Puoi leggerlo in 4 min.

L’Unione Europea è immersa in una profonda e persistente fase di crisi politica. L‘ascesa di Donald Trump alla presidenza americana, poi, rischia di esacerbare i dissidi in una situazione già estremamente delicata. Abbiamo discusso di questi temi con il professor Alessandro Colombo

(Parte prima)

Imprevedibilità, instabilità e insicurezza sono le “tre i” che da un po’ di tempo a questa parte caratterizzano la politica internazionale in modo sempre più marcato. Il 2016, in particolare, ha visto crescere i timori legati all’ascesa del cosiddetto populismo: nelle sue varie declinazioni esso è considerato il retroterra sul quale sono state costruite le vittorie del fronte del Brexit e di Trump. Qual è la sua opinione in merito?

Io non sono un esperto di populismo, ma ho la sensazione che la categoria oggi venga impiegata in modo dissennato. È usata come una specie di clava terminologica, sotto la categoria di populismo mi sembra che si mischino dei fenomeni che restano fondamentalmente diversi tra loro per contenuti, diversi tra loro per contesto e diversi tra loro anche per il differente rapporto che hanno con la sfera politica. In tutti i casi, non credo che il populismo sia il problema: il populismo è una delle conseguenze dei problemi che si sono accumulati negli ultimi trent’anni nella pervicace negazione dell’esistenza dei problemi. C’è chi ha l’impudenza di parlare oggi dell’entrata in una fase di post-verità, quando noi in una fase di post-verità ci siamo da alcuni decenni. Il populismo è – tra le altre cose – il prodotto della quantità infinita di indulgenze, di autoinganni e di colossali omissioni intellettuali che sono state impiegate negli ultimi trent’anni in tutte le sfere: politica, economica, interna e internazionale.

Ritiene che l’Unione Europea possa sopravvivere all’ondata di scetticismo che monta nella maggior parte dei suoi membri?

L’Unione Europea è stata una delle grandi protagoniste di questo discorso sull’autoindulgenza. L’UE non è minacciata dal populismo, ma da se stessa. È minacciata, se vogliamo, anche dalla sopravvalutazione di una serie di risultati che non erano, in realtà, ancora stati raggiunti – ad esempio l’esistenza di un’identità europea superiore alle identità nazionali, che non è mai stato nella realtà delle cose. In questo momento è chiaro che l’Unione Europea vive una fase complicatissima: questi problemi avrebbero potuto essere affrontati in un contesto storico migliore di quello attuale, e in questo contesto storico affrontare questi problemi è un’impresa che sembra a volte disperata per mille ragioni. A cominciare dal fatto che è evidente che attualmente i singoli Paesi europei non hanno le stesse preoccupazioni, non hanno le stesse percezioni di sicurezza e non hanno lo stesso rapporto con lo spazio politico internazionale. In altre parole sono quasi destinati ad avere sensibilità e quindi politiche divergenti.

La vittoria del leave al referendum sulla Brexit ha inferto un colpo rilevante al progetto europeo. Per la prima volta nella storia, infatti, un Paese potrebbe recedere dall’UE. Com’è possibile interpretare questo voto?

Attenzione. Questo voto ha delle motivazioni internazionali, ma credo che, come nel caso di altri movimenti cosiddetti populisti, abbia anche – e soprattutto – motivazioni interne. Una delle grandi negazioni degli ultimi trent’anni è stata quella dell’apertura di una vera e propria voragine sociale all’interno di tutti i Paesi, sia gli Stati Uniti sia i Paesi europei. Questa voragine sociale che si pensava – stupidamente più che ingenuamente – che non avrebbe più potuto ripoliticizzarsi, si va ripoliticizzando. Non si ripoliticizza più nelle forme novecentesche, si ripoliticizza in altri modi, e credo che la Brexit sia stata quasi una specie di manifestazione di vendetta sociale. Non c’è un progetto, è vero: quelli che hanno votato per la Brexit non hanno un progetto alternativo, ma si sono tolti il gusto di dare una picconata al progetto degli altri.

