histats
In evidenza
Home - Aree geografiche - Africa - Il muro della discordia tra Kenya e Somalia

Il muro della discordia tra Kenya e Somalia

Il 1 dicembre sono stati completati i primi 3 km della barriera difensiva keniota per contenere l’ingresso di Al-Shabaab nel Paese. I dubbi circa la necessità dell’infrastruttura non si placano, chiamando direttamente in causa l’Esecutivo e il Presidente Kenyatta.

IL PRIMO RISULTATO CONCRETO — Il primo dicembre è stato annunciato dal Generale di Divisione K.T. Chepkuto, appartenente al Genio dell’Esercito di Difesa del Kenya, il completamento dei primi tre km della barriera posta al confine tra la Repubblica del Kenya e la Repubblica Federale della Somalia, in prossimità delle città di Mandera, sul fronte keniota, e di Bula Xaawo su quello somalo. Non è che l’inizio: il progetto finale prevede che la recinzione si estenda per 683 km cioè lungo l’intero confine che divide i due paesi del Corno d’Africa. L’obiettivo del governo di Nairobi è di impedire ai membri del gruppo terroristico Al-Shabaab di entrare nel Paese per compiere attacchi che dal 2012 sono stati circa quattrocento con un alto numero di vittime e feriti. Il progetto, comunque, ha subito diversi cambiamenti in corso d’opera.

IL PROGETTO INIZIALE — L’idea di costruire un vero e proprio muro risale a febbraio 2015 e aveva l’obiettivo di bloccare il fenomeno migratorio delle popolazioni di origine somala che facilmente oltrepassavano il confine a sud in corrispondenza delle città keniote di Ishakani and Ras Kamboni riversandosi così nella regione costiera di Lamu.

Fig. 1 – Donne somale che attraversano il confine tra Kenya e Somalia al checkpoint di Liboi 

LA QUESTIONE SICUREZZA — Il problema della sicurezza tornò alla ribalta dopo il grave attentato nell’aprile del 2015 presso l’Università di Garissa in cui morirono 148 persone e 79 rimasero ferite. Oltre all’immediata risposta militare, l’impegno del governo si riversò in due direzioni: in primo luogo chiedere la chiusura del campo profughi Dadaab situato nella zona est del paese a 80 km dal confine con la Somalia e ritenuto dal governo keniota il campo di addestramento di Al-Shabaab.

Fig. 2 – Membri delle Forze di Sicurezza del Kenya di fronte all’ingresso dell’Università di Garissa a seguito dell’attentato posto in essere da Al-Shabaab 

In secondo luogo il Presidente Uhuru Kenyatta propose di ampliare il progetto del muro, inizialmente previsto solo sul confine sud-est, proseguendo la struttura di cemento su tutta la linea di demarcazione tra Kenya e Somalia. I lavori cominciarono a metà aprile 2015 e furono ufficializzati con una conferenza stampa indetta dal Direttore dei Servizi per l’Immigrazione, Gordon Kihalangwa. Egli annunciò che i lavori sarebbero stati gestiti dal Ministero degli Interni e implementati dal National Youth Service, un programma di sviluppo statale che dal 1964 inquadra i giovani garantendo loro una prima esperienza lavorativa.

I COSTI ELEVATI — Nel novembre dello stesso anno i lavori subirono una battuta d’arresto in quanto gli appartenenti al National Youth Service, non ricevendo gli stipendi, si rifiutarono di portare a compimento l’opera. Questa sosta imprevista era direttamente collegata ad una delle principali critiche mosse al governo cioè gli elevati costi della grande opera: l’esborso complessivo previsto sarà di 1.40 miliardi di dollari dato che ogni chilometro costa 2 milioni di dollari; a questa cifra bisogna aggiungere 260 milioni di dollari all’anno per i lavori di manutenzione.

