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Il “modello nordico”

La crisi economica e finanziaria mondiale nasce dallo scoppio della bolla dei subprime negli Stati Uniti, avvenuto oramai quasi un decennio fa. Quando questa ha varcato l’Atlantico e ha contagiato l’Europa, l’infezione si è palesata sotto forma di crisi dei debiti sovrani, mostrando tutte le lacune del Vecchio continente.

Tra i modelli economici pre-crisi spicca il cosiddetto “modello nordico”, una curiosa visione che aveva garantito crescita alla Scandinavia e che ha contribuito a generare uno dei primi mantra antiausterità, la flexicurity.

PUNTI IN COMUNE E DIFFERENZE GENERALI – Si intende per “modello nordico” la comunanza di alcune caratteristiche economiche strutturali di quattro Stati dell’area scandinava: Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia. Naturalmente non si intende dire che queste economie abbiano un modello uniforme, un’evidente differenza è che non tutti gli Stati hanno adottato l’euro o sono membri dell’Unione Europea (UE). La Danimarca è nell’UE ma non nell’eurozona e ha un regime valutario ancorato all’euro con clausola di opt-outEuropean Exchange Rate Mechanism (ERM II); la Finlandia è nella UE e ha adottato l’euro; la Norvegia non è né membro della UE né dell’eurozona, ma è membro della European Free Trade Association (EFTA) assieme a Islanda, Liechtenstein e Svizzera; la Svezia è nella UE ma non è nell’eurozona e ha una valuta libera di fluttuare.
La tradizionale natura del “modello nordico” è quella che vede la presenza associata di livelli molto elevati di spesa pubblica e di tassazione, un dispendioso welfare e un approccio egualitario nei confronti della distribuzione del reddito. Questa visione è sempre stata inadeguata e lo divenne ancora di più dal 1990 in poi; le deboli performance delle economie scandinave negli anni Ottanta e la successiva crisi economica del 1990 hanno portato a significative riforme economiche. La nuova visione del modello è caratterizzata da una notevole “presenza” dello Stato e una scarsa regolamentazione del mercato dei prodotti, forte adesione all’apertura internazionale dei mercati e al libero scambio. Nella versione danese la legislazione posta a tutela dell’occupazione è moderata, cosa che ha semplificato assumere e licenziare, ed è combinata con un generoso sistema di welfare: tutto ciò è la cosiddetta “flexicurity”. In Svezia c’è una corposa protezione legislativa dell’occupazione e il mercato del lavoro è più flessibile solo per i lavoratori a tempo determinato.
È stato ipotizzato che livelli di fiducia particolarmente elevati tra le parti sociali, abbiano aiutato la crescita economica e abbiano ridotto i costi di transazione. Questo atteggiamento ha “anticipato” il welfare state.

Fig. 1 – La corona norvegese

DENTRO IL “MODELLO NORDICO” – Storicamente il modello ha lasciato perplessi gli economisti favorevoli al libero mercato, vista la sua capacità di raggiungere alti livelli di competitività e di reddito pro-capite, assieme a elevati livelli di tasse e di spesa pubblica, in rapporto al PIL. Le economie scandinave si sono affermate con forza nei due decenni pre-crisi, portando molti a credere che il modello abbia sfidato quella visione economica, che vede per le economie avanzate uno Stato “presente” corrispondere a una crescita ridotta e/o a un basso livello di reddito. In realtà le notevoli performance sono nate dal “ritiro dello Stato dall’arena” in termini di spesa pubblica, tassazione e regolamentazione del mercato dei prodotti. Nel corso dei 15 anni precedenti la crisi, la spesa pubblica è diminuita più del 20% del PIL in Svezia. Il calo di minore entità è stato in Danimarca, dove è scesa del 10%. Questi sono dati più che scioccanti se si considera anche il fatto che il mantenimento dello Stato è costato in media almeno il 50% del PIL. La riduzione della spesa pubblica è stata però “contrastata” da un settore privato fortemente “crowded-in”, è quest’ultimo che garantendo alti ritmi di produttività e crescita ha trainato i quattro Stati.
La teoria classica prevede che una pressione fiscale elevata ritarderà la crescita e ostacolerà lo sviluppo di un’economia dinamica, minando gli incentivi al lavoro, al risparmio e agli investimenti. In base alle stime econometriche relative all’impatto dei costi del mantenimento dello Stato sulla crescita del PIL – A. Bergh & M. Henrekson (2010) –, si nota che le riduzioni delle spese statali hanno raggiunto in Svezia l’1-2% del tasso di crescita potenziale a lungo termine; 0,9-1,8% in Finlandia; 0,7-1,4% in Norvegia; 0,5-0,9% in Danimarca. Se si esamina il lato dell’offerta potenziale delle economie scandinave, comparandolo con le stime della Organization for Economic Co-operation and Development (OECD) sulla crescita potenziale del PIL, si noterà che solo in Danimarca la crescita è diminuita – nel periodo pre-crisi. Quest’ultima è infatti aumentata del 2,0-2,8% in Svezia, del 2,5-3,2% in Norvegia e del 2,0%-3,1% in Finlandia; al contrario è scesa in tutta l’eurozona.
Vi sono dei dubbi in merito all’esistenza di un’accelerazione della crescita reale del PIL nel periodo pre-crisi. In realtà tutte le economie, con l’eccezione della Norvegia – le cui prestazioni sono “atipiche” a causa degli altalenanti proventi del commercio petrolifero – hanno vissuto un’accelerazione della crescita nel periodo 1997-2007, in confronto al periodo 1986-1996. Soprattutto Finlandia e Svezia hanno sviluppato una forte crescita nel periodo 1997-2007, superiore all’eurozona e all’area