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    Se l’Africa lascia l’Aia: la crisi della Corte Penale Internazionale

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    A fine ottobre il governo del Sudafrica ha espresso il suo desiderio di ritirarsi dalla Corte Penale Internazionale a causa dell’insoddisfazione per l’operato della Corte. Quali sono le motivazioni dietro questa decisione e quali conseguenze comporta?

    LA DECISIONE SUDAFRICANA – Lo scorso 21 Ottobre il Governo sudafricano, tramite una nota del suo Ministro degli Esteri indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha comunicato la sua decisione di voler abbandonare la Corte Penale Internazionale dell’Aia, considerata «a volte incompatibile con gli obblighi del Sudafrica nella soluzione pacifica dei conflitti». Questa scelta arriva in coda ad un periodo di tensione tra la Corte ed il Governo di Pretoria iniziato nel 2015 in seguito al mancato arresto di Omar al-Bashir da parte delle autorità sudafricane in occasione di una sua visita nel Paese. Sul Presidente sudanese pendono infatti due mandati di arresto internazionali spiccati dalla Corte nel 2009 e nel 2010, con le accuse di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio; il Sudafrica sarebbe stato pertanto obbligato ad arrestarlo secondo i termini dello Statuto di Roma, carta fondante della Corte Penale Internazionale sottoscritta dallo Stato africano nel 1998. Mentre un tribunale sudafricano veniva chiamato a decidere tra il rispetto dello Statuto di Roma e la garanzia dell’immunità diplomatica per il leader sudanese, al-Bashir rientrò a Khartoum con un volo privato, esponendo il Sudafrica alle critiche della Corte.

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    Fig. 1 – Omar al-Bashir atterra a Khartoum, di rientro dal Sudafrica, il 15 Giugno 2015

    NON SOLO PRETORIA  La decisione sudafricana, per quanto sorprendente e significativa considerando il peso specifico dello Stato in questione, non è stata però l’unica. Solo un paio di settimane prima infatti il Parlamento del Burundi aveva, con un voto plebiscitario, approvato il ritiro del Paese dai firmatari dello Statuto di Roma, diventando di fatto il primo Stato ad aver avviato le procedure di fuoriuscita, mentre a distanza di pochi giorni dalla dichiarazione sudafricana è stato il Gambia a dichiarare la propria uscita, accusando direttamente la Corte di razzismo e di essere una «corte internazionale caucasica», nonostante tra gli imputati accusati di corruzione e razzismo all’interno della Corte ci sia Fatou Bensuda, giurista di origine gambiana, eletta Procuratore capo della CPI nel 2012. Alle origini di questi ritiri ci sono però motivazioni profondamente diverse. In Burundi, infatti, in seguito alle controverse elezioni presidenziali tenutesi nel luglio del 2015 il Presidente uscente Pierre Nkurunziza si era insediato per un terzo mandato, ritenuto dalle opposizioni incostituzionale; le proteste avevano portato alla morte di centinaia di persone e all’apertura di un fascicolo della Corte Penale Internazionale a carico dello stesso Presidente. Il Gambia, invece, è uno Stato su cui non pendono accuse da parte della Corte e che anzi ha tentato più volte, senza successo, di portare a processo all’Aia l’Unione Europea per la morte delle migliaia di migranti che tentavano di raggiungere le sue coste. Se quindi la decisione del Burundi può essere letta come l’ultimo tentativo di un governo isolato internazionalmente per sottrarsi alla giustizia, il caso del Gambia racconta di un problema più profondo e che si ricollega al rapporto tra la Corte e il continente africano nel suo complesso.

