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In 3 sorsi – A poco più di due mesi dallo sgombero forzato del campo profughi di Calais, la situazione non sembra essere delle migliori, soprattutto per quanto riguarda i suoi più giovani abitanti

1. LO SGOMBERO – Durante l’ultima settimana di ottobre le autorità francesi hanno portato a termine lo smantellamento del campo profughi non autorizzato della cittadina portuale di Calais, in cui migliaia di migranti si erano stabiliti nella speranza di poter raggiungere le coste del Regno Unito. Il campo, ormai conosciuto da molti come la Giungla, è stato per diversi mesi al centro di un’accesa polemica, non solo politica, riguardante la gestione dell’emergenza umanitaria che l’Europa si trova ad affrontare dopo le gravi crisi in Medio Oriente e in Africa. Calais è divenuto il simbolo della cattiva gestione dei richiedenti asilo, ma anche l’obiettivo preferito degli attacchi di molti dei politici di estrema destra, francesi e non.
Molte delle associazioni umanitarie presenti a Calais avevano da tempo lamentato la grave situazione e le difficili condizioni di vita cui erano sottoposti gli abitanti del campo. Lo stesso Presidente Hollande nei mesi scorsi aveva promesso il repentino smantellamento della Giungla e così è avvenuto. La mattina del 24 ottobre è iniziato il lungo e macchinoso processo di registrazione dei residenti del campo, i quali dopo aver fornito i propri dati e le impronte digitali, sono stati smistati in diversi CAO (Centres d’Accueil et d’Orientation) dislocati in tutta la Francia.

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Fig.1 – Migranti in coda per essere registrati dalle autorità francesi nel campo profughi di Calais, 25 ottobre 2016 

Il processo di sgombero si è svolto in modo relativamente tranquillo, con qualche breve tafferuglio e qualche incendio di piccola entità durante la notte. Moltissimi migranti si sono messi in fila alle prime luci dell’alba per essere registrati ma, come riportato da diversi volontari delle ONG dislocate a Calais, le operazioni sono state caratterizzate da numerosi problemi organizzativi. Molte persone non sono state correttamente informate – tra cui gli stessi operatori umanitari – su come il processo di sgombero e di registrazione si sarebbero dovuti svolgere, con il risultato che molti migranti sono stati in coda per cinque o sei ore, e in vari casi non sono potuti salire sui bus per loro predisposti, dovendo così attendere i giorni successivi per il trasferimento. Il problema maggiore è risultato essere il repentino inizio dei lavori di demolizione, avviato il giorno successivo all’inizio dello sgombero. Molti migranti, tra cui diversi minori, che non erano riusciti a salire sui bus che li avrebbero portati ai rispettivi CAO, hanno dovuto in molti casi passare la notte all’addiaccio, poiché le loro tende e baracche erano già state abbattute.
Il 26 ottobre le autorità francesi hanno dichiarato che l’evacuazione del campo era stata completata, con un totale di 4.404 adulti e 1.200 minori registrati. Tuttavia le associazioni umanitarie presenti hanno lamentato il fatto che il giorno successivo almeno 60 persone non registrate – tra cui circa 30 bambini – erano ancora presenti nel campo, ormai quasi del tutto smantellato. La più grande preoccupazione dei volontari riguardava da un lato la possibile creazione di una nuova Giungla, e dall’altro la concreta eventualità di perdere completamente traccia dei minori non registrati ancora presenti nel campo.

2. I MINORI NON ACCOMPAGNATI – Le denunce più frequenti ed accorate degli operatori umanitari di Calais hanno riguardato la gestione dei minori non accompagnati, ovvero tutti quei bambini e ragazzi senza alcun familiare maggiorenne presente nel campo. Questo perché, durante il processo di evacuazione e smantellamento del campo, i minori non accompagnati, particolarmente vulnerabili in generale, ma ancor più nel contesto della Giungla, hanno attraversato momenti difficili e pericolosi. In primo luogo è stata lamentata la mancata predisposizione di una fila apposita per la loro registrazione. Molti di questi bambini e ragazzi si sono trovati in coda con gli adulti e alcuni di loro sono stati coinvolti nei tafferugli scoppiati tra i migranti adulti e le forze dell’ordine francesi a causa della mancanza di informazioni e dei lunghi tempi di attesa. Altro grande motivo di preoccupazione è stata la decisione delle autorità francesi di alloggiare, per tutta la durata dello sgombero, tutti i minori non accompagnati registrati nei container del campo, ovvero le rudimentali unità abitative fornite dal Governo francese. In questo modo più di un migliaio di bambini e ragazzi sono stati costretti a permanere nel campo anche a sgombero ultimato, con una situazione che è divenuta via via sempre più insostenibile, con container sovraffollati e acqua potabile e cibo che scarseggiavano. Molti volontari hanno lamentato il divieto fatto loro dalle autorità francesi di accedere ai container dove alloggiavano i minori. Per alcuni la situazione sembrava rievocare il celeberrimo romanzo “il Signore delle Mosche” di Golding. Solo dopo più di una settimana dall’inizio dello sgombero i minori non accompagnati presenti in quello che rimaneva della Giungla sono stati evacuati e trasferiti in centri di accoglienza inglesi e francesi.

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Fig.2 – Bambini giocano nel campro profughi di Calais, 2 marzo 2016

3. DOPO CALAIS – Sembra che anche dopo lo smantellamento del campo, le problematiche non accennino ad arrestarsi, soprattutto per quanto riguarda i suoi abitanti più giovani. Difatti, poco dopo lo sgombero di Calais il Governo britannico ha definito nuove linee guida per l’accesso dei minori non accompagnati nel Regno Unito. Mentre il cosiddetto emendamento Dubs aveva introdotto nuove regole che permettevano l’accesso ai minori non accompagnati, modificando – e rendendo più specifico per i minori – il Regolamento di Dublino, le nuove linee guida del governo May hanno imposto requisiti più stringenti, con il risultato che molti dei minori non accompagnati di Calais si sono visti rifiutare l’accesso nel Paese d’Oltremanica. Moltissime le critiche giunte alla ministra degli Interni Amber Rudd e al suo Ministero a causa dei nuovi e più stringenti requisiti per ottenere l’accesso nel Regno: nello specifico età inferiore ai dodici anni per i minori di tutte le nazionalità, escluse quella siriana o sudanese (per cui il limite è innalzato a quindici anni) oppure per coloro identificati come ad alto rischio di sfruttamento sessuale.

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Fig.3 – Le proteste dei giovani di Calais per il mancato trasferimento nel Regno Unito, ottobre 2016

Molti, dai membri delle associazioni umanitarie a diversi leader politici, hanno sottolineato che per minore si intende un individuo che non abbia ancora compiuto il diciottesimo anno di età, senza alcuna discriminazione riguardo la nazionalità o il sesso. Inoltre, questo provvedimento va in parte a contrastare l’emendamento Dubs, che aveva lo scopo di garantire l’accesso nel Regno Unito ai minori non accompagnati anche senza la presenza di familiari residenti (il cosiddetto ricongiungimento familiare).
È notizia degli ultimi giorni che, oltre ai vari appelli dagli attivisti, è stata mossa un’azione legale senza precedenti: trentasei minori non accompagnati hanno deciso di citare in giudizio il Ministero degli Interni britannico per le modalità con cui ha gestito (e in ventotto casi respinto) le domande di asilo. È la prima volta che dei minori intraprendono una causa legale autonomamente, senza intermediazione di alcuna organizzazione.
A tale proposito, il portavoce del ministero degli Interni non ha rilasciato dichiarazioni diverse da  “no comment” . Nelle prossime settimane si vedrà quali risultati porterà questa azione legale e quale sarà la sorte dei trentasei minori coinvolti.
Nel frattempo, a Calais, si contano almeno sei nuovi accampamenti non autorizzati, vicino alla zona dove precedentemente sorgeva la Giungla. Tutto questo a poco più di due mesi dallo sgombero, definito dalle autorità francesi come un “successo”.

Valentina Nerino

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

È importante ricordare che la gestione dei richiedenti asilo per tutti i membri dell’Unione Europea cade sotto il Regolamento di Dublino, che tra le altre cose sancisce che il richiedente asilo debba fare richiesta per il riconoscimento dello status di rifugiato nel primo Paese di “ingresso” nell’Unione. Tuttavia, nel caso in cui vi siano già dei familiari presenti in un altro Stato Membro, è possibile per il richiedente asilo sottoporre alle autorità di questo Paese la propria domanda. L’emendamento Dubs, che va a modificare unicamente la legge britannica, è nato nel tentativo di migliorare le disposizioni del Regolamento per quanto riguarda i minori non accompagnati già presenti nel territorio dell’Unione. Questi, infatti, posso essere riallocati (in numero variabile, volta per volta definito tramite decisione congiunta di governo centrale e autorità locali) nel Regno Unito anche senza la presenta di familiari residenti. [/box]

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Valentina Nerino

Nata a Torino nell’afoso agosto del ’92, sono diventata molto presto una “cittadina del mondo”. Tra varie esperienze accademiche e non, mi sono ritrovata in Sud Africa, Australia e Stati Uniti. Mi sono laureata in Economia e Commericio ad indirizzo internazionale nel 2014 e al momento mi trovo in Inghilterra per concludere la specialistica in Political Sociology alla London School of Economics and Political Science. Da sempre appassionata di politica e relazioni internazionali, nell’ultimo anno mi sono specializzata nell’analisi delle politiche europee in materia di migrazione e diritto di asilo

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