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ASEAN: quale prospettiva per la politica di neutralità

L’ASEAN dalla sua fondazione ha visto modificarsi il suo ruolo nello scenario globale, da terreno di scontro per le grandi potenze a luogo di tensione tra alcuni dei suoi membri e la Cina. Recenti sviluppi come l’attivismo militare cinese e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti hanno però generato ripercussioni sul principio di neutralità internazionale su cui si fonda l’associazione

LA POLITICA DI NEUTRALITÀ DELL’ASEAN  L’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN) venne fondata nel 1967 da 5 Stati durante l’epoca della decolonizzazione, con l’obiettivo di garantire la sovranità degli stessi da qualsiasi tipo di intrusione di Stati stranieri, fossero essi ex-potenze coloniali europee o le due superpotenze globali dell’epoca (USA e URSS). A tal proposito, il principio centrale dell’elemento della sovranità nazionale venne sottoscritto all’interno della Dichiarazione congiunta del 1971 in cui gli stati membri dichiararono che il Sudest Asiatico doveva essere riconosciuto come una “zona di pace, libertà e neutralità”. Da quel momento, per l’appunto, l’ASEAN assunse come imperativo la garanzia dei confini nazionali, scopo che verrà perseguito con una serie di iniziative internazionali fra le quali si può annoverare l’istituzione di forum regionali creati con l’intento di “socializzare” gli altri attori asiatici al fine di assicurare il raggiungimento di tale obiettivo di politica estera. Terminata la guerra fredda e scomparsa l’Unione Sovietica come protagonista della scena globale, chi stava emergendo nel quadro asiatico era la nascente potenza cinese. A fianco di una posizione regionale generalmente neutrale, è sorto quindi il bisogno di adeguare le scelte anche rispetto al neo-gigante economico formatosi ai confini settentrionali. Questa posizione vis-à-vis di Cina e Stati Uniti (i quali erano già presenti con alleanze nella regione già a partire dall’inizio della guerra fredda) può essere sintetizzata nel concetto di hedging. La strategia utilizzata prende questo nome poiché si articola in una duplice direzione: da un lato si rivolge alla Cina in modo da “socializzarla” a livello economico e militare tramite le associazioni regionali, dall’altro si pone l’obiettivo di evitare un distacco americano dalla regione. Il fine politico ultimo della strategia è appunto quello di evitare di finire sotto la sfera di influenza esclusiva di una delle due potenze, e quindi di mantenere il controllo dell’autonomia decisionale in politica estera.

Fig. 1 – Foto di gruppo dei Ministri degli Esteri dei Paesi ASEAN al vertice di Vientiane, luglio 2016

RECENTI SVILUPPI NELLA REGIONE  La maggiore assertività cinese, genericamente inquadrata con l’inizio della presidenza di Xi Jinping nel 2013 e con particolare riferimento alla questione della sovranità marittima nel Mar Cinese Meridionale, ha posto una straordinaria pressione sui Paesi del Sud-est asiatico. Allo stesso tempo, con l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti, gli Stati ASEAN si ritrovano a maneggiare una situazione internazionale con alto grado di incertezza. La strategia internazionale che hanno portato avanti negli ultimi due decenni per garantire l’ordine regionale si trova ora di fronte a un bivio; si possono, infatti, sottolineare vari rischi che si stanno delineando correntemente nel panorama dell’Asia sud-orientale.
La “minaccia cinese si alimenta in maniera direttamente proporzionale alla sua crescita. Dapprima questa è stata prettamente economica ed è stata presentata dai leader che si sono susseguiti alla guida di Pechino a partire dagli anni Ottanta come pacifica e senza alcun intento bellicoso. Tuttavia molte delle teorie realiste indicano la leadership economica come il preambolo a una maggiore incisività a livello militare, come ad esempio avvenne per la Gran Bretagna nel XIX secolo, per l’Impero tedesco tra fine Ottocento e inizio Novecento e per gli Stati Uniti nel periodo intercorso tra le due guerre mondiali. Perciò, al di là delle dichiarazioni rassicuranti, la Cina non è esente da questo processo e potrebbe quindi ripercorrere gli stessi passi compiuti dalle potenze occidentali nei secoli passati e, data la loro prossimità geografica, i Paesi del Sud-est asiatico sarebbero certamente tra i primi a pagarne le conseguenze.
Per quanto riguarda la questione statunitense, l’elezione a Presidente di Trump rappresenta una rottura netta rispetto al Pivot to Asia di Obama. Nonostante Trump non si sia ancora insediato alla Casa Bianca e poco si possa supporre sulle sue future scelte in politica estera, si può affermare con certezza che l’impatto della sua elezione ha avuto evidenti ripercussioni sulle leadership asiatiche. Si può inoltre arrivare tranquillamente alla conclusione che è indubbio il minor interesse di Trump nei confronti di quest’area del mondo, soprattutto rispetto a colui che lo ha preceduto.
Non si vuole giungere dunque a trarre esiti affrettati sul futuro dell’area. Tuttavia si può evidenziare l’incertezza rappresentata da quest’epoca storica in riferimento alla “tradizionale” strategia di hedging adottata dagli Stati ASEAN nei confronti delle due superpotenze.