Embed from Getty Images Fig. 1 – La vittoria della Brexit al referendum del 23 giugno 2016 è un duro colpo per l’Unione Europea

Il Regno Unito, però, si è sempre mostrato ostile a una maggiore integrazione: nel medio-lungo periodo e al netto delle altre variabili, dunque, l’Unione Europea potrebbe giovarsi dell’uscita inglese…

Questa credo che sia l’ennesima pia illusione. È vero che il Regno Unito è sempre stato un battitore libero, ed è vero che l’uscita del Regno Unito ha fatto pensare che la perdita sarebbe stata compensata da un aumento della coesione, ma non mi sembra che in questo momento il problema della coesione tra i Paesi europei sia il Regno Unito. Che il Regno Unito ci sia o non ci sia i problemi di coesione all’interno dell’Unione Europea dipendono dal fatto in parte che sono cresciute le differenze di percezione di interessi tra i Paesi, e in parte ancora maggiore che è molto cresciuta la sensibilità ai guadagni relativi nel processo di integrazione europea. Questo spettro dell’Europa tedesca non è altro che la manifestazione un po’ goffa del riemergere del vecchio problema che nella sfera internazionale ha sempre reso non impossibile, ma più complicata la cooperazione: gli attori che cooperano non sono interessati soltanto a guadagnare, ma anche a non guadagnare meno degli altri.

Il nostro Paese avrebbe potuto porsi a guida del processo di rinnovamento dell’Unione Europea (o così si è detto e scritto…) nel caso in cui avesse trovato un po’ di equilibrio internamente. L’Italia, però, dopo l’esito negativo del referendum costituzionale, si trova in una condizione di rinnovata instabilità. Difficilmente, dunque, potrà aspirare a un ruolo più forte in Europa. Il prossimo anno, inoltre, si terranno le elezioni anche in Francia e Germania. Come vede il 2017 per l’Italia? E per l’Unione Europea?

È davvero difficile rispondere a questa domanda. Senza dubbio l’Italia non aveva alcuna possibilità di mettersi alla guida di alcun processo né in Europa né fuori dall’Europa, quindi il fatto che il referendum sia andato in un modo piuttosto che in un altro non trasforma l’Italia da Paese leader a Paese marginale. L’Italia è un Paese fragile, tutti sanno che è fragile, e gli italiani dovrebbero ricordarsene, quindi è inutile ingannarsi su questo. Il 2017 sarà un anno molto complicato. Sarà un altro anno molto complicato. Le elezioni francesi ci daranno – con ogni probabilità – un nuovo presidente ancora più sensibile alle ragioni nazionali della Francia e un nuovo presidente che credo che avrà, per di più, dagli stessi elettori il mandato di essere più sensibile agli interessi nazionali della Francia. La Germania è la grande incognita. La Germania potrebbe in qualche modo seguire questa deriva che non è più semplicemente populista – come si continua a dire – ma tende a essere una deriva, come si diceva agli inizi degli anni novanta, di rinazionalizzazione. È molto difficile che un Paese possa restare l’unico a non rinazionalizzare le proprie preoccupazioni di sicurezza mentre tutti attorno gli altri lo stanno facendo. Quindi la vera incognita io credo che, molto più che la Francia, sia la Germania che – oltretutto e per ovvie ragioni – è in questo momento il vero depositario del processo di integrazione europea. Quello che avviene in Germania è più importante di quello che avviene in tutti gli altri Paesi europei. L’Italia avrà un anno complicato, non credo puramente e semplicemente perché il referendum è andato come è andato: sicuramente questo complica le cose, non tanto per il progetto di riforma costituzionale, quanto per il fatto che c’è un problema di leadership evidente nel nostro Paese…ma la situazione italiana sarebbe stata complicata comunque.

Simone Zuccarelli

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Alessandro Colombo è professore ordinario di Relazioni Internazionali all’Università Statale di Milano e ricercatore associato all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). Ha scritto, inoltre, vari volumi dedicati alle tematiche internazionali tra cui ricordiamo: La grande trasformazione della guerra contemporanea (Milano: Epub Fondazione Feltrinelli, 2015), Tempi decisivi. Natura e retorica delle crisi internazionali (Milano: Feltrinelli, 2014) e La disunità del mondo. Dopo il secolo globale (Milano: Feltrinelli, 2010). [/box]

Print Friendly, PDF & Email
Simone Zuccarelli

Classe 1992, sono dottore magistrale in Relazioni Internazionali. Da sempre innamorato di storia e strategia militare, ho coltivato nel tempo un profondo interesse per le scienze politiche. 

A ciò si è aggiunta la mia passione per le tematiche transatlantiche e la NATO che sfociata nella fondazione di YATA Italy, sezione giovanile italiana dell’Atlantic Treaty Association, della quale sono Presidente. Sono, inoltre, Executive Vice President di YATA International e Coordinatore Nazionale del Comitato Atlantico Italiano.

Collaboro o ho collaborato anche con altre riviste tra cui OPI, AffarInternazionali, EastWest e Atlantico Quotidiano. Qui al Caffè scrivo su area MENA, relazioni transatlantiche e politica estera americana. Oltre a questo, amo dibattere, viaggiare e leggere. Il tutto accompagnato da un calice di buon vino… o da un buon caffè, ovviamente!

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci qui il tuo commento
Inserisci il tuo nome