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Egitto, la crisi con l’Arabia Saudita e le possibili conseguenze

L’Egitto rappresenta la culla del mondo arabo, non solo per la sua numerosa popolazione, ma anche e soprattutto perché buona parte delle idee che hanno caratterizzato il mondo arabo contemporaneo – dal nazionalismo all’islamismo – hanno avuto origine e sviluppo proprio in questo Paese

EGITTO ED ARABIA, L’IDILLIO TRA LE DUE NAZIONI  Occorre guardare alla stabilità politica ed economica dell’Egitto con attenzione proprio per il motivo esposto. In questo periodo, in particolare, è necessario osservare con interesse (e preoccupazione) la crisi diplomatica apertasi tra Il Cairo e Riad. Premessa: poco dopo il golpe che ha portato al potere il Presidente al-Sisi nel 2013, fu proprio l’Arabia Saudita il principale Paese del mondo arabo a sostenere il nuovo corso egiziano. Un sostegno aumentato costantemente e concretizzatosi nella visita compiuta dal monarca saudita Salman in Egitto nell’aprile del 2016.
In quella occasione, al-Sisi annunciò di aver accettato di cedere all’Arabia Saudita la sovranità di due isole del Mar Rosso, Tiran e Sanafir. Una cessione dal valore strategico, considerando che si tratta di due isolotti da cui materialmente si controlla l’accesso al Golfo di Aqaba. Proprio dalla decisione egiziana di chiudere l’accesso ad Aqaba ebbe origine la famosa Guerra dei Sei Giorni. La decisione di Al-Sisi non fu presa positivamente dalla popolazione egiziana: migliaia di cittadini scesero in piazza per protestare. Ad oggi, l’accordo è stato rigettato da una Corte egiziana. Durante la visita di Re Salman al Cairo, Arabia Saudita ed Egitto si accordarono per espandere la cooperazione nel settore economico e nucleare: il monarca saudita promise anche di concedere all’Egitto un importante prestito per lo sviluppo della Penisola del Sinai. Infine, per sottolineare il profondo rapporto tra i due Paesi, Salman propose di costruire un ponte sul Mar Rosso per collegare i due Paesi  e costituì un fondo di investimento saudita-egiziano, con un capitale di 60 miliardi di Riyal (16 miliardi di dollari).

Fig. 1 – Il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi

LA CRISI POLITICA TRA I DUE PAESI   Improvvisamente, la luna di miele tra Riad e Il Cairo si è interrotta. Lo scontro è iniziato dopo la decisione egiziana di votare alle Nazioni Unite una mozione della Russia sulla Siria. L’Arabia Saudita ha reagito con rabbia alla decisione del Cairo, richiamando – senza una motivazione ufficiale – il proprio ambasciatore dall’Egitto. Non solo: la compagnia petrolifera saudita ARAMCO, ha comunicato all’Egitto la decisione di sospendere le esportazioni di greggio alla Egyptian General Petroleum Corporation.
Davanti alla rabbia di Riad, il Presidente egiziano al Sisi pare stia reagendo guardando dall’altra parte dello schieramento: sembra, infatti, che Iran, Russia e Venezuela, si siano affrettati ad offrire al Presidente egiziano il loro sostegno e le loro risorse energetiche. Non solo: Teheran ha insistito per avere l’Egitto ai colloqui di Losanna sulla Siria, proprio al fine di mettere in crisi lo schieramento dei Paesi arabi (e non) sunniti.

