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La futura politica estera di Trump in Medio Oriente

Proviamo a elaborare le direzioni verso cui gli Stati Uniti del 2017 tenderanno ad andare relativamente al medio oriente. Il che significa parlare di Siria, Iran, Egitto e Putin. Gran parte del futuro del mondo dipende da quest’area. Ecco gli scenari più probabili

NUOVA POLITICA ESTERA, POSSIBILI DRIVER – Ci sono tre punti che, durante la campagna elettorale di Donald Trump, hanno fornito alcuni spunti relativi alla possibile politica estera del neo Presidente americano in Medio oriente:

  • Il sostegno ad Israele e la promessa di spostare l’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme;
  • La condanna dell’accordo nucleare con l’Iran, raggiunto dal P5+1 nel luglio del 2015;
  • La volontà di raggiungere un accordo con il Presidente russo Putin, nell’ottica di combattere “l’estremismo islamico”.

Ma la vera domanda è una sola: quali di queste promesse fatte dal Presidente Trump saranno realizzate? Vediamo i tre punti singolarmente, cercando di delineare prospettive e mettendo in luce eventuali contraddizioni e fratture.

TRUMP ED IL MEDIO ORIENTE – La questione del passaggio dell’Ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, resta per ora un punto interrogativo. Poco dopo l’elezione di Trump, un suo stretto collaboratore Walid Phares, ha sottolineato che gli Stati Uniti sposteranno la sede diplomatica a Gerusalemme, solamente previo “generale consenso”. In maniera opposta, invece, vanno le voci di una possibile nomina dell’ex Governatore dell’Arkansas Mike Huckabee a prossimo ambasciatore americano in Israele. Secondo i media, smentiti per ora dal diretto interessato, il compito che Trump vorrebbe affidare ad Huckabee sarebbe proprio quello del passaggio della sede diplomatica a Gerusalemme. Certamente, se il neo Presidente dovesse mantenere la sua promessa, si tratterebbe di una scelta diplomatica di rottura, che probabilmente spaccherebbe la stessa Comunità Internazionale (con qualche Paese dell’est Europa, pronto magari a seguire la scelta di Washington). In Israele per ora si attende, anche con qualche preoccupazione dovuta ai punti interrogativi che circondano Trump. Un articolo pubblicato dalla stampa israeliana, ha anche sottolineato che il Premier Netanyahu ha gentilmente respinto l’invito ad incontrare Trump negli Stati Uniti, prima della cerimonia di insediamento prevista per 20 gennaio 2017.  Va anche ricordato che, in piena campagna elettorale americana, lo stesso aveva pubblicamente respinto le esternazioni fatte da Trump sui mussulmani. Se confermato, il rifiuto di Bibi ad incontrare Trump prima dell’insediamento, potrebbe essere anche ricondotto alla paura che Obama presenti alle Nazioni Unite una mozione sgradita ad Israele, in questi ultimi mesi di mandato.

Fig. 1 – Il Primo Ministro israeliano Bibi Netanyahu

TRUMP E L’IRAN  Sulla questione Iran, ci sono già delle indicazioni chiare, anche se permangono le contraddizioni. Due indicazioni chiare sono state date con le nomine di Mike Pompeo a capo della CIA e del Generale Michael Flynn a capo della Sicurezza Nazionale. Entrambi, infatti, ritengono l’accordo nucleare con l’Iran un errore gravissimo dell’Amministrazione Obama, ed entrambi hanno intenzione di respingere quanto concordato nel luglio 2015 a Vienna. Ovviamente, si tratta di una scelta che è più facile a dirsi che a farsi, soprattutto considerando che coinvolge altri Paesi chiave, tra cui la stessa Russia di Putin (grande sostenitore dell’accordo). Trump ha però dalla sua delle carte da giocare, e una indicazione l’ha data lo stesso Pompeo, poco prima di essere nominato capo della CIA. Sul suo profilo Twitter, Pompeo ha twittato un articolo del Weekly Standard, dal titolo “Undoing the Iran Deal? Easy”. Il pezzo, in soldoni, sostiene che non servirà fare delle rivoluzioni copernicane per affossare l’Iran Deal, ma basterà denunciare le violazioni all’accordo compiute da Teheran (quelle denunciate dai report AIEA e i test missilistici con vettori capaci potenzialmente di trasportare un’ogiva nucleare). Ovviamente, neanche a dirlo, anche se gli Stati Uniti decideranno di considerare nullo l’Iran Deal, non è detto che lo facciano gli altri firmatari dell’accordo. E mentre i Paesi UE si troverebbero in seria difficoltà – praticamente tra l’incudine degli interessi di business e il martello dell’alleato americano – altri Paesi non avrebbero alcuna intenzione – e interesse – a ritornare alla situazione ex ante. Basti qui pensare al recente accordo militare raggiunto tra Cina e Iran.

