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Gli Usa e lo Yemen, una guerra internazionale

Tra le prime questioni che Donald Trump dovrà risolvere durante i suoi quattro anni di amministrazione c’è senza dubbio l’atteggiamento statunitense nel conflitto yemenita. La guerra è iniziata nel 2015 e interessa tutti gli equilibri geopolitici mondiali

CRONISTORIA DI UN CONFLITTO – L’inizio della guerra civile in Yemen è ufficialmente datato nel marzo del 2015. La situazione interna del paese era tesa sin dal manifestarsi della “primavera araba” tra il 2011 e il 2012. All’epoca il presidente Ali Abdullah Saleh venne deposto a seguito delle proteste popolari guidate dagli Houthi e dal gruppo Islah. Il potere venne acquisito da Abdel Rabbo Monsour Hadi, con particolare favore dell’Occidente e dell’Arabia Saudita. Nei primi mesi del 2015 gli Houthi e le forze di Saleh cacciarono il presidente Hadi e lanciarono un’offensiva contro i territori meridionali del paese. Gli Houthi sono un gruppo sciita che corrisponde a circa il 35% della popolazione e controllano l’area della capitala Sana’a che si trova al confine con l’Arabia Saudita. Il legame con gli uomini di Saleh appare con un “matrimonio di convenienza” volto a destabilizzare il potere di Hadi. Seppur zaidisti gli Houthi vennero accusati di ricevere aiuti dall’Iran. Questa particolare accusa e la presenza sul territorio yemenita di provincie controllate da Al-Qaeda e lo Stato Islamico scatenarono una forte reazione internazionale. L’Arabia Saudita combatte in prima linea a favore del governo di Hadi ma è appoggiata dalla comunità internazionale. Gli Stati Uniti, la Lega Araba e i paesi degli Emirati Arabi sono i principali sostenitori dei sauditi. Attualmente le forze governative yemenite sono rappresentate ad Aden, nel sud del paese. Secondo l’Onu le vittime causate da questo conflitto sono più di 10mila di cui almeno la metà sono civili.

Fig.1 – L’ex presidente yemenita Ali Abdullah Saleh

L’INTERVENTO SAUDITA – L’Arabia Saudita ha giocato un ruolo da protagonista sin dagli albori del conflitto. Nel 2011 Saleh firmò a Riad, capitale del regno saudita, l’accordo per deporre il potere. La delibera venne mediata dal Consiglio di Cooperazione del Golfo in cui i sauditi rivestono i panni del leader. L’accordo in questione prevedeva le dimissioni di Saleh come presidente e le successive elezioni in cui l’unico candidato sarebbe stato Hadi. In cambio l’ex-presidente ottenne l’immunità giudiziaria. Il 25 marzo 2015, in seguito ad un offensiva degli Houthi su Aden, il presidente Hadi fu costretto all’esilio forzato in Arabia Saudita. Il giorno seguente i sauditi guidarono la coalizione internazionale che iniziò i bombardamenti sugli Houthi. In due anni i sauditi hanno lanciato sul territorio dello Yemen migliaia di bombe causando numerose vittime e circa 3 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni. In questi anni si sono susseguiti tentativi di negoziati e le tregue ma una soluzione ottimale per tutte le parti in conflitto non è ancora stata trovata. Le motivazioni che spingono l’Arabia Saudita a insistere caparbiamente nella guerra non sono solo legate a semplici cause geografiche. Il fattore religioso gioca, indubbiamente, un ruolo importante: le forze governative sono sunnite come i sauditi, ma la cooperazione religiosa non giustificherebbe un tale impegno economico e militare da parte di Riad. Il motivo principale che spinge i sauditi a dover vincere la guerra è l’appoggio dell’Iran agli Houthi. Il regno saudita per legittimare la sua posizione di forza nel mondo islamico non può permettere la nascita di un polo filo-iraniano nella sua regione.

Fig.2 – Alcuni sfollati yemeniti

E GLI STATI UNITI? – Washington è direttamente implicata nella guerra yemenita. Oltre a essere uno dei principali sostenitori occidentali del governo di Riad, gli Stati Uniti hanno eseguito dei bombardamenti contro gli Houthi. Da un punto di vista internazionale il sostegno statunitense ha permesso ai sauditi di non ricevere troppe critiche dalla comunità per i bombardamenti in Yemen. La discussione sul conflitto è stata accesa dalla distruzione di alcuni ospedali di Medici Senza Frontiere in territorio yemenita. A causa degli attacchi sauditi gli ospedali distrutti dall’inizio del conflitto sono quattro. Il principale supporto fornito dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita riguarda il materiale militare e le attività di intelligence. In ambito di lotta al terrorismo i servizi militari statunitensi hanno personalmente addestrato l’esercito saudita. Gli scambi di informazioni tra i servizi segreti dei due paesi alleati sono sempre stati all’ordine del giorno. Tra il 2011 e il 2015 l’Arabia Saudita è stata il maggior acquirente di armi statunitensi. Questo mercato copre circa il 9,7% delle esportazioni di Washington. Nel periodo indicato i sauditi hanno speso 495 milioni di dollari in elicotteri Black Hawk e 5,4 miliardi per acquistare i missili Patriot. I missili AGM (Air to Ground Missile) che sono stati ampiamente utilizzati nella guerra contro gli Houthi, sono stati comprati nel mercato statunitense con una spesa complessiva di 1,3 miliardi. Nonostante l’alleanza tra i due paesi non sia in discussione la durezza dell’intervento saudita in Yemen sembra aver allontanato gli Stati Uniti da Riyad.