Fig. 3 – Il Presidente Uhuru Kenyatta e il Primo Ministro Benjamin Netanyahu che impugnano le rispettive bandiere nazionali presso il Palazzo Presidenziale di Nairobi

L’OFFERTA DI SUPPORTO ISRAELIANA — Tale ingente somma di denaro coincide con quella prevista da Israele per la barriera costruita in Cisgiordania; questa, infatti, era il modello al quale Nairobi s’ispirò per il proprio progetto, insieme al muro eretto al confine tra Messico e Stati Uniti. Proprio Israele, durante la visita del Primo Ministro Netanyahu avvenuta il 5 luglio 2016, aveva offerto nella fase iniziale il proprio supporto al Presidente Kenyatta mettendo a disposizione le competenze dell’azienda di sicurezza israeliana, Magal, già attiva nel Paese con una commessa nel porto di Mombasa.

 LA GESTIONE DELL’ESERCITO KENIOTA — Per mancanza di fondi, però, nel settembre 2016 il progetto venne affidato al reparto del Genio dell’esercito di difesa nazionale che da una struttura di sola malta e cemento passò a realizzare una barriera in legno rafforzata con una recinzione in ferro e filo spinato, corredata di un sistema di telecamere TVCC e di un adeguato numero di torrette così da rendere più efficace l’attività di controllo.
Oltre ai costi di realizzazione e manutenzione, il governo in questi mesi sta affrontando altre diverse criticità del progetto. Una riguarda il disappunto espresso dal governo somalo il quale ha accusato Nairobi di ridisegnare i confini territoriali a proprio favore e soprattutto di voler danneggiare i rapporti esistenti tra le popolazioni dei due paesi che condividono forti legami etnici, religiosi, culturali e economici. A tal proposito, il Segretario agli Interni keniota Joseph Nkaissery ha incontrato, nell’aprile 2016, i rappresentanti del clan Marehan, uno dei principali centri dediti alla pastorizia nello stato di Mandera al confine tra Somalia, Kenya e Etiopia. In questa occasione, il governo keniota ha voluto rassicurare il clan sul fatto che la costruzione del muro non avrà ripercussioni sulle loro attività e dall’altra ha chiesto il loro appoggio nell’individuazione dei sospetti terroristi che dalla Somalia passano in Kenya.

Fig. 4 – Il Segretario agli Interni keniota Joseph Nkaissery

LA CORRUZIONE —  Non meno influente è poi il problema della corruzione che affligge il Kenya in maniera endemica nei vari settori interni, coinvolgendo anche le forze armate, le forze di polizia e quelle di frontiera attraverso i traffici illeciti di armi, droga ma anche zucchero e carbone. Basti ricordare quanto avvenuto nel 2014, quando due agenti di frontiera accettarono, in cambio di denaro, di scortare due miliziani impegnati nella causa jihadista, fino a Mombasa per acquistare armi e munizioni. In questa situazione potrebbe non essere un ostacolo così insormontabile per Al-Shabaab ottenere i permessi per entrare nel paese e portare avanti attività terroristiche e di reclutamento.
Il Generale Chepkuto, in occasione dell’conferenza del 1 dicembre, ha espresso la convinzione di poter realizzare altri 30 km di recinzione nei prossimi quattro mesi. Sebbene la strada intrapresa dal governo sembra essere quella decisiva per portare a termine l’infrastruttura, le perplessità permangono per le immediate ricadute sulla politica interna del Kenya ed anche per il fragile rapporto con la Somalia. È indubbio che la minaccia di Al-Shabaab richieda una risposta ferma da parte di Nairobi ma la costruzione di un muro potrebbe non bastare a spezzare la volontà dei jihadisti. Maggiore efficacia avrebbe destinare i fondi destinati alla realizzazione della barriera all’incremento delle retribuzioni degli appartenenti alle forze di sicurezza, che attualmente si attestano sui 200 dollari mensili, così da frenare il problema della corruzione. Al tempo stesso Kenya e Somalia dovrebbero implementare una politica comune volta a identificare e bloccare i movimenti dei terroristi tra i due paesi con il sostegno da parte dei clan che vivendo in quei territori ricoprono il perfetto ruolo di sensori ambientali per entrambi i governi.

Giulio Giomi

Un chicco in più

L’efficacia del muro viene messa in discussione anche dalla questione dei passaporti: un buon numero di membri di Al-Shabaab possiedono la nazionalità keniota e potrebbero passare indisturbati i controlli previsti nei punti di accesso lungo la linea di separazione con il territorio somalo.

Foto di copertina di etelej Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

Advertisements

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *