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La nuova politica mediorientale di Theresa May

Per la Gran Bretagna, la Brexit ha rappresentato una cesura importante nella storia delle sue relazioni internazionali, aprendo nuovi orizzonti alla politica estera britannica, adesso sganciata dalle politiche dell’UE. Un emblematico esempio di questo cambiamento è costituito dal recente viaggio in Medio Oriente del Primo Ministro inglese Theresa May

UN VIAGGIO SIGNIFICATIVOTheresa May si ritrova in una situazione difficile da gestire, specialmente riguardo la politica estera. Per far fronte all’isolamento britannico in Europa sta mettendo in pratica una politica estera per molti versi innovativa, esplorando e sviluppando i nuovi orizzonti, che, proprio grazie all’indipendenza diplomatica dovuta alla Brexit, si sono aperti per la Gran Bretagna. Il 7 dicembre May si è recata a Manama, in Bahrain, per partecipare a un summit del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo (GCC), e in questa sede ha tenuto una discorso in cui ha toccato molti punti della nuova politica britannica nella regione mediorientale. La dichiarazione che ha destato maggiore scalpore è stato riguardo le azioni iraniane nella regione; May infatti ha affermato: «dobbiamo continuare a confrontarci con gli attori statali, la cui influenza alimenta instabilità nella regione. Quindi, voglio assicurarvi che io ho una chiara visione riguardo la minaccia che l’Iran rappresenta per il Golfo e per tutto il Medio Oriente […] dobbiamo anche lavorare insieme per respingere le azioni regionali aggressive dell’Iran, sia in Libano, Iraq, Yemen, Siria o nel Golfo stesso». Per analizzare queste affermazioni, bisogna, in primo luogo, considerare il contesto in cui sono state dette: il Primo Ministro inglese si stava rivolgendo ai governanti dei Paesi del Golfo, ovvero a quelli di Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Qatar. Tutti questi Paesi, tranne l’Oman, sono retti da monarchie sunnite, dalle quali l’Islam sciita viene visto come la maggiore minaccia. Questo fattore è il pilastro ideologico sul quale si basa la “guerra per procura” fra Arabia Saudita ed Iran, che si fronteggiano in tutto il Medio Oriente: l’Arabia Saudita per mantenere il proprio status quo; l’Iran, invece, per accrescerlo. I Paesi nominati da Theresa May sono i teatri dove, in maniera più o meno grave, sta avvenendo questa contrapposizione. Per quanto riguarda il riferimento al Golfo, May probabilmente si riferiva al Bahrain, per il quale non è mai però stato dimostrata l’interferenza iraniana negli affari interni, malgrado le accuse dei Paesi sunniti del Golfo. Al fine di ingraziarsi questi Paesi, quindi, il Primo Ministro britannico ha assunto una posizione di almeno apparente schieramento con loro in questo conflitto. Nonostante questo sia banalmente un effetto collaterale dei nuovi interessi economici britannici, esso rischia però anche di togliere a Londra un qualsiasi peso negoziale nel conflitto stesso.

Fig. 1 – Theresa May al Summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo a Manama, 7 dicembre 2016

