. Attualmente ad essere rilevanti per il destino cubano sembrano gli ancora poco decifrabili processi di integrazione regionale del continente latinoamericano, in particolare gli sviluppi futuri dell’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), strettamente legati alla perdurante crisi venezuelana. Caracas e l’Havana, infatti, non condividono ormai da un ventennio solo una posizione ideologica, ma sono anche protagoniste di relazioni economiche molto fitte, di cui l’atipico scambio medici cubani-petrolio venezuelano non è che la punta di un iceberg. Attraverso il principio di complementarietà, lo scopo è quello di soccombere alle rispettive mancanze interne, fino ad ora con risultati non troppo entusiasmanti. La capacità dell’ALBA di sopravvivere e rinvigorire i suoi propositi di socialismo del XXI secolo, anche grazie alla propulsione di Paesi apparentemente più in buona salute come l’Ecuador e la Bolivia, potrebbe quindi essere cruciale anche per determinare le tendenze che saranno prevalenti nella Cuba del futuro. Nonostante tutto, rimane la sensazione che molto stia cambiando affinché tutto rimanga il più possibile uguale, almeno nel medio periodo. Perché pochi, a Cuba, credono che il libero mercato sia un destino.

Riccardo Evangelista

Un chicco in più

Il riavvicinamento tra Cuba e gli Stati Uniti, avvenuto principalmente grazie alle attitudini diplomatiche di Obama, non è per nulla scontato con l’avvento di Trump. Anche se gli annunci sono per ora rassicuranti, la ferma posizione del nuovo presidente sul mantenimento della base navale di Guantanamo, con il relativo carcere di massima sicurezza, potrebbe essere un facile pretesto per rapidi passi indietro.

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