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Fra l’incudine e il martello: le proteste in Bahrain

Nate nel febbraio 2011, durante la Primavera Araba, le proteste in Bahrain hanno visto un’elevata partecipazione da parte della popolazione, con centinaia di migliaia di persone scese in piazza per manifestare contro il regime della dinastia Al Khalifa e per rivendicare maggiori diritti politici. Queste proteste continuano tuttora e si collocano in un quadro geopolitico delicato, in cui le potenze regionali hanno forti interessi nella sopravvivenza della monarchia degli Al Khalifa o nella sua caduta

MOTIVAZIONI RELIGIOSE  Nonostante il Bahrain sia governato dal 1971 dalla dinastia sunnita degli Al Khalifa, il Paese del Golfo Persico presenta un rapporto fra sunniti e sciiti decisamente a favore di questi ultimi, che rappresentano il 70% della popolazione. E’ infatti il Paese dell’area del Golfo, escluso l’Iran, che presenta la maggiore percentuale di sciiti, rendendolo, dal punto di vista confessionale, molto simile alla Siria. Non è un caso che le proteste presentino caratteristiche simili a quelle siriane prima dell’inizio della guerra civile. Da decenni, la maggioranza sciita lamenta discriminazioni politiche, sociali ed economiche. Lo squilibrio di potere fra le due compagini dell’Islam, però, non è l’unica causa delle proteste; nei primi momenti delle manifestazioni erano infatti presenti anche piccole componenti sunnite fra gli oppositori. Ciononostante, la repressione del regime bahrainita si è rivolta quasi esclusivamente nei confronti degli sciiti. Il caso più eclatante della repressione è quello del partito sciita Al Wefaq. Questa forza politica, sin dalle prime elezioni del 2002, ha avuto un notevole peso all’ interno del paese, per quanto il sistema politico glielo permettesse. Questo partito si è messo a capo delle prime proteste iniziate nel 2011 e ha subìto una repressione sempre più forte da parte della monarchia sunnita. Questa repressione ha conosciuto il suo apogeo nel 2015, con la condanna a quattro anni di carcere (poi diventati nove) per “aver incitato alla violenza” di Sheikh Ali Salman, il segretario generale di Al Wefaq, e il suo completamento con lo scioglimento dello stesso partito nel luglio 2016 con l’accusa di istigare la violenza e di avere contatti con gruppi terroristici sciiti come Hezbollah.

Fig. 1 – La sede del partito Al Wefaq, sciolto dalle autorità bahrainite nel luglio 2016

MOTIVAZIONI POLITICHE  Il punto di svolta della politica del Bahrain, dopo l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1971, è stato il passaggio da emirato a regno avvenuto nel 2002. Con la Costituzione del 2002, imposta dal Re Hamad Al Khalifa senza consultazioni popolari, la Camera Alta, a nomina regia, ha gli stessi poteri legislativi della Camera bassa, eletta dal popolo, rendendo di fatto il sistema parlametare bahrainita solo formalmente democratico. A ciò, si aggiunge il gerrymandering, ovvero la divisione dei collegi elettorali effettuata in modo che la maggioranza sciita ottenesse un numero minore di rappresentanti. Queste furono anche le motivazioni che indussero Al Wefaq a boicottare le elezioni del 2002. L’opposizione in Bahrain si è divisa fra chi chiede un’apertura in senso democratico della monarchia di Al Khalifa, come Al Wefaq, con una limitazione dei poteri della Camera Alta, e chi ritiene invece l’instaurazione di una repubblica l’unica possibile panacea alle ingiustizie nel Paese, come il movimento Al Haq. La monarchia sunnita ha avuto un atteggiamento ambivalente nei confronti dei protestanti: dal punto di vista politico, ha avviato un programma di riforme sociali e di piccole modifiche costituzionali in senso democratico, aprendo un difficile dialogo con l’opposizione volto a una conciliazione nazionale; nei fatti, invece, ha avviato nei confronti dei manifestanti una durissima repressione, con violenze e incarcerazione degli oppositori più in vista, che ha scatenato le critiche di numerose Ong internazionali, quali Amnesty International, e del Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon per le violazioni dei diritti umani.

Fig. 2 – Manifestanti dispersi dalla polizia durante le proteste per l’arresto Sheikh Ali Salman nel gennaio 2015