L’APPEASEMENT DI RIAD VERSO LA TURCHIA E IL NODO SIRIANO  Pochi giorni dopo aver visitato Il Cairo nel mese di aprile, il Re Saudita Salman visitò anche la Turchia. Fu una visita diplomaticamente importante, perché’ segno un cambio di strategia dell’Arabia Saudita verso la Fratellanza Mussulmana (di cui Erdogan è visto oggi come il maggiore rappresentante). Poco dopo il tentato golpe contro Erdogan, Re Salman si congratulò con il Presidente turco. Non solo: Riad fece arrestare l’attache’ militare di Ankara in Kuwait, accusato di essere parte del golpe. In pratica, con il nuovo monarca saudita, la monarchia del Golfo ha deciso di avviare un dialogo costante con la Fratellanza Mussulmana, alla ricerca un’unione del mondo sunnita contro il nemico sciita iraniano.
A questa unione, però, non può prendere parte al-Sisi: il potere del Presidente egiziano, infatti, si fonda proprio sulla lotta alla Fratellanza Mussulmana, di cui era esponente l’ex Presidente Mohammed Morsi. Dal golpe del 2013 le relazioni tra Il Cairo e Ankara sono pessime: solamente nel luglio del 2016, parlando ad al Jazeera, Erdogan ha accusato ancora al-Sisi di essere un golpista e “un assassino”. Al contrario, mentre Morsi era uno dei maggiori sostenitori dei gruppi ribelli siriani, con l’arrivo al potere di al-Sisi le relazioni con Assad sono nettamente migliorate, nell’ottica della lotta ai gruppi islamisti.

Fig. 2 – il sovrano saudita Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd

LA SITUAZIONE ECONOMICA EGIZIANA  La situazione finanziaria egiziana è molto delicata: il debito pubblico è cresciuto fino a raggiungere i 55,7 miliardi di dollari, mentre è aumentata la crisi del settore turistico nazionale (da cui dipende una parte importante del PIL egiziano). Nel frattempo, mentre il Fondo Monetario Internazionale ha approvato un nuovo prestito di 12 miliardi di dollari, le riserve monetarie egiziane sono scese da 36 miliardi di dollari del 2010, a 15,5. Proprio per questo, c’è chi sostiene che, la decisione de Il Cairo di votare a favore della mozione russa sulla Siria, sia stato un segnale inviato da al Sisi proprio ai sauditi, al fine di ottenere maggiore sostegno economico. In poche parole, a rischio c’e’ l’intera stabilita’ dell’Egitto di al-Sisi. Un rischio che, a quanto pare, percepisce forte anche Israele, un Paese che vede in al-Sisi un alleato chiave nella lotta al terrorismo islamista. Solamente qualche giorno fa, i media israeliani hanno annunciato che il Governo Netanyahu intende sostenere una serie di progetti economici bilaterali tra Gerusalemme e Il Cairo.

I RISCHI DI UNA CRISI NELL’AREA  Come detto, l’Egitto è un Paese chiave del Medio oriente, la cui stabilità risulta fondamentale, particolarmente in questo momento. Una stabilità che coinvolge anche l’Italia, non solamente per la risoluzione del triste caso Regeni, ma anche per gli interessi energetici di ENI e per il ruolo che al Sisi ricopre nella partita libica (in sostegno al Generale Haftar). Non solo: come porta del Mediterraneo, mare caldo per eccellenza, l’Egitto è chiaramente un key player nell’attuale partita geopolitica mediorientale: un eventuale spostamento de Il Cairo verso Teheran e Mosca, non sarebbe certamente guardato positivamente dalla Nato, da Israele e dallo stesso fronte sunnita. Nonostante gli approcci della Russia e dell’Iran, per ora si tratta molto di speculazione, il cui sviluppo andrà monitorato nel tempo.
Infine, non bisogna dimenticare il ruolo chiave che gioca il Califfato nella Penisola del Sinai: qui, Isis ha ottenuto la fedeltà del gruppo del gruppo al Bayt al-Maqdis, noto anche come Ansar Jerusalem, responsabile di numerosi attacchi contro i pipeline egiziani verso Israele e Giordania e contro gli stessi militari egiziani (ragione per cui Israele ha concesso a Il Cairo di schierare le sue truppe nella Penisola del Sinai). Come dimostrato dall’intelligence israeliana, al Bayt al-Maqdis e’ in affari con il gruppo terrorista di Hamas nella Striscia di Gaza e direttamente implicato nel rapimento dei turisti.  Un collasso del Governo di al-Sisi, quindi, implicherebbe una serie di conseguenze significative sull’intera architettura della (già fragile) sicurezza del Mediterraneo.

