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Uzbekistan: un nuovo Presidente tra passato e futuro

In 3 sorsi – Le elezioni del 4 dicembre 2016 hanno premiato Shavkat Mirziyoyev, il quale raccoglie la complessa eredità lasciata dal suo predecessore Islom Karimov, indiscusso simbolo politico della nazione

1. IL VOTO  Le elezioni per il nuovo Presidente dell’Uzbekistan indette il 4 dicembre scorso hanno decretato la vittoria di Shavkat Mirziyoyev, candidato del Partito Liberaldemocratico dell’Uzbekistan. La carica di Presidente ad interim, assunta dopo la morte di Islom Karimov in maniera non del tutto regolare in base a quanto stabilito dall’articolo 56 della Costituzione uzbeka (“in caso di impossibilità da parte del Presidente di svolgere le proprie funzioni, la carica è affidata al Presidente del Senato fino a nuove elezioni, da indire entro 3 mesi”), non ha influito minimamente sulla vittoriosa campagna elettorale di Mirziyoyev, il quale ha ottenuto 15,9milioni di voti pari all’88,61% degli aventi diritto, superando gli altri candidati Hotamjon Ketmonov (3.73%), Sarvar Otamuratov (2.35%), Narimon Umarov (3.46%). La sua elezione non ha destato molta sorpresa: da sempre collaboratore fidato di Karimov, era infatti da tutti considerato il successore più qualificato per ottenere il ruolo di guida del Paese e, grazie anche alla fiducia che Karimov riponeva in lui, ha ottenuto senza troppe difficoltà il benestare del capo del Servizio per la Sicurezza Nazionale, Rustam Inoyatov, considerato tra i personaggi più importanti del Paese e secondo solo a Karimov per influenza politica.

Fig. 1 – Il Presidente Mirziyoyev all’uscita dal seggio elettorale, 4 dicembre 2016

2. IL PROGRAMMA POLITICO – Durante la campagna elettorale, Mirziyoyev ha presentato un programma ambizioso, cercando di mantenere, almeno in apparenza, un legame con la politica di Karimov per non minare troppo la popolarità acquisita negli anni. Sei sono stati i punti saldi del suo progetto politico: una stabilità macroeconomica, grazie alla stabilizzazione della moneta nazionale, un forte sistema bancario, la riduzione dei prestiti esteri, l’aumento delle esportazioni, il sostegno alle piccole e medie imprese e la creazione di posti di lavoro e di infrastrutture stradali e di comunicazione internazionali. L’attenzione alle problematiche interne è sicuramente una delle priorità del Presidente: il tessuto etnico dell’Uzbekistan rappresenta, infatti, una delle maggiori problematiche per la stabilità interna. Mirziyoyev, durante la sua campagna elettorale, ha investito notevoli risorse per cercare di trasmettere, grazie ai diversi viaggi nelle regioni del Paese, un senso di appartenenza nazionale alla popolazione, abituata ad essere completamente estranea alla questione politica sin dai primi tempi della presidenza di Karimov.

Fig. 2 – Mirziyoyev ringrazia i suoi sostenitori per la vittoria elettorale, 6 dicembre 2016

3. LE RELAZIONI CON IL VICINATO  La posizione strategica dell’Uzbekistan, punto nevralgico della gloriosa Via della Seta,  impone un costante impegno nei rapporti, bilaterali e non, con i Paesi vicini. Pur essendo uno tra i Paesi dell’Asia Centrale più ricchi di risorse (acqua, cotone, minerali, petrolio) e più popoloso, non può prescindere dall’influenza che Paesi come Cina e Russia possono esercitare. La Cina guarda con molta attenzione alle politiche sociali dell’Uzbekistan, in quanto la numerosa comunità di uiguri che vive nel Paese potrebbe sfruttare l’apertura al dialogo del nuovo Presidente per rafforzare la propria identità e sostenere, dall’esterno, le aspirazioni indipendentiste dei suoi compatrioti dello Xinjiang, perseguitati da Pechino. Vladimir Putin, con i suoi numerosi viaggi in Uzbekistan, ha cercato di mantenere vivo il profondo legame di amicizia creato con Karimov e ha confermato tutta la volontà di far crescere la stima reciproca tra i due Paesi. Sicuramente la Russia rappresenta uno dei maggiori partner per l’Uzbekistan, ma in passato Mosca e Tashkent non sempre sono state in perfetta armonia. Anche se legato alla sfera sovietica, l’Uzbekistan non ha mai disdegnato l’influenza e gli aiuti americani, per esempio mettendo a disposizione basi militari durante la guerra in Afghanistan o firmando accordi commerciali bilaterali. Questa velata neutralità potrebbe essere la marcia in più del nuovo Presidente Miziyoyev, il quale – pur perpetrando alcuni modus operandi del passato, come per esempio l’appoggio della “polizia” di Inoyatov – sta cercando di sfruttare il proprio peso strategico per bilanciare efficacemente  le due maggiori forze di più immediata vicinanza. Le speranze della Russia di scacciare definitivamente gli Stati Uniti dall’area sicuramente  dovranno aspettare, come anche l’ambizione di attirare in maniera definitiva nella propria sfera di influenza l’Uzbekistan, strappandolo allo charme cinese. Il Governo di Tashkent ha anche effettuato di recente alcuni importanti cambi ai vertici dello Stato: Abdulla Aripov è ritornato Ministro dei Giovani, della Cultura e dell’Informazione dopo essere stato espulso nel 2012, e Samoydin Huseynov, dopo la destituzione nel 2011 da parte di Karimov, è stato nominato di nuovo governatore della provincia di Bukhara. Con queste nomine, Mirziyoyev ha iniziato a tracciare un proprio percorso politico, ancora impregnato dalla corruzione e dall’autoritarismo, che mira gradualmente a dare nuovo lustro internazionale all’Uzbekistan. Le possibilità che questo Paese diventi il nuovo polo all’interno dell’Asia Centrale sono molto alte e sono sicuramente dipendenti dalle capacità e dalla competenze che Miziyoyev saprà mettere in campo per gestire al meglio le relazioni bilaterali e multilaterali.

Fig. 3 – Il Segretario di Stato americano John Kerry (al centro) partecipa a una riunione dei Paesi membri del C5+1, agosto 2016

Isabel Pepe

Un chicco in più 

Il C5+1 è il forum dei Ministri degli Esteri dei cinque Paesi dell’Asia Centrale (Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan, Turkmenistan, Uzbekistan) e degli USA. Creata da John Kerry nel novembre 2015, questa nuova piattaforma rappresenta il segnale evidente di come la politica statunitense, sempre più attenta alle dinamiche dell’Asia Centrale, voglia rafforzare il dialogo con i Paesi locali, cercando di far dimenticare quel retaggio da “educatore” che da sempre la contraddistingue. I fallimenti dell’opera di democratizzazione e le pressioni sul fronte dei diritti umani hanno infatti messo in luce i limiti della strategia americana nella regione, troppo spesso incentrata sull’uso della forza. Il confronto tra i membri del forum è incentrato su questioni inerenti la sicurezza e sulla necessità di creare delle iniziative per mantenere un equilibrio regionale, senza eliminare le eterogeneità tipiche dell’area.

Foto di copertina di Free Grunge Textures – www.freestock.ca rilasciata con licenza Attribution License

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