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La questione ambientale iraniana

Nelle scorse settimane a Tehran scuole chiuse e persone a rischio invitate a restare in casa per l’eccessivo livello di inquinamento atmosferico. Le autorità iraniane si interrogano sulle possibili soluzioni di un problema che riguarda l’intera nazione

TEHRAN SOFFOCATA DALLO SMOG  Il 14 novembre, il giorno più inquinato dell’ultimo anno secondo gli esperti, le autorità della capitale iraniana sono state costrette a prendere misure drastiche per fronteggiare i livelli allarmanti di smog raggiunti nella città. Il Comitato di Emergenza Atmosferica di Tehran ha disposto la chiusura delle scuole materne ed elementari e ha invitato le categorie ritenute maggiormente a rischio (anziani, bambini, donne in gravidanza e persone affette da problemi cardiaci e respiratori) a non uscire di casa se non strettamente necessario. Le restrizioni sono state estese alla circolazione degli autoveicoli interrompendo, fra le altre cose, la vendita delle licenze per l’ingresso nella capitale alle autovetture. Per ridurre al minimo le polveri sottili è stato inoltre chiesto alle fabbriche di rallentare la produzione e ai cantieri stradali di interrompere i lavori in corso. L’inquinamento sembra essere un problema perenne a Tehran, città circondata da montagne che impediscono al vento di disperdere le polveri sottili nell’aria. A questo si devono aggiungere le massicce emissioni di idrocarburi prodotte dai milioni di veicoli a motore che quotidianamente affollano le strade della capitale. Le autovetture in circolazione risultano essere spesso antiquate o non in regola con i criteri minimi di conformità ambientale oltre ad utilizzare, in molti casi, benzina raffinata a livello locale e dunque non conforme con le norme sull’inquinamento. I veicoli a motore sembrerebbero essere responsabili della maggior parte delle emissioni che causano l’inquinamento atmosferico cittadino, incidendo con una percentuale che va dal 70 al 90 per cento, con una variazione di dati a seconda delle fonti di riferimento.

Fig. 1 – Una panoramica di Tehran nascosta dietro una fitta coltre di smog

Da diversi anni ormai la situazione diviene particolarmente preoccupante in questa stagione, quando l’intera città viene sovrastata da una fitta cortina di nebbia causata della forte congestione di traffico unita al clima tipico della stagione. Quest’anno però la situazione è stata considerata più rischiosa rispetto al passato, tanto da costringere le autorità ad interrogarsi seriamente sulle possibili soluzioni per fronteggiare l’inquinamento atmosferico. L’allarme è scattato, nelle scorse settimane, quando la concentrazione di particelle ultrafini solide e liquide disperse nell’aria, meglio conosciute come particolato aerodisperso o PM2.5 – la cui concentrazione in una situazione di normalità dovrebbe essere tra 0 e 50 microgrammi (millesimi di milligrammo) per metro cubo – ha superato il livello di 150. Queste particelle, di diametro inferiore a 2,5 micrometri, penetrano facilmente nei polmoni e possono essere responsabili di malattie quali problemi cardiaci, bronchite cronica e cancro ai polmoni. Secondo quanto recentemente dichiarato dall’agenzia di stampa iraniana IRNA, tra la fine di ottobre e la prima metà di novembre 2016 la concentrazione di PM2.5 nell’aria è stata ritenuta direttamente responsabile della morte prematura di 412 persone.