QUANTO È REALE LA RABBIA SAUDITA? Indubbiamente Riad vorrebbe poter contare maggiormente sull’allineamento dell’Egitto alla sua politica estera. Una crisi tra i due Paesi sulla questione siriana, non è la prima volta che accade: già nel febbraio del 2016, una visita del Primo Ministro egiziano in Arabia Saudita fu improvvisamente cancellata. Secondo gli analisti, alla base di quel disaccordo ci fu proprio la contrarietà egiziana alla proposta saudita di inviare truppe in Siria. In quell’occasione, doveva anche riunirsi un forum economico per garantire un investimento saudita in Egitto di circa 30 miliardi di Rial (8 miliardi di dollari).

Fig. 3 – pipeline saudita 

UN PERICOLOSO TIRO ALLA FUNE? Nonostante la rabbia di Re Salman sia reale, allo stesso tempo a Riad tutti sono consapevoli del fatto che non è possibile lasciare andare l’Egitto. Si tratta di un Paese chiave, non solo per la sua naturale appartenenza al mondo sunnita, ma soprattutto per la sua posizione geostrategica. Probabilmente, quello che al-Sisi sta mettendo in atto, è un pericoloso tiro alla fune con Riad, allo scopo di ottenere maggiore sostegno, garantendosi un’agibilità politica esterna. Non solo sulla Siria: Riad e Il Cairo, infatti, non hanno le stesse posizioni anche sullo Yemen e sulla stessa Libia. A riprova che si tratti di un tiro alla fune, c’è la poco strana concomitanza di questa crisi, con la prossima approvazione di un prestito di 12 miliardi di dollari da parte del Fondo Monetario Internazionale all’Egitto. Christine Lagarde ha praticamente assicurato l’approvazione del prestito, ma condizionandolo a riforme di austerità che certo non piaceranno alla piazza egiziana. Da qui, probabilmente, la scelta di al-Sisi di provocare Riad, per cercare di ottenere in breve tempo maggiori fondi dalla monarchia del Golfo. E chissà che la stessa esercitazione militare congiunta anti-terrorismo tra Egitto e Russia, organizzata il 17 Ottobre scorso in Egitto, non sia parte della stessa strategia di pericoloso tiro alla fune del Presidente egiziano (questa volta verso gli Stati Uniti e lo stesso FMI). Molto significativamente, l’esercitazione aveva come nome in codice “Defenders of Friendship 2016”. Più che un concreto attuale ingresso dell’Egitto in un’alleanza stabile con Mosca e Teheran, quanto sta avvenendo, come suddetto, assomiglia ad un tiro alla fune tra le due parti. Un gioco pericoloso che, nell’attuale contesto geopolitico mediorientale, rischia di avere brutte conseguenze.

La Redazione

Un chicco in più

Non è un caso che, scrivendo in questi giorni sul The American Interests, l’analista del CFR Walter Russell Mead ha pubblicato un pezzo intitolato “The US must rescue Egypt’s Sisi”. Nelle sue conclusioni, Mead afferma testualmente: “Se il Governo di al Sisi fallisce e se l’economia continua ad indebolirsi, non è possibile escludere (ruled out, NdA) alcuna conseguenza. Ci sono voci di una possibile protesta di massa il prossimo 11 novembre. Abbiamo visto in Iraq, Libia e Siria, come sia facile per una società araba entrare nel caos, quando i governanti perdono la loro presa. Un tracollo sociale in Egitto, avrebbe conseguenze più large e disastrose, rispetto a tutte le altre a cui abbiamo assistito sinora nella regione. Il Governo di al Sisi è lontano dalla perfezione, ma non esiste alcuna alternativa reale. Il prossimo Presidente americano dovrà porre la sopravvivenza di Sisi e la rinascita dell’Egitto, tra le maggiori priorità”.

Foto di copertina di alisdare1 Rilasciata su Flickr con licenza Attribution-ShareAlike License

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