Fig.2 – Il presidente siriano Assad con Vladimir Putin

Ovviamente, la questione Iran non riguarda solamente il nucleare, ma anche il ruolo di Teheran in Medioriente, in primis in Siria e in Iraq. Bashar al Assad ha accolto positivamente l’elezione di Trump, rimarcando l’intenzione di collaborare con lui contro l’”Islam radicale”. Affermazioni chiaramente ricollegate alla volontà espressa del neo presidente di agire insieme a Putin, ormai il vero grande protettore del Presidente siriano. La questione, però, è assai più complessa. Non solo perché Trump intende contrastare l’Iran – che ha riempito Siria e Iraq di milizie paramilitari sciite – ma anche perchè il neo Presidente americano non potrà veramente non considerare le posizioni dei partner sunniti degli Stati Uniti. Ciò, non solo per tradizione diplomatica, ma anche perché – come sottolinea Anthony Cordesman – i Paesi arabi del Golfo continueranno a rappresentare un asset strategico per gli Stati Uniti. Dati alla mano, non solo questi Paesi resteranno importanti sotto il profilo petrolifero – nonostante la maggiore indipendenza degli americani per quanto concerne le risorse energetiche, l’export petrolifero dei Paesi sunniti del Golfo garantisce interessi strategici americani in altre parti del globo – ma anche per il mercato delle armi americano. Sono proprio gli arabi del Golfo, infatti, i primi clienti delle multinazionali delle armi statunitensi. Un indotto a cui, difficilmente, Washington vorrà fare a meno. Considerando quanto detto, se anche Trump raggiungesse un accordo con la Russia, non è detto che questo non significhi proprio il sacrificio di personaggi come Assad (magari lasciando a Mosca campo libero in Crimea). Un’eventuale fine di Assad o un eventuale grande accordo tra Washington e Mosca, non sarebbe sicuramente di gradimento all’Iran. Il rischio, nonostante le commesse militari, è che sul tavolo del negoziato, Putin potrebbe proprio metterci alcuni interessi strategici per la Repubblica Islamica, tra questi il regime di Assad (vitale per Teheran, al fine di mantenere una continuazione territoriale verso Hezbollah in Libano e un accesso alle acque calde del Mar Mediterraneo). La dirigenza iraniana ha accolto l’elezione di Trump in maniera contraddittoria. Il Presidente Rouhani e il Ministro degli Esteri Zarif, per parte loro, si sono affrettati a sottolineare l’importanza di mantenere l’accordo nucleare. I Pasdaran e Khamenei, invece, hanno preso in giro l’intera campagna elettorale americana, non lesinando offese sia a Trump che alla Clinton. D’altronde, i Pasdaran e Khamenei sanno molto bene che, i loro importanti interessi economici, saranno maggiormente tutelati con accordi con Paesi come la Cina e la Russia, piuttosto che con accordi tra l’Iran e l’Occidente.

Fig. 3 – Il supremo leader iraniano Ayatollah Ali Khamenei

UN CAPITOLO A PARTE, TRUMP E LA RUSSIA – Alcune cose sulle possibili relazioni tra Stati Uniti e Russia in Medioriente, sono state dette parlando di Iran. Va anche sottolineato che, nonostante le parole di Trump, le nomine di Pompeo e Flynn non segnano propriamente una propensione filo-russa (nonostante quanto riportato dai media). Per un verso, infatti, è vero ad esempio che Flynn – quando era direttore della DIA – si è recato a Mosca per una cena con Putin. Ed è anche vero che, in una successiva intervista, Flynn ha rimarcato la necessità di collaborare con Mosca contro il radicalismo islamico e mitigato la critica sulla questione della Crimea. Per un altro verso, però, Flynn ha rimandato i giornalisti a leggere il suo libro “The Field of Fight”. In questo testo, per quei pochi che veramente l’hanno letto, Flynn non disdegna dure critiche a Mosca, soprattutto per quanto concerne l’ostilità’ del Cremilino alla democrazia, alla Nato e l’opacità’ nei rapporto con l’Iran. Non da meno è Mike Pompeo, non solo noto come suddetto per la sua posizione di critica all’Iran, ma anche per la sua ferma opposizione alle politiche della Russia. D’altronde, va ricordato, lo stesso Donald Trump non ha lesinato attacchi a Mosca, soprattutto per quanto concerne la questione del sostegno ad Edward Snowden. In poche parole, sembra che oltre una vaga – seppur verbalmente forte – volontà di collaborare con Putin contro il radicalismo islamico, non ci siano reali indicazioni concrete di come questa collaborazione debba essere realizzata, soprattutto in aree chiave come Siria e Iraq. Putin, ovviamente, ha bisogno di concretizzare, al fine di far ripartire una economia in piena crisi per l’effetto dell’abbassamento del prezzo del greggio e delle sanzioni internazionali. Trump, da parte sua, non ha certamente questa fretta. Ergo, se il Presidente russo vorrà davvero trovare un “entente” con gli Stati Uniti sul Medioriente, dovrà in qualche modo sacrificare qualche alleato “tattico”, sostenuto sinora (si legga capitolo precedente su Iran).

