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lunedì 6 Aprile 2020
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    L’Europa dice addio a Obama (e forse inizia a rimpiangerlo)

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    Venerdì 18 novembre a Berlino, nella sua ultima visita in Europa prima della fine del proprio mandato, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama si è incontrato con i leader europei

    L’inquilino (uscente) della Casa Bianca ha provato a fare il punto della situazione sulla relazione transatlantica. Ma l’incognita Trump pesa e preoccupa gli europei

    IL SUMMIT – Il Presidente USA Barack Obama, ormai a fine mandato, ha effettuato l’ultima visita in Europa della sua Presidenza. Il viaggio lo ha visto ad Atene e poi a Berlino, dove il 17 novembre ha avuto un incontro bilaterale con la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Inoltre il 18 novembre, sempre nella capitale tedesca, ha avuto luogo un summit tra Obama, Merkel, il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi, il Primo ministro britannico Theresa May e il Premier spagnolo Mariano Rajoy. La visita ha visto la propria funzione radicalmente cambiata dal risultato delle elezioni presidenziali USA l’8 novembre scorso. La vittoria di Donald Trump e il suo prossimo ingresso alla Casa Bianca hanno infatti diffuso nel Vecchio Continente una preoccupazione che in alcuni casi tende a trasformarsi in isteria. Il compito di Obama è stato dunque in primo luogo quello di rassicurare gli alleati, allo scopo di evitare che reazioni precipitose e premature danneggino le relazioni transatlantiche. Ma il viaggio in Europa è servito al Presidente uscente anche per ribadire la sua contrarietà alla politica di austerity (da questo punto di vista è stata significativa la sua tappa ad Atene), riaffermare l’irreversibilità della globalizzazione, confermare il proprio appoggio al TTIP e rafforzare l’impegno di USA e europei nella lotta al terrorismo islamista.

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    Fig.1 – Il summit tra Obama e i leader europei a Berlino

    OBAMA E L’EUROPA – Pochi ormai lo ricordano, ma quando Obama entrò in carica, nel gennaio 2009, l’immagine degli USA in Europa era sprofondata ad un livello quasi senza precedenti. Le due Amministrazioni Bush (soprattutto la prima) avevano avuto rapporti difficili con i Paesi della vecchia Europa. Gli eccessi della guerra al terrore, l’invasione dell’Iraq e, più in generale, l’unilateralismo degli USA in politica estera avevano reso ostili classi dirigenti e opinioni pubbliche del Vecchio continente. Compito dell’Amministrazione Obama era dunque quello di diffondere in Europa (e non solo) un’immagine più positiva degli Stati Uniti. Questo primo obiettivo sembra essere stato conseguito. Nonostante incidenti di percorso, come ad esempio le rivelazioni sul programma di sorveglianza della National Security Agency, le relazioni transatlantiche sono notevolmente migliorate. Il deteriorarsi dei rapporti con la Russia a seguito della crisi in Ucraina ha poi visto un’Europa sostanzialmente unita collaborare con Washington nell’applicare dure sanzioni economiche a Mosca. Nonostante i malumori interni e contro le previsioni di molti per ora le sanzioni rimangono in piedi. Dal punto di vista economico invece sia gli europei che gli USA hanno puntato molto sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), un trattato commerciale che avrebbe dovuto rafforzare l’integrazione economica tra le due sponde dell’Atlantico e che qualcuno aveva definito, forse in maniera troppo ambiziosa e ottimista, una “NATO dell’economia”. Le trattative si sono tuttavia arenate (e questo ben prima della vittoria di Trump).

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    Fig.2 – Il Presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama

    TRUMP – Fin dall’annuncio della sua candidatura nell’estate del 2015 Donald Trump si è dimostrato un politico non convenzionale, disposto a sfidare (almeno a parole) diversi cardini del sistema internazionale costruito e difeso proprio da Washington a partire dal 1945. Per quanto riguarda l’Europa grande preoccupazione hanno suscitato le sue posizioni su NATO e Russia. Il Presidente eletto ha infatti definito “obsoleta” l’Alleanza Atlantica e ha dichiarato che potrebbe non difendere i Paesi alleati che non spendono abbastanza nella difesa. Questa presa di posizione, unita alle dichiarazioni di stima nei confronti del Presidente russo Vladimir Putin, ha diffuso timori in Polonia e nei Paesi baltici. Trump si è inoltre espresso a favore dell’uscita del Regno Unito dall’UE e ha più volte criticato le politiche sull’immigrazione portate avanti da Angela Merkel in Germania. Sulle stesse questioni la differenza tra Obama e Trump non potrebbe essere più evidente. Inoltre il magnate newyorkese ha più volte dichiarato la sua simpatia (ricambiata) per diversi partiti antieuropei del Vecchio continente e sembra aver stretto un legame con Nigel Farage, uno degli artefici della vittoria del Leave al referendum sulla Brexit. Trump inoltre si è mostrato piuttosto freddo nei confronti dell’UE come istituzione, lasciando intendere che la sua politica europea (se ne avrà una) privilegerà i rapporti bilaterali tra Washington e i Governi nazionali. Infine il protezionismo economico invocato da Trump, sebbene indirizzato soprattutto contro America Latina e Asia, sarebbe estremamente dannoso per l’Unione, soprattutto innescasse una reazione a catena.

