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Venezuela, la crisi valutaria che devasta il Paese

In 3 sorsi – Da alcuni anni, il Venezuela è colpito da un grave crisi valutaria, e la sua moneta, il bolivar, è soggetta al tasso di inflazione più alto del mondo

1. LE RADICI DELLA CRISI VALUTARIA – Pur essendo un fenomeno molto comune in America latina, soprattutto negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, l’iperinflazione che sta attualmente devastando il Venezuela è un fatto relativamente nuovo per i suoi abitanti. Grazie alle sue esportazioni di petrolio, infatti, il Paese ha sempre avuto un buon accesso alle valute straniere, il che ha permesso di mantenere molto alto il valore del bolivar venezuelano, trasformandolo così in una delle valute più stabili del pianeta. Una moneta così forte da un lato ha incoraggiato le importazioni e spinto i Venezuelani ad alti livelli di consumo, mentre dall’altro ha scoraggiato lo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria locale, rendendo il Paese sempre più dipendente dalla sua produzione di petrolio e dagli andamenti del mercato delle materie prime. Una volta salito al potere, Hugo Chávez non ha attuato i programmi di diversificazione dell’economia promessi, ma anzi ha trovato più economicamente e politicamente vantaggioso puntare nuovamente tutto sul prezzo del petrolio che in quegli anni, dopo aver toccato il minimo storico di 10$ al barile, stava lentamente risalendo. Inoltre, per combattere la fuoriuscita di capitale dal Paese, nel 2003 il governo fissò il cambio del bolivar con il dollaro a 1600 a 1, ed al tempo stesso introdusse controlli e limiti allo scambio di dollari. Questa decisione diede al governo un potere immenso: diventando arbitro nel decidere chi potesse o meno accedere ai dollari, necessari per poter pagare le importazioni, il governo otteneva il potere di punire coloro che erano contro di lui e premiare chi invece gli si dimostrava fedele. Al contempo, l’opacità delle regole per accedere ai dollari ha favorito il fiorire di corruzione e di attività illecite, permettendo ad alcuni settori di arricchirsi velocemente grazie alla pratica di sovrastimare le importazioni in dollari.  Nel 2007, ci fu un’ulteriore rivalutazione del bolivar grazie alla creazione di una nuova valuta, chiamata bolivar fuerte, scambiata 1 a 1000 con la vecchia valuta. Queste decisioni hanno fortemente rafforzato il potere d’acquisto della popolazione venezuelana, dall’altro hanno reso economicamente ancor più svantaggioso lo sviluppo di un sistema produttivo locale, favorendo allo stesso tempo il ruolo dello Stato come primo attore economico grazie alle esportazioni di petrolio e gas (controllate dalla compagnia pubblica PDVSA).

Fig. 1 – Bolivar venezuelani.

2. L’ESPLOSIONE DELLA CRISI VALUTARIA – Nel 2008, con la crisi mondiale, i nodi di un sistema così aberrante sono venuti al pettine e tutto ad un tratto il governo si è trovato in difficoltà nel coprire i costi delle importazioni, cresciute enormemente negli anni di vacche grasse. Allo stesso tempo, i prodotti importati hanno iniziato a scarseggiare, ed il Venezuelano medio ha iniziato a fare fatica ad accedere anche ai beni primari. Per correre ai ripari, il governo nel 2010 ha svalutato il bolivar, introducendo allo stesso tempo un doppio cambio: 2,60 bolivar a 1 dollaro per alcune importazioni prioritarie (quali cibo e medicinali) e 4,30 a 1 per il resto. Queste misure non sono state sufficienti ad impedire la crisi valutaria, e negli anni seguenti il presidente Maduro, subentrato al deceduto Chávez nel 2013, ha ulteriormente svalutato il bolivar, fino ad arrivare al doppio tasso attuale di 10 bolivar per dollaro a tasso preferenziale, e di 657 bolivar per dollaro a tasso normale. Tutte queste misure hanno fatto esplodere il tasso di inflazione, che a inizio del 2016 era stimata al 720%, la più alta al mondo. Parallelamente al cambio ufficiale, in Venezuela si è venuto a creare un florido mercato nero, sul quale 1 dollaro è scambiato per 4.300 bolivar fuertes, un sistema che garantisce ai pochi che hanno accesso al dollaro a tassi preferenziali dei guadagni favolosi. Di fronte ad un tale scenario, anziché attuare le riforme politiche ed economiche richieste, il presidente Maduro è ricorso alle solite tattiche di de-responsabilizzazione, attribuendo la crisi ad un complotto imperialista portato avanti dalla Colombia e dagli Stati Uniti, le classiche “bestie nere” del Chavismo.

Fig. 2 – Venezuelani in coda per acquistare carne a prezzo sussidiato.

3. ULTIMI SCENARI – In questa fine di 2016, l’economia venezuelana rimane ancora in condizioni tremende, mentre l’inflazione, pur essendo calata al 511%, rimane la più alta del mondo. Come risposta, il governo ha varato una serie di nuovi provvedimenti. Innanzitutto, per limitare la fuoriuscita di denaro, Caracas ha imposto la chiusura temporanea della frontiera con la Colombia e, ultimamente, anche con il Brasile, riducendo al tempo stesso la quantità di denaro che si possa portare all’estero. Inoltre, applicando una strategia già impiegata in India, il governo ha ordinato il ritiro di tutti i biglietti da 100 bolivar, attualmente la denominazione più alta in circolazione. Una volta scaduto il tempo a disposizione per consegnarli alle autorità competenti, limitato solo a dieci giorni, la banconota avrebbe perso valore e sarebbe stata sostituita da un nuovo corso di biglietti di 500, 1000, 2000, 5000, 10.000 e 20.000 bolivar. Secondo il presidente Maduro, questa mossa è necessaria per combattere la “mafia monetaria” che introduce illegalmente moneta per destabilizzare l’economia del Paese. Nella scorsa settimana migliaia di Venezuelani si sono recati alle banche per cambiare il loro denaro. La disorganizzazione però ha costretto le banche a limitare la quantità massima di moneta convertibile a 10.000 bolivar per persona (circa 15 dollari), peraltro in biglietti da 10 e 5 bolivar Nonostante quanto dichiarato dal governo, tuttavia, ad oggi la nuova moneta non è ancora entrata in circolazione. Di conseguenza, le banconote hanno perso valore senza essere sostituite dalle nuove, provocando così numerosi episodi di violenze e saccheggio in varie città del Paese. Maduro, dopo aver immancabilmente attribuito la colpa di tale disorganizzazione al solito sabotaggio internazionale, ha ulteriormente posticipato la data limite per la consegna dei biglietti dai 100. Anche se questa misura ha, almeno temporaneamente, fatto salire il valore del bolivar sul mercato nero, la situazione rimane ancora gravissima. Il recente aumento del prezzo del petrolio, salito a 50$ al barile in seguito ad un accordo in seno all’OPEC, farà certamente guadagnare un po’ di respiro al governo, ma non potrà sanare da solo un modello segnato per decenni da talli contraddizioni.

Umberto Guzzardi

Un chicco in più

Oltre alla crisi valutaria, economica e politica, il Venezuela deve affrontare anche il crescente isolamento internazionale, aggravato dalla recente sospensione del Paese caraibico dal Mercosur.

Foto di copertina di ruurmo rilasciata con licenza Attribution-ShareAlike License

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