WASHINGTON ED IL MEDIO ORIENTE – In questa parte inseriamo gli “altri Paesi” del Medio oriente, primi fra tutti la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Egitto. Da Ankara, il Cairo e Ryadh, sono venute reazioni positive all’elezione di Trump. Erdogan, probabilmente, vede nel neo Presidente americano un leader che manterrà la Nato in vita, ma interferirà meno nelle questioni interne dei Paesi membri, soprattutto per quanto concerne i diritti umani. Anche sulla Siria e sull’Iraq, Erdogan ritiene che Trump non si opporrà alla presenza turca in quei Paesi, vedendola anzi come un argine contro il radicalismo islamico. Presenza che per il Presidente turco non è vitale solamente per contrastare Isis, ma anche per impedire ai curdi siriani di ricongiungersi a quelli turchi (il Kurdistan iracheno è, invece, praticamente un protetto della Turchia). Anche al Sisi sembra più rilassato dopo l’elezione di Trump. Con Obama, è noto, il rapporto non era certamente buono. La Clinton era vista dal Presidente egiziano e dai suoi sostenitori come una alleata del Qatar, ovvero della Fratellanza Mussulmana. Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, il leader egiziano punta a ricevere un forte sostegno economico e militare, rimarcando l’importanza di combattere il radicalismo islamico nella penisola del Sinai (con riflessi in Libia). Ovviamente, anche al Sisi sa che Trump sarà probabilmente meno focalizzato sulla questione dei diritti umani, permettendo al Presidente egiziano di mantenere la mano dura contro gli oppositori islamisti.

Fig. 4 – Il sovrano saudita, re Salman 

Sulla questione Arabia Saudita, invece, bisogna seguire un doppio binario. Per un verso, infatti, Trump sembra intenzionato a bloccare le forniture di petrolio dalla monarchia Wahhabita. Per ora si tratta di affermazioni, probabilmente legate alla volontà del neo presidente americano di mantenere l’immagine di sostenitore dei produttori del settore petrolifero americano e di oppositore al radicalismo islamico (basti qui ricordare la recente dura posizione del Congresso, in merito al ruolo della famiglia saudita nell’attentato dell’11 settembre. Una battaglia politica che ha visto il Congresso autorizzare inchieste in merito e Obama tentare di arginare la crisi diplomatica). Nonostante le minacce, il Ministro del Petrolio saudita Khalid al-Falih, non è sembrato molto preoccupato, rimarcando che qualcuno a Washington ricorderà al Presidente Trump il valore strategico dell’oil export saudita per gli interessi americani (riecheggia Cordesman…). D’altro canto, come detto per al Sisi, i rapporti tra Re Salman e Obama non erano affatto buoni. Con Trump, quindi, Riyadh punta ad avere un alleato strategico nel contenimento dell’Iran e dei suoi alleati. Altra questione di collaborazione tra Riyadh e Washington sarà quella sul radicalismo islamico. In questo senso, considerando anche gli interessi di Mosca, non è detto che non possano sorgere delle convergenze sinora non approfondite. In fondo, sia i sauditi che i russi potrebbero presto essere preda di un pericoloso jihadismo di ritorno, che rischia di minare la stabilità di entrambi i Paesi.

La Redazione 

Un chicco in più

Come Putin, anche la monarchia saudita ha bisogno di fare presto, soprattutto per l’andamento poco soddisfacente della guerra in Yemen. Un conflitto che sta costando a Riyadh non poco anche in termini monetari. Soldi che i sauditi prendono dal loro enorme fondo sovrano, ma che con la parallela strategia di tenere il prezzo del greggio basso, rischia di mettere davvero in crisi l’economia del Regno. E per un Paese che non offre rappresentatività politica, il rischio di dover far fronte a rivolgimenti interni diventa pericolosamente concreto.

Foto di copertina di Gage Skidmore Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

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