EMERGENZE AMBIENTALI E IMPATTO UMANO SULL’ECOSISTEMA  Anche se oggi l’inquinamento atmosferico è considerato emergenza prioritaria la questione ambientale in Iran, considerata nel suo complesso, è piuttosto allarmante. Uno dei temi da affrontare nell’immediato riguarda la grave carenza d’acqua: il Paese è caratterizzato da un problema diffuso di aridità, con precipitazioni medie annue che non superano i 250 mm (con distribuzione irregolare delle piogge a seconda delle diverse zone) e con un consumo di acqua che supera nettamente la quantità di risorse idriche disponibili. L’aridità in Iran è dovuta sia alla conformazione fisica del suolo sia alla predominanza di zone caratterizzate da un clima desertico o semi-desertico; la presenza di importanti catene montuose, che alimentano fiumi e falde acquifere, risolve solo in minima parte il problema. Le principali cause della scarsità idrica rintracciate dagli studiosi risultano essere la forte sproporzione tra crescita esponenziale della popolazione e quantità di acqua disponibile, l’inefficienza del settore agricolo e la cattiva gestione delle risorse idriche disponibili. Fonti attendibili riferiscono, ad esempio, che il 92 per cento dell’acqua disponibile è destinata all’agricoltura. A questo equilibrio, già estremamente precario, si deve aggiungere l’inquinamento massiccio delle falde idriche, causato principalmente dagli scarichi industriali delle numerosissime fabbriche e aziende produttrici presenti sul territorio.

Fig. 2 – Una immagine del Dasht-e Lut, deserto situtato nel sud-est dell’Iran

Oltre all’inquinamento ambientale l’insediamento umano ha contribuito, fin dall’antichità, ad indebolire la maggior parte degli ecosistemi presenti sul territorio iraniano. Attività quali la deforestazione, l’agricoltura intensiva in aree non ecologicamente sostenibili, il pascolo eccessivo, la caccia, la compattazione del suolo, la pressione demografica – causata principalmente dalla eccessiva urbanizzazione –, l’utilizzo di pesticidi e i problemi relativi alla gestione dei rifiuti (unitamente all’inquinamento industriale e alla spesso eccessiva irrigazione) hanno contribuito ad un rapido degrado ecologico. L’insieme di questi fattori ha provocato, nel tempo, danni spesso irreparabili quali desertificazione, erosione, inondazioni, tempeste di polvere, impoverimento del suolo e distruzione degli habitat naturali di molte specie di mammiferi, uccelli, pesci, rettili e piante. Studi recenti hanno stimato che in Iran molte specie animali e vegetali si sono estinte negli ultimi decenni e che molte altre sono fortemente a rischio di estinzione.

GLI INTERVENTI PER LA SALVAGUARDIA DELL’AMBIENTE PRIMA E DOPO LA RIVOLUZIONE ISLAMICA  La prima legge per la tutela del territorio è stata emanata in Iran nel 1956, creando un’istituzione preposta al controllo ambientale che cercò di destinare una percentuale significativa delle risorse economiche disponibili ad aree ritenute di particolare importanza dal punto di vista ecologico. Considerando la vastità del territorio in rapporto ai limitati fondi a disposizione, gli sforzi di preservazione non furono sufficienti a garantire un’adeguata efficacia nei controlli. Nel 1971 il Parlamento, attraverso l’istituzione di un Dipartimento dell’Ambiente, stabilì l’esistenza di sei parchi naturali e trentacinque regioni protette, con il principale obiettivo di creare le condizioni ideali per favorire la riproduzione di specie a rischio. In queste aree vigeva il divieto di caccia e pesca, concesse comunque tramite speciali licenze, e il pascolo era soggetto a forti restrizioni. Gli sforzi per la salvaguardia della fauna selvatica e la conservazione delle risorse naturali non sono però stati mantenuti nel periodo post-rivoluzionario.

Fig. 3 – Il caviale iraniano, considerato tra i più pregiati al mondo, è spesso un prodotto della pesca intensiva 