Fig.3 – Un missile Patriot lanciato verso un obiettivo

TERRORISMO – Il coinvolgimento degli Usa in Yemen è stato incentivato anche dalla volontà di continuare la guerra al terrore: sul territorio dello Yemen, infatti, sono presenti sia Al-Qaeda che l’Is. Il primo citato è conosciuto anche come Ansar al-Sharia nella Penisola Arabica (AQAP) e controlla alcuni territori nel Sud del paese. Nel conflitto yemenita quest’ultimo gruppo si oppone al governo di Hedi, agli Houthi e allo Stato Islamico. Tra i vari attacchi terroristici rivendicati da questo gruppo c’è anche quello alla sede di Charlie Hebdo a Parigi. In Yemen lo Stato Islamico ha riscontrato più di una difficoltà. In primo luogo l’Isis ha faticato a trovare seguaci in un territorio in cui l’estremismo sunnita è fortemente influenzato dalla succursale di Al-Qaeda. Ciononostante Daesh è riuscito a insediarsi in alcune provincie yemeniti. Si possono contare almeno otto diverse wilayats (divisioni amministrative) in mano a Daesh in Yemen. Le cellule yemeniti dell’Isis si sono distinte per una certa indipendenza rispetto alle gerarchie del califfato. Nel dicembre del 2015 più di cento membri dello Stato Islamico d’istanza in Yemen hanno pubblicamente contestato il governatore scelto dai vertici del califfato per la penisola yemenita. Senza dubbio la fiorente attività terroristica nel paese ha destato particolare attenzione negli Stati Uniti sul destino dello Yemen. Per combattere la proliferazione terroristica in territorio yemenita Washington ha utilizzato la cosiddetta “guerra dei droni”. Questa strategia prevede l’incursione con i soli droni nel territorio nemico per abbattere specifici obiettivi. Il governo Obama ha definito come particolarmente soddisfacente questo tipo di guerra contro il terrorismo. Nonostante il raggiungimento d’importanti obiettivi, l’uccisione di parecchi militanti di AQAP, a causa di numerosi civili morti durante i raid le polemiche internazionali verso questa strategia non sono mancate.

Fig. 4 – Un esempio di drone statunitense

IL DISIMPEGNO DI TRUMP – Negli ultimi mesi del suo mandato Obama ha cercato di compiere una svolta nel rapporto tra gli Stati Uniti e il regno saudita. Dopo aver pubblicamente criticato l’eccesso di morti civili causati dai bombardamenti sauditi in Yemen è passato ai fatti. Il 13 dicembre 2016 il presidente statunitense ha bloccato la vendita di 16000 kit per bombe “intelligenti” che erano già pronti a salpare per Riad. Il valore di vendita del materiale bellico in questione corrisponde a circa 350 milioni di dollari. Nel 2016 è la seconda volta che il governo di Washington blocca una vendita di armi verso l’Arabia Saudita. Da quando Donald Trump è stato eletto come nuovo presidente statunitense egli non ha ancora fornito una chiara spiegazione sulla strategia che intenderà adottare i Yemen. Durante la campagna elettorale il tycoon ha espressamente dichiarato che intende disimpegnare il suo paese da guerre che non lo coinvolgono direttamente. Tuttavia il neo-presidente ha fatto della lotta al terrorismo jihadista e della critica all’accordo nucleare con l’Iran due capisaldi della sua campagna elettorale. A causa delle forti implicazioni iraniane nel conflitto e delle importanti reti terroristiche presenti in territori yemenita un maggiore impegno statunitense nel conflitto non è un’ipotesi da scartare. Indubbiamente la guerra civile in Yemen sarà uno dei primi temi di politica estera di cui il tycoon e il suo staff dovranno occuparsi. L’atteggiamento che il nuovo governo di Washington assumerà nei confronti di questo conflitto sarà di fondamentale importanza per gli equilibri geopolitici della penisola arabica.

Luca Barani

Un chicco in più

La famiglia yemenita Ali Jaber ha denunciato il governo Obama per  l’uccisione di due suoi membri. L’obiettivo della denuncia è stato mostrare al mondo l’alto numero di civili che restano uccisi nelle incursioni con i droni statunitensi.

Foto di copertina di The U.S. Army rilasciata con licenza Attribution License

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