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Il calcio spesso non è solo sport, ma può anche essere uno strumento politico a disposizione delle autorità. La storia dell’Argentina è un esempio tangibile

SALVI IN EXTREMIS (?) – In molti avranno visto alla televisione le immagini di un Maradona esultante sotto la pioggia torrenziale di Buenos Aires: uno dei suoi giocatori, Martín Palermo, aveva appena segnato nei minuti di recupero il gol che regalava alla nazionale argentina la vittoria per 2-1 sul (temibilissimo) Perù. Una rete importantissima, che ha permesso alla nazionale albi-celeste di ottenere il quarto posto nel girone sudamericano di qualificazione ai Mondiali in programma in Sudafrica l’anno prossimo: l’ultima posizione a disposizione per accedere direttamente alla competizione calcistica più importante senza dover passare per il “limbo” dei playoff, che più che rappresentare un rischio costituirebbero un’onta infamante per l’Argentina. Ma c’è ancora un ultimo ostacolo da superare: Messi e soci devono almeno pareggiare con l’Uruguay domani sera (mercoledì 14 ottobre) a Montevideo per difendere il misero punto di vantaggio che è garanzia di qualificazione.

CALCIO E POLITICA – Perché tutti questi discorsi degni di un magazine sportivo? Perché probabilmente da nessuna parte come in Argentina, il calcio può avere una grande importanza politica. Esistono almeno tre episodi che possono spiegare come il rapporto tra pallone e potere sia molto stretto nella nazione sudamericana. Innanzitutto, occorre tornare indietro al 1978, quando l’Argentina ebbe l’onore di essere il Paese organizzatore dei mondiali, e di vincerli. La giunta militare del generale Videla era al potere da due anni e stava già seminando il terrore all’interno del Paese, oltre che trascinando al tracollo economico quella che era una nazione florida. Eppure, la conquista della Coppa del Mondo servì alla dittatura per cementare il consenso al proprio interno e per ottenere prestigio all’esterno: non è un caso se il 1978 rappresentò proprio l’apice del regime. I generali furono poi costretti ad abbandonare il potere nel 1983, in seguito alla sconfitta patita dall’esercito britannico durante la guerra per il controllo delle Isole Falkland (o Malvinas), situate nell’Atlantico al largo delle coste argentine. La guerra era stata l’estremo tentativo di salvare il regime, coagulando ancora una volta la popolazione attorno a sé: esattamente come il calcio, due strumenti al servizio del potere.Il secondo episodio risale al 1986: Messico, sempre Mondiali di calcio. Si gioca Argentina – Inghilterra, e i sudamericani vincono per 2-1 con le famose reti di Maradona: la prima messa a segno con la "mano de Diós", la seconda invece da manuale del calcio. Per la popolazione argentina è un tripudio: non importa in che modo si è vinto, l’importante era solo ottenere una rivincita contro gli “odiati” inglesi. Si trattò di molto più che una semplice partita, ma di un’occasione di riscatto per una nazione molto orgogliosa e patriottica che aveva subito una sconfitta militare considerata vergognosa. E che ancora oggi rappresenta una ferita aperta, dato che la presidentessa Cristina Kirchner ha recentemente rivendicato la sovranità dell’Argentina sulle Falkland/Malvinas

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RITORNO AL PRESENTE – Allo stesso modo, oggi per l’Argentina essere estromessa dalla partecipazione ai Mondiali rappresenterebbe un’onta incancellabile, dai molteplici risvolti politici: basti pensare alla competizione con il Brasile, sempre più in ascesa a livello internazionale a dispetto di un’Argentina che deve ormai cedere il passo al vicino. E, allo stesso modo, il calcio rappresenta ancor oggi (seppur con le dovute proporzioni, ora a Buenos Aires non governa un gruppo di militari spietati) un mezzo per ottenere consenso popolare. La Casa Rosada è intervenuta ad agosto per finanziare le società calcistiche in crisi e garantire la trasmissione in chiaro degli incontri del campionato nazionale, con una spesa molto alta di oltre 250 milioni di dollari. Una scelta quasi obbligata per i Kirchner, che devono affrontare una situazione interna molto problematica: dai contrasti con gli agricoltori ai dissidi interni nel Partido Justicialista, passando per l’opposizione dei grandi gruppi delle telecomunicazioni per la recente legge approvata dal Senato, per il Governo argentino si preannuncia dura la “partita” che si dovrà giocare nei prossimi mesi. 

Davide Tentori 13 ottobre 2009 redazione@ilcaffegeopolitico.it

Foto: in alto, un volantino del Partido Justicialista. Sotto: la presidentessa Cristina Kirchner

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Davide Tentori

Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Attachè Economico. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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