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    Fig.3 – Il Presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump

    COSA FARE? – La vittoria di Trump è arrivata inaspettata e ha colto impreparati l’opinione pubblica e i leader europei. Questo ha portato ad alcune reazioni scomposte e dannose. Tra tutte la meno pacata è stata quella del Presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker, che dato una plastica dimostrazione di quello che non andrebbe fatto. Innanzitutto, infatti, bisogna vedere cosa Trump riuscirà a realizzare del suo programma, posto che il Congresso, pur controllato dal “suo” partito repubblicano, non sembra affatto incline ad assecondarlo su Russia, NATO o commercio (vedi il chicco in più). Il Presidente eletto è poi del tutto sprovvisto di esperienza in politica estera e la sua squadra di stretti collaboratori non è abbastanza ampia né sufficientemente preparata culturalmente per colmare questa lacuna. Si troverà così a dipendere dagli apparati federali e/o a reimbarcare l’establishment repubblicano di politica estera con cui era finito ai ferri corti per via delle sue esternazioni. Sarebbero entrambe buone notizie se giudicate dal punto di vista europeo. Questo però non significa che l’elezione di Trump sia senza conseguenze per l’Europa. Innanzitutto già solo la possibilità che realizzi quelle politiche fino ad ora solo minacciate è di per sé sufficiente a creare importanti frizioni tra le due sponde dell’Atlantico e a seminare incertezza tra gli alleati europei. Inoltre l’appoggio USA all’UE (già molto tiepido ultimamente) potrebbe affievolirsi ulteriormente, mentre la vittoria di Trump ha galvanizzato il populismo europeo. Tuttavia non si può negare che alcune delle affermazioni di Trump, per quanto espresse a volte in modo rozzo e poco articolato, colgano nel segno. Ad esempio è vero che molti membri europei della NATO, tra cui il nostro, spendono meno (a volte molto meno) di quello che potrebbero e dovrebbero nel settore della difesa. E questo nonostante i Paesi del vecchio continente, tra cui l’Italia, si siano pubblicamente impegnati a impiegare almeno il 2% del proprio PIL in spese militari. Cosa che ovviamente non è avvenuta. Lo stesso Obama in una lunga e importante intervista di quest’anno sulla rivista The Atlantic aveva letteralmente definito opportunisti (freeriders) gli alleati degli Stati Uniti che non fanno il loro dovere sul versante della difesa. In un’epoca in cui il baricentro economico e politico del mondo si sta spostando rapidamente verso il Pacifico e l’Asia diventa sempre più difficile giustificare il fatto che la difesa dell’Europa sia ancora prevalentemente compito degli USA. Infine non dimentichiamo che l’UE era già in crisi per suo conto (e colpa) ben prima dell’elezione di Trump. In definitiva gli europei dovrebbero farsi un esame di coscienza prima di parlare e non essere pregiudizievolmente ostili alle proposte di Trump, pur difendendo i propri valori e i propri interessi. Dovrebbero inoltre ragionare sulla creazione di nuovi schemi che preservino l’alleanza con gli Stati Uniti innovando però alcuni dei suoi contenuti, ormai anacronistici, e suddividendo gli oneri in maniera più confacente alla realtà odierna.

    Davide Lorenzini

     [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Il partito repubblicano attualmente controlla sia la Camera dei Rappresentanti che il Senato. Il Congresso USA è forse l’organo legislativo più potente al mondo e può capitare che si faccia portatore (anche in modo bipartisan) di un’agenda politica significativamente diversa da quella presidenziale. Nonostante incida prevalentemente sulla politica interna del Paese, dispone di rilevanti strumenti per condizionare la politica estera. In particolare il Congresso dispone del potere della borsa (approvazione del bilancio e stanziamento dei fondi necessari per l’attuazione del programma del Presidente). [/box]

    Foto di copertina di Metropolico.org Rilasciata su Flickr con licenza L'Europa dice addio a Obama (e forse inizia a rimpiangerlo) 1 Attribution-ShareAlike License

    Davide Lorenzini
    Davide Lorenzini

    Sono nato nel 1997 a Milano, dove studio Giurisprudenza all’Università degli Studi. Sono appassionato di politica internazionale, sebbene non sia il mio originario campo di studi (ma sto cercando di rimediare), e ho ottenuto il diploma di Affari Europei all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Nel Caffè, al cui progetto ho aderito nel 2016, sono co-coordinatore della sezione Europa, che rimane il mio principale campo di interessi, anche se mi piace spaziare.

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