EFFETTI NELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI  Il Bahrain si trova in una posizione strategica difficile da gestire, con la monarchia che subisce l’influenza dell’Arabia Saudita, con la quale intrattiene rapporti commerciali fondamentali per l’economia del Paese, basata quasi totalmente sul petrolio . L’Arabia Saudita, temendo un allargamento dell’influenza dell’odiato Iran nell’area del Golfo, sostiene nel Paese posizioni intransigenti nei confronti degli oppositori, contro i quali è anche intervenuta militarmente per sedare le rivolte nel 2011, insieme ad altri Paesi del Golfo. D’altro canto, la repressione del partito Al Wefaq e, più in generale, del movimento sciita pro-democrazia è accompagnata inevitabilmente da peggioramenti nei rapporti diplomatici con l’Iran. Il Governo bahrainita ha più volte denunciato “interferenze iraniane” nella politica interna del Paese, fra l’altro sempre negate dal Governo di Teheran. Nel luglio scorso, il Bahrain ha annunciato persino il richiamo in patria del proprio ambasciatore a Teheran, chiedendo la convocazione di un summit straordinario dei Paesi del Golfo. Un punto di crisi fra il Bahrain e l’Iran si è raggiunto con la revoca della cittadinanza all’ayatollah Sheikh Isa Qassim, considerato la guida spirituale degli sciiti in Bahrain. Questo atto della monarchia di Al Khalifa ha causato una durissima reazione iraniana. Infatti, il comandante del Guardiani della Rivoluzione, Qassem Suleimani, ha dichiarato che questa decisione “non lascia altra opzione al popolo che la resistenza armata”. La stessa popolazione iraniana si è schierata con l’opposizione sciita: nel 2011, ci sono state manifestazioni di fronte alle ambasciate di Manama e Riyadh, in occasione di un ennesima protesta repressa nel sangue in Bahrain. Appare quindi evidente che l’Iran non vuole rinunciare al suo ruolo di difensore degli sciiti in tutto il mondo arabo. Il Bahrain è diventato, sostanzialmente, un altro teatro di scontro fra Riyadh e Teheran per l’egemonia sulla regione, particolarmente sensibile agli sviluppi di questa sorta di “guerra fredda”. Infatti, nel gennaio 2016, in occasione della condanna a morte dell’imam Nimr Al Nimr in Arabia Saudita, a Daih centinaia di persone sono scese in piazza a protestare. Il Bahrain, ospitando sul proprio territorio marittimo la Quinta Flotta statunitense, costituisce un alleato fondamentale per Washington per il controllo militare della regione mediorientale. Ciò comporta che gli Stati Uniti abbiano un margine di manovra veramente ridotto per spingere Al Khalifa ad aperture democratiche, che si è tradotto in alcune dissuasioni ad usare la violenza all’inizio della proteste e in una generica condanna alla violenza da parte del Presidente Barack Obama.

Fig. 3 – Da sinistra verso destra: il Presidente americano Barack Obama, il re dell’Arabia Saudita Salman Al Saud e il re del Bahrain Hamad Al Khalifa durante un recente vertice del GCC a Riyadh

POLITICA INTERNA – La scelta politica della dinastia Al Khalifa di considerare i movimenti di protesta sciiti guidati dall’Iran ha portato alla degradazione del tessuto sociale bahrainita e all’aumento della violenza da entrambe le parti. Ad aprile, per esempio, un poliziotto è stato ucciso e due sono stati feriti in un attacco sciita alla stazione di polizia di Karababad. In questo contesto si inserisce la questione della lotta all’ISIS. Il Bahrain ha un rapporto peculiare con il terrorismo sunnita: da un lato ha preso parte attivamente alla coalizione internazionale anti-Califfato con raid aerei in Siria e Iraq; dall’altro, l’opposizione accusa il regime monarchico di strumentalizzare le accuse di terrorismo per reprimere i movimenti di protesta interni e di non combattere seriamente il radicamento di ISIS nel piccolo regno del Golfo, sostenendo invece l’organizzazione jihadista almeno sul piano ideologico. Nei Paesi sunniti del Golfo, infatti, la retorica e la propaganda religiosa sono spesso rivolte contro gli sciiti, finendo per giustificare o patrocinare gruppi terroristici come ISIS e Al Nusra. A conferma di ciò, nel giugno scorso, il Ministero dell’Intelligence iraniano ha affermato di aver sventato un attentato che avrebbe colpito Teheran durante le celebrazoni sciite del Ramadan. Secondo l’intelligence, la matrice dell’attentato sarebbe stata takfiri-wahabita, e ciò collegherebbe gli attentatori all’Arabia Saudita o ad altri Paesi sunniti del Golfo dove questa ideologia è molto comune. Inoltre lo scioglimento del partito Al Wefaq, esacerbando ulteriormente gli animi dell’opposizione, non ha affatto placato le proteste nel Paese. Al contrario, ha reso prevalente la parte dell’opposizione più estremista che vuole la caduta della dinastia Al Khalifa, rendendo il dialogo fra opposizione e Governo praticamente impossibile e favorendo un maggiore uso della forza da parte della monarchia.

Francesco Pennetta

Un chicco in più

Mai come in questo caso l’espressione “Primavera araba” si ricollega in maniera precisa all’espressione “Primavera dei popoli” dalla quale è nata. Le proteste in Bahrain per la democratizzazione dello Stato rimandano infatti alle proteste scoppiate in Europa nel 1848, dove il popolo scese in piazza per maggiori diritti politici contro monarchie autocratiche come quella degli Al Khalifa. Inoltre, esattamente come l’opposizione nel Paese del Golfo, le proteste si divisero in due correnti: i moderati che volevano un misurato costituzionalismo e i radicali che volevano l’instaurazione di una repubblica.

Foto di copertina di Al Jazeera English Rilasciata su Flickr con licenza Attribution License

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