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Abenomics, ovvero il ritorno dello stato

L’entrata in carica del Primo ministro Shinzo Abe ha segnato una rottura con il conservatorismo fiscale del Partito Democratico Giapponese. Attraverso l’implementazione di una serie di politiche economiche di stampo keynesiano, l’amministrazione liberal-democratica spera di porre rimedio alla lunga stagnazione dell’economia giapponese. Nel processo, il Governo sta incontrando numerose difficoltà, anche a causa dell’enorme squilibrio demografico interno

L’ABENOMICS – Fin dalla sua entrata in carica nel dicembre del 2012, il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe ha implementato una serie di riforme volte a porre fine alla lunga spirale deflattiva. L’insieme di tali riforme, ora conosciuto come Abenomics, è costituito fondamentalmente da tre nuove strategie macroeconomiche volte al risanamento dell’economia giapponese: la prima è l’attuazione di una forte espansione fiscale; la seconda, l’implementazione del “monetary easing”; la terza, la realizzazione di svariate riforme strutturali con lo scopo di indebolire i monopoli ed oligopoli esistenti, riformando il mercato del lavoro e consolidando i partenariati commerciali presenti e futuri. L’obiettivo immediato consiste nell’ottenere un aumento sostanziale della domanda domestica, così come un aumento significativo del prodotto interno lordo e il raggiungimento di un tasso di inflazione intorno al 2%. Nel 2013 il governo liberal-democratico di Abe ha quindi dato il via ad uno stimolo fiscale per 20,2 mila miliardi di yen (corrispondenti a 210 miliardi di dollari), con particolare attenzione alla costruzione di infrastrutture chiave. Nell’aprile 2014 fu effettuato un ulteriore investimento di 5,5 mila miliardi di yen, e nel dicembre dello stesso anno venne data attuazione ad un terzo intervento per 3,5 mila miliardi. Più recentemente (gennaio 2016) è stato introdotto un esperimento di politica monetaria alquanto eterodosso, abbinando alla strategia di quantitative easing una politica di tassi di interesse negativi, sperando così di incitare ulteriori prestiti ed investimenti. Nel settembre 2015, il Primo ministro dichiarò inoltre che un ulteriore obiettivo delle politiche governative sarebbe stato quello di aumentare il tasso di natalità, in particolare attraverso un’espansione della rete di sicurezza sociale. Uno dei più gravi problemi socio-economici del Giappone contemporaneo è infatti la presenza di un enorme squilibrio demografico: nell’ultimo decennio, la popolazione in età lavorativa si è contratta del 6%, e senza cambiamenti significativi si stima che la popolazione generale diminuirà di oltre un terzo nel corso dei prossimi cinquant’anni.

Fig. 1 – Shinzo Abe, Primo ministro del Giappone, con il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama 

DIFFICOLTÀ PER IL GOVERNO – Gli effetti dell’Abenomics non sono ancora del tutto chiari. Nonostante il forte interventismo statale nell’economia, infatti, il tasso di crescita rimane debole e il livello d’inflazione continua a scendere (anche a causa di circostanze internazionali sfavorevoli, come il crollo dei prezzi del petrolio). Dall’entrata in carica di Abe ad oggi, l’economia è cresciuta solo del 2,4%, ritornando così alla dimensione economica del 2008. A peggiorare la situazione, inoltre, il rapido calo della popolazione giapponese rende difficile il sostenimento a lungo termine di qualsiasi livello di crescita significativa. In aggiunta persistono le preoccupazioni riguardo l’elevato livello di debito giapponese; a questo proposito viene ritenuta necessaria l’implementazione di difficili riforme strutturali che richiedono una certa misura di forza e volontà politica. La loro attuazione, perlomeno nelle presenti circostanze, risulta quindi improbabile. Per evitare il continuo finanziamento della spesa pubblica con il ricorso al deficit, l’amministrazione Abe ha comunque cercato di implementare un significativo aumento delle tasse, una misura che però è in evidente conflitto con il resto del programma. L’incremento sulla tassa di consumo nazionale del 2014 (dal 5% all’8%) ha infatti ulteriormente depresso i consumi interni, generando un’ulteriore recessione. Il prossimo incremento (dall’8% al 10%) è stato posticipato all’aprile 2017, minando quindi l’obiettivo della sostenibilità fiscale ma sostenendo un certo livello di crescita temporanea. Per di più, il Governo sembra avere serie difficoltà nell’implementazione delle riforme strutturali promesse, nonostante una vasta maggioranza parlamentare; ciononostante l’esecutivo può vantare una significativa vittoria sugli oligopoli attualmente esistenti grazie all’approvazione di una riforma che ha portato ad una limitazione del potere dell’Unione Centrale delle Cooperative Agricole (JA-Zenchu). Il progresso nella riforma agraria ha inoltre dato uno slancio importante per l’approvazione del TPP (Partenariato Trans-Pacifico), avendo permesso infatti la rimozione delle tariffe sui prodotti agricoli.

