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Alla luce dell’imminente esordio dell’amministrazione Trump e dei bombardamenti sempre più violenti in Siria, facciamo un punto della situazione sulla politica estera Usa nello Stato di Bashar al-Assad e cerchiamo di prevedere come potrebbe evolversi la situazione da gennaio 2017

A 5 ANNI DALLA RIVOLUZIONE – Cominciamo con un piccolo e molto semplificato riassunto del conflitto siriano. Le violenze sono scoppiate il 15 marzo 2011, la scintilla che ha acceso la miccia la repressione del presidente Assad contro i manifestanti che sfilavano nelle strade. Imitando i cittadini di numerosi Paesi che stavano vivendo i moti delle Primavere Arabe, i siriani si erano riversati nelle città per chiedere a gran voce necessarie riforme al governo. In poco tempo si è passati da piccoli scontri locali tra forze governative e manifestanti a un conflitto internazionalizzato che ha visto il coinvolgimento di Stati, coalizioni e attori regionali. Sfruttando le spaccature interne, gruppi come Jabat al-Nusra (ora Fath al-Sham) e lo Stato Islamico si sono infiltrati nelle dinamiche statali per espandere il loro controllo sul territorio ormai nel più completo caos. Dal 2011, il governo di Assad ha perso il 70% della Siria, che ora viene riconquistato dalle truppe lealiste con l’aiuto dell’aviazione russa e delle forze sciite di Hezbollah e dell’Iran. A 5 anni dall’inizio della rivoluzione troviamo quindi un campo di battaglia molto eterogeneo, che ha rappresentato un terreno fertile per i curdi siriani. Approfittando del ritiro dell’esercito di Assad dalle regioni del nord-ovest in cui sono da sempre stabiliti, i curdi hanno dato vita a un’amministrazione locale e, forti della loro alleanza con la coalizione della comunità internazionale, sono diventati un asset nella lotta contro l’Isis in Siria.

Fig. 1 – In questa mappa, realizzata dalla nostra esperta Claudia De Bari, esaminiamo quali potrebbero essere le principali linee di politica estera di Donald Trump

L’INTERVENTO DEGLI STATI UNITI – Quattro anni dopo lo scoppio delle violenze in Siria, entrano in gioco gli Stati Uniti d’America. Il loro non è un intervento boots on the ground, ma una serie di raid aerei contro l’Isis, nel mirino degli Usa in quanto considerato come la principale minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Insieme ai raid, sono state dislocate forze Usa nel territorio siriano, ma il loro unico scopo era (e lo è ancora oggi) quello di fornire aiuti umanitari e assistenza non letale agli oppositori di Assad e di proteggere gli Stati vicini dall’espansione delle tensioni e dello Stato Islamico. Durante la sua amministrazione, Obama non ha mai mostrato eccessivo interesse alla partecipazione alla guerra in Siria se non tramite la direzione dei raid aerei della coalizione, per un motivo fondamentale: la mancanza di un forte interesse strategico in quella precisa regione mediorientale. Certo, la sicurezza di Israele potrebbe essere un motivo valido per un maggior coinvolgimento (ricordiamo che Israele è sempre stato uno dei più grandi alleati Usa), ma questa ragione non è stata sufficiente per intervenire in maniera massiccia. Inoltre, dopo la presenza disastrosa in Iraq, il popolo Usa non era pronto a inviare i propri soldati verso Damasco e a sopportare eventuali perdite tra le file del proprio esercito. Non dimentichiamo anche che gli interventi militari costano e dal 2008 Obama ha dovuto limitare tutte le spese non strettamente necessarie. Il blando intervento Usa è stato causato solo dal senso di responsabilità che gli americani hanno nei confronti dei propri cittadini e della comunità internazionale, che ha sempre considerato gli Stati Uniti come una delle poche potenze in grado di mantenere la sicurezza grazie al peso dei suoi interventi. La svolta arriva nel 2015: la presenza russa cambia le carte in tavola, creando un campo di battaglia in cui Obama e Putin combattono su due fronti opposti: la Russia a fianco di Assad contro i ribelli, gli Usa con i curdi siriani (ribelli non particolarmente amati né da Assad né da Erdogan) contro l’Isis. Riconosciuto il peso che Russia e Usa hanno nel conflitto, questi due attori in contrasto hanno tentato di arrivare a un cessate il fuoco e a un accordo per la fine delle violenze tra Assad e i ribelli, ma non c’è mai stato nulla di fatto in maniera definitiva. Di certo non aiuta la violazione dei diritti umani e i crimini di guerra di cui Assad e russi sono accusati dagli americani. A causa del conflitto siriano, la contrapposizione politica tra Russia e Usa si è fatta sentire più che mai, ma ci si aspetta un cambiamento con la presidenza Trump.