SCONTRO CON L’IRAN – Le reazioni a queste dichiarazioni non si sono fatte attendere. L’8 ottobre, lo stesso Segretario degli Esteri del Governo britannico, Boris Johnson, ha accusato l’Arabia Saudita e l’Iran di abusare dell’Islam e di finanziare guerre per procura. Ma la reazione più dura proviene, com’era prevedibile, dall’Iran stesso. Infatti, la Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, ha indicato la Gran Bretagna come “fonte di minacce, corruzione e miseria” e “le politiche e le azioni degli inglesi negli ultimi due secoli una fonte di male e miseria per i popoli della regione”. Con le sue dichiarazioni la May rischia di compromettere i grandi passi in avanti che sono stati fatti nel campo della diplomazia fra Iran e Gran Bretagna, ma anche con l’Occidente tutto. Nonostante non si sia arrivati a criticare anche gli accordi sul nucleare stipulati nel 2015 (ai quali il Regno Unito ha partecipato attivamente in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) sicuramente sono stati messi a repentaglio fragili rapporti diplomatici fra Iran e Gran Bretagna che, in questi mesi, stavano tornando alla normalità. Ad agosto c’è stata la riapertura dell’ambasciata britannica a Teheran, chiusa nel 2011 a causa di manifestazioni contro le sanzioni; contestualmente c’è stata la visita di Philip Hammond, al tempo Segretario degli Esteri, prima visita ufficiale di un rappresentante dell’esecutivo britannico dal 2003.
D’altro canto, la posizione presa dal Premier inglese potrebbero risultare coerente con la politica del neo-Presidente USA Donald Trump. Quest’ultimo infatti, durante la campagna elettorale ha avanzato posizioni molto dure nei confronti dell’Iran, soprattutto riguardo gli accordi sul nucleare, ma al momento è difficile dire se a queste dichiarazioni seguiranno delle azioni concrete.
Al tempo stesso la scelta del Primo Ministro di schierarsi con i Paesi sunniti del Golfo appare in contrasto con alcune sue affermazioni riguardo la lotta al terrorismo. Infatti May ha espresso la sua intenzione di combattere il terrorismo e “di prendere di mira l’ideologia dell’estremismo e tutti coloro che cercano di diffonderlo”. Questo, in teoria, potrebbe portarla in contrasto proprio con Paesi come Kuwait, Arabia Saudita e Qatar, che sono stati accusati in più occasioni di avere legami con il terrorismo islamico e spesso sono considerati “incubatori ideologici” dell’Islam radicale.

Fig. 2 – L’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, ferocemente critico del discorso di May a Manama

ACCORDI COMMERCIALI E LEGAMI MILITARI – Parlando al summit di Manama, la May ha fatto riferimento più volte alla Brexit. Il Primo Ministro inglese ha, infatti, affermato la sua intenzione di rafforzare l’allenza con i paesi del Golfo, richiamandosi ai legami secolari fra il Regno Unito e i Paesi di questa regione, affermando la sua volontà di spianare la strada per “accordi commerciali ambiziosi”. Data la posizione di ambiguità in cui il Regno Unito si ritrova rispetto ai vincoli commerciali imposti dall’UE dopo il referendum del giugno scorso, il Governo britannico è particolarmente interessato a mantenere e sviluppare buoni rapporti diplomatici con gli Stati del Golfo. A conferma di ciò, l’annuncio di un investimento britannico di 3 miliardi di sterline nel campo della difesa dei Paesi del Golfo e di un nuovo accordo per lo sviluppo dei loro dispositivi militari. Questi accordi sono emblematici per comprendere come la nuova indipendenza commerciale della Gran Bretagna vada in controtendenza rispetto alla politica estera/commerciale seguita dall’Europa, la quale a febbraio ha votato un embargo temporaneo all’Arabia Saudita, a causa dei bombardamenti effettuati dall’aviazione saudita in Yemen in cui spesso sono stati coinvolti civili. A tal proposito, la Gran Bretagna, insieme agli Stati Uniti, si trova in una posizione particolarmente esposta in quanto fornisce alla monarchia saudita proprio i dispositivi tecnologici per effettuare i raid. Presumibilmente, buona parte del denaro investito dai britannici andrà proprio all’Arabia Saudita, la quale è, appunto, il Paese più attivo militarmente nella regione. E’ possibile quindi affermare che la Gran Bretagna si stia preparando al trauma dell’uscita dall’Ue sviluppando nuovi accordi ed investimenti in altre regioni del mondo, specialmente con le petromonarchie sunnite. A queste scelte economiche, presumibilmente, seguirà una politica estera maggiormente coinvolta negli sviluppi del dinamico scenario mediorientale. A conferma di ciò, a novembre, è stata inaugurata la prima base navale permanente della Marina britannica in Bahrain, dalla quale è possibile effettuare il lancio di missili a corto e medio raggio ed operazioni militari e di intelligence. Inoltre, la May ha anche annunciato la presenza permanente di militari britannici in Oman ed operazioni di addestramento congiunte fra l’Esercito britannico e quello omanita.

Fig.3 – Incontro tra Theresa May e il re dell’Arabia Saudita Salman, 6 dicembre 2016

Francesco Pennetta

Un chicco in più

Riguardo alla Siria, la May, recentemente, ha riaffermato il sostegno britannico ai ribelli moderati e ha condannato i raid russi a causa delle vittime civili, affermazioni che ricalcano le precedenti posizioni del Governo Cameron sulla questione.

Foto di copertina di UK Home Office rilasciata con licenza Attribution License

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