LA SVALUTAZIONE DELLO YEN – Ad influire pesantemente sull’economia giapponese negli ultimi decenni è stato il costante rafforzamento dello yen rispetto al dollaro. A partire dagli Accordi di Plaza, la volatilità del tasso di cambio ha infatti portato ad uno spostamento nell’industria manifatturiera giapponese, che è passata dall’essere finalizzata alla produzione domestica e all’esportazione all’essere concentrata sulla produzione di massa oltreoceano. Le conseguenze per l’occupazione domestica e, di conseguenza, per la domanda interna sono state evidenti, esponendo ai cambiamenti anche quelle industrie che non avevano effettuato cambiamenti significativi. Nei primi anni Ottanta, infatti, ad un dollaro corrispondeva un valore tra 200 e 270 yen; con l’inizio della svalutazione del dollaro del settembre 1985, lo yen si rafforzò marcatamente nel corso del decennio successivo, arrivando infine ad una situazione in cui ad un dollaro corrispondevano 80 yen (un apprezzamento, quindi, del 184%). Pur essendo un cambiamento favorevole al turismo e alle compagnie impegnate in fusioni ed acquisizioni con gli Stati Uniti, l’apprezzamento dello yen ha comportato serie difficoltà per gli esportatori giapponesi negli Stati Uniti. Nel 2007 cominciò un periodo di ulteriore rafforzamento dello yen (oltrepassando il precedente apice di 80 yen per dollaro alla fine del 2011), un trend che cominciò a cambiare solo con l’implementazione delle politiche dell’Abenomics. Ciononostante, nel corso degli ultimi mesi lo yen ha ottenuto una rivalutazione, ponendo quindi un grave problema agli esportatori giapponesi e una certa pressione sulle finanze governative. Un ulteriore apprezzamento dello yen, infatti, rappresenterebbe uno scenario da scongiurare per le politiche economiche di Abe: il precedente indebolimento dello yen aveva infatti portato ad un incremento del turismo e delle esportazioni, oltre ad un aumento delle entrate statali e, quindi, ad un alleggerimento del debito.

Fig. 2 – Il rafforzamento dello yen negli ultimi decenni ha avuto conseguenze importanti per l’economia giapponese

CONCLUSIONI – Le politiche economiche promosse dal Governo liberal-democratico di Abe segnano una rottura completa con la filosofia europea, promuovendo una strategia di stampo keynesiano nonostante l’ormai insostenibile dimensione del debito giapponese. L’azione governativa non sta però ottenendo i risultati sperati (anche a causa di circostanze internazionali sfavorevoli), nonostante qualche successo significativo. Inoltre, un ulteriore rafforzamento dello yen potrebbe portare al collasso delle politiche dell’Abenomics, che nei prossimi anni conoscerà numerose difficoltà, già a partire dal previsto aumento delle tasse per l’aprile 2017.

Michele Boaretto

Un chicco in più

  • Le recenti elezioni parlamentari hanno portato ad un ampliamento della già larga maggioranza liberal-democratica.
  • L’ammontare del debito pubblico giapponese corrisponde al 218,05% del PIL; il Giappone è quindi, in proporzione, il Paese più indebitato del pianeta.

 

Foto di copertina di theglobalpanorama pubblicata con licenza Attribution-ShareAlike License

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Un commento

  1. van_leprechaun

    Vorrei far notare che l’aggettivo “fiscal” della lingua inglese non si traduce in italiano con “fiscale”, esattamente come non si traduce con “fiscal” in spagnolo. In Ispagna nessun lo fa, perché l’effetto sarebbe comico, essendo “el fiscal” il Procuratore capo.
    Nella lingua inglese “fiscal” si riferisce al bilancio dello stato, non alle tasse, che si chiamano “taxes”, e la radice “fisc” non le richiama affatto.
    Quindi, l’espressione italiana “politica fiscale” si traduce con “tax policy”. Ora le tasse fanno certamente parte del bilancio dello stato, ma solo dal lato delle entrate, e solo in parte. Quindi l’involontario anglicismo è totalmente fuorviante, oltre ad essere un errore.
    “Fiscal policy” si traduce dunque con “politica di bilancio”.
    Colgo l’occasione per ricordare (anche se non in riferimento al presente articolo) che in italiano dieci anni si indicano con “decennio” e non con “decade”, come si fa invece in inglese.
    Perché “decade” è sì una parola della lingua italiana, ma ha un significato completamente diverso. Quindi, usare “decade” al posto di “decennio” è un errore (che denota la sconoscenza del significato italiano della parola).
    Questo con buona pace del tipico parrocchialismo (;-) dei signori economisti italiani.

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