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Fig. 2 – Bandiere americana e siriana sventolate a Capitol Hill per chiedere ulteriori strike al governo di Obama

LA GEOPOLITICA CON TRUMP ALLA CASA BIANCA – La vittoria di Trump ha ovviamente delle forti implicazioni internazionali, specialmente nel Medioriente, pivot della politica estera Usa. Non è possibile fare previsioni precise e accurate sull’evoluzione del conflitto siriano e della lotta all’Isis nella regione, non solo a causa dell’imprevedibilità della situazione in sé, ma anche per la poca chiarezza di Trump in materia. Durante la sua campagna elettorale, il presidente eletto ha criticato aspramente i suoi predecessori per l’eccessivo coinvolgimento negli affari mediorientali, ma è stato il magnate stesso a proporre, ancora in campagna elettorale, di inviare in Siria e Iraq decine di migliaia di soldati per sconfiggere l’Isis. L’unico elemento facilmente prevedibile, per ora, è un maggiore dialogo con la Russia. La reciproca stima tra Putin e Trump non è un segreto e una loro cooperazione avrebbe numerosi effetti: il cambio di posizione degli Stati Uniti verso la Russia significherebbe la fine dell’alleanza con i curdi siriani, ma allo stesso tempo uno sforzo congiunto Russia-Usa per la sconfitta dell’Is. Inoltre, questo cambiamento di agenda Usa in Siria significherebbe dover fare i conti con importanti conseguenze: l’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo interpreterebbero il cambiamento di posizione come una capitolazione americana di fronte al regime siriano e alle politiche russe e quindi, indirettamente, di fronte agli sciiti alleati con Assad. Gli Stati Uniti non possono permetterselo. Trump avrà bisogno dei sauditi e delle monarchie del Golfo per sconfiggere Daesh e per garantirsi la presenza in una delle regioni più rilevanti dal punto di vista geopolitico. Purtroppo per gli Usa, questi Paesi sono già sul chi va là dopo l’accordo con l’Iran: l’Arabia Saudita ha già mostrato aperture alla Cina e di recente, per la prima volta, ha tenuto esercitazioni militari congiunte con Pechino. Trump si troverà, quindi, a dover prendere una decisione tra i quattro scenari più probabili, uno dei quali non esclude necessariamente l’altro: 1) spostarsi verso la Russia, Assad e gli sciiti, a discapito delle preziose alleanze con sauditi e monarchie del Golfo, 2) portare avanti una linea interventista individuale costosa in termini economici e umani, 3) seguire la linea di Obama, tanto criticata in campagna elettorale oppure 4) ritirarsi completamente. In un’intervista a Bashar al-Assad riportata da al-Hayat, quotidiano panarabo con sede nel Regno Unito, il leader siriano afferma con sicurezza che Trump sia un naturale alleato di Damasco data la sua dichiarata volontà di combattere i terroristi (che per Assad non sono solo al-Nusra e Isis, ma anche i suoi oppositori). Non ci è dato sapere con certezza come potrebbe evolversi la situazione e quali sono con precisione i piani di Trump. Ciò di cui siamo certi è la gravità dello scenario siriano, un campo in cui si disputano numerose partite e in cui i giochi geopolitici in atto sono da manuale.

Giulia Mizzon

[box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

Cliccando su questo link potrete trovare una mappa interattiva che può aiutare a capire la situazione in Siria e gli attori in gioco.[/box]

 

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