Nonostante l’articolo 50 della nuova Costituzione sancisca come doveri pubblici la salvaguardia dell’ambiente e il divieto di inquinamento, fino alla fine degli anni Ottanta il settore pubblico non ha mostrato particolare interesse per le questioni di consapevolezza ambientale. Durante il periodo rivoluzionario (1978-79) e della guerra contro l’Iraq (1980-88) la questione della tutela ambientale è stata infatti completamente accantonata: boschi, pascoli, parchi nazionali e aree protette sono stati saccheggiati e arati, con conseguente massacro della flora e della fauna selvatiche. Non solo le norme in materia ambientale sono state spesso sospese ma l’economia del Paese in quegli anni ha addirittura  incoraggiato lo sfruttamento distruttivo dell’ambiente e delle sue risorse. Con la fine della guerra il Governo, riconoscendo finalmente la necessità di affrontare la questione ambientale, ha promosso il ripristino di alcuni programmi di tutela e conservazione avviati nella prima metà degli anni Settanta. Nel corso degli anni Ottanta si è proceduto quindi al rimboschimento di oltre 100.000 ettari; allo stesso tempo però milioni di ettari di foresta naturale venivano sradicati e moltissime aree venivano privatizzate, sfuggendo così a qualsiasi forma di controllo.

POSSIBILI SOLUZIONI PER FRONTEGGIARE L’INQUINAMENTO  Nonostante gli interventi intrapresi negli ultimi anni per migliorare il traffico, limitare l’uso del gas naturale nelle abitazioni, nelle industrie e negli impianti dei veicoli a motore e incrementare il trasporto pubblico, l’inquinamento atmosferico in Iran resta a livelli estremamente preoccupanti. Un rapporto pubblicato nel maggio scorso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità colloca la città di Zabol, situata al confine tra Iran e Afghanistan, al primo posto in una classifica mondiale per inquinamento da particolato PM2.5. Secondo un altro studio, pubblicato nel 2015 dalla Macmillan Publishers Limited, prendendo in esame le 26.108 morti premature (relative cioè a persone di età compresa tra i 5 e i 30 anni) avvenute in Iran nel 2010, ben 3.273 sono da attribuire a cause ambientali, tra cui emissioni industriali, traffico di terra, energia residenziale, produzione energetica e combustione di biomasse.

Fig.4 – Traffico congestionato a Tehran, settembre 2015

In Iran si deve quindi necessariamente definire una politica ecologica sostenibile in quanto le normative sul controllo dell’inquinamento ambientale attualmente in vigore vengono applicate in maniera discontinua e casuale, non esercitando un controllo completo e puntuale per proteggere le risorse naturali, la fauna selvatica e gli ecosistemi. Le riserve naturali, ad esempio, continuano ad esistere ma risultano essere mal sorvegliate perdendo quindi la loro funzione di aree protette. Per fronteggiare l’inquinamento atmosferico nelle città dovrebbero essere intraprese misure che, seppur proposte ciclicamente, non sono mai state applicate, come ad esempio la conversione degli impianti dei taxi da gas a benzina, una corretta manutenzione dei veicoli obsoleti e l’intensificazione delle revisioni dei veicoli, prevista ogni cinque anni secondo la normativa attualmente in vigore e che, secondo un disegno di legge approvato dal Parlamento lo scorso agosto, dovrebbe trasformarsi in controlli biennali per le autovetture private e annuali per quelle governative. Il Governo ha di recente vietato alle aziende automobilistiche la produzione di veicoli altamente inquinanti, invitando gli acquirenti ad optare per autovetture eco-compatibili. Tra i consigli proposti per fronteggiare l’emergenza vi sono gli inviti alla popolazione ad aumentare il consumo di frutta e verdura dalle proprietà antiossidanti, ad assumere compresse contenenti Omega3 e ad indossare all’aperto mascherine per polveri nocive 3M. Dato che l’aria in casa è altrettanto inquinata, si consiglia inoltre di acquistare e installare nelle abitazioni apparecchiature per purificare l’aria, invitando allo stesso tempo i costruttori a darne in dotazione nelle case di nuova fabbricazione.

Alice Miggiano

Un chicco in più

Secondo uno studio pubblicato sulla Encyclopaedia Iranica e basato su dati ricavati dal World Database on Protected Areas in Iran ci sarebbero 26 parchi nazionali, 35 monumenti naturali nazionali, 42 rifugi di fauna selvatica e 150 aree protette. 

Foto di copertina di aguscr Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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