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    Fig. 2 – Il Presidente Pierre Nkurunziza festeggia la sua terza elezione a Bujumbura, 20 Agosto 2015

    LA CPI E L’AFRICA  Le relazioni tra la Corte Penale Internazionale e il Continente Nero hanno conosciuto numerosi momenti di difficoltà e gli Stati africani hanno ripetutamente manifestato le loro critiche verso l’operato della Corte, accusata di essere uno strumento di controllo neo-coloniale nelle mani dell’Europa. In particolar modo, viene criticata l’eccessiva attenzione riservata dalla Corte all’Africa, a discapito di crimini commessi in altri continenti. Dalla sua effettiva entrata in funzione nel 2002 la Corte ha infatti portato a processo soltanto imputati africani, tutti gli imputati dei sei casi attualmente aperti sono africani e delle dieci investigazioni che la Corte sta svolgendo, nove coinvolgono stati africani. Questa parzialità percepita nelle azioni della Corte è stata alla base delle numerose rimostranze e minacce di abbandono. La più significativa era arrivata tramite l’Unione Africana da parte del Presidente keniota Uhuru Kenyatta, che aveva paventato la possibilità di un ritiro  in gruppo dei membri dell’Unione in seguito alle accuse, poi decadute, che lo vedevano coinvolto nella violenza politica successiva alle elezioni del 2007, ma simili appelli ad una maggiore imparzialità della Corte sono arrivati anche da parte del Ministro di Giustizia del Ghana, Dominic Ayine, e dal Presidente del Chad Idriss Déby, che ha invocato la fine delle accuse mirate contro i leader africani. 

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    Fig. 3 – La 31° riunione dei delegati dell’Unione Africana, ad Addis Abeba il 21 Gennaio 2016

    COSA SUCCEDERÀ? – Da un punto di vista formale, la fuoriuscita di uno Stato membro dalla Corte deve essere notificata al Segretario Generale delle Nazioni Unite e non potrà avvenire prima del trascorrere di un anno dalla data di notifica, durante il quale lo Stato rimarrebbe a tutti gli effetti membro della Corte; Gambia e Burundi devono ancora compiere questo passo, mentre si sollevano dubbi sulla legittimità costituzionale della decisione sudafricana. Tuttavia non si può ignorare il rischio di un esodo dalla CPI degli stati africani, che rappresentano più di un quarto dei membri (34 su 124). Messa di fronte al malcontento espresso dagli Stati africani, la Corte ha provato a rispondere cambiando alcune delle sue azioni. Tuttavia, né le indagini condotte in altre zone del pianeta, né un maggiore interesse per crimini non direttamente legati alla guerra e neanche la prima condanna per distruzione di patrimonio culturale ai danni di un jihadista maliano sono stati sufficienti a placare le accuse. Dall’altro lato, l’Unione Africana è riuscita dopo molte difficoltà a processare tramite un tribunale speciale l’ex dittatore del Chad Hissène Habré, accusato di crimini contro l’umanità, un evento senza precedenti nella storia del continente. Se casi di successo come il processo ad Habré dovessero ripetersi, l’adozione di una soluzione africana ai problemi africani che non coinvolga la Corte Penale Internazionale diventerebbe sempre più probabile.

    Andrea Rocco

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    La Corte Penale Internazionale (CPI) è un tribunale permanente con sede all’Aia, in Olanda, con il compito di giudicare i responsabili dei crimini più gravi per la comunità internazionale nel suo complesso, includendo il genocidio e i crimini di guerra. Il suo Statuto è stato firmato nel 1998 a Roma da 120 Stati, ma la Corte non è entrata in vigore prima del 2002, anno della ratifica dello Statuto da parte del sessantesimo Stato. Pur potendo ricevere casi a discrezione del Consiglio di Sicurezza, la CPI non è un organo dell’ONU, a differenza della Corte Internazionale di Giustizia, con cui non va confusa nonostante abbiano sede entrambe nella città olandese. [/box]

    Foto di copertina di Alkan de Beaumont Chaglar Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

    Andrea Rocco
    Classe 1990, laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi sulle relazioni tra Angola e Cina ho conseguito un Master in African Politics presso la School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra e sto attualmente frequentandone un altro in Chinese Studies presso la Universitat Pompeu Fabra di Barcellona dopo altre esperienze formative in ISPI e SIOI.
    In questa oscillazione tra i miei due grandi interessi ho scoperto il mare: ad oggi mi occupo principalmente di pirateria e delle dinamiche geopolitiche dell’Oceano Indiano.

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