Fig. 2 – Un abitante di Shanghai osserva un poster di reclutamento delle Forze Armate cinesi

UN FUTURO DI INCERTEZZA – Ecco quindi che la politica di neutralità si trova a un punto di non ritorno nella regione. In primis è necessario verificare se le scelte di avvicinamento tattico verso la Cina compiute da Duterte nelle Filippine e da Najib  in Malesia nell’autunno del 2016 rappresentino uno sbilanciamento di tipo strategico verso la superpotenza asiatica o solamente un atto all’interno di una strategia di hedging di lungo periodo. Allo stesso tempo bisognerà osservare con particolare attenzione se ci saranno movimenti nella medesima direzione da parte degli altri vicini ASEAN (Indonesia, Singapore e Vietnam su tutti) o se al contrario essi vorranno accelerare il corteggiamento della nuova amministrazione americana. E’ possibile anche che cerchino di temporeggiare attendendo quello che accadrà sull’altra sponda del Pacifico. Nel primo scenario, la Cina otterrebbe un clamoroso successo nella sua strategia divide et impera nei confronti dei contendenti dell’ASEAN. Questa soluzione appare però poco probabile, in quanto ne conseguirebbe l’abbandono strategico dell’alleato americano e la politica di neutralità regionale verrebbe abbandonata in toto. Un’alternativa a questa immagine vedrebbe invece i singoli Stati dell’ASEAN correre verso l’ingresso della Casa Bianca al fine di ingraziarsi la nuova amministrazione e ri-bilanciare lo squilibrio di potere che ora pende verso Pechino. Lo scenario che si configura come il più probabile, tuttavia, è il terzo, che prevedrebbe una politica neutrale in attesa che Washington scopra le sue carte e dichiari le sue intenzioni nei confronti dei Governi del Sud-est asiatico.
Qualunque saranno le scelte dei Governi dell’ASEAN, che siano esse di continuità oppure di rottura, ciò che rimarrà saldo sarà il principio che sta alla base dell’Associazione, ovvero di mantenere l’area una zona pacifica, libera e possibilmente più ricca ma comunque indipendente.

Fig. 3 – Il Premier vietnamita Nguyen Xuan Phuc (al centro) apre i lavori dell’ASEAN Business Summit di Hanoi, dicembre 2016

Davide Davolio

Un chicco in più

La politica di neutralità (o neutralismo), nella sua accezione più recente, compare con l’inizio della guerra fredda, dove a scontrarsi sono le ideologie capitalista e comunista. Campioni di tale politica sono in Europa occidentale Svizzera, Svezia, Finlandia e Austria, che – per scelta politica tradizionale o per costrizione contingente – intraprendono una strada al di fuori dei due blocchi principali. Nel cosiddetto Terzo Mondo una strategia politica simile viene intrapresa da Paesi quali Jugoslavia, Egitto, India e Indonesia, che nel 1961 decidono di porsi come alternativa alle due ideologie dominanti costituendo un “terzo blocco” di Non-Allineati.

Foto di copertina di i.gunawan rilasciata con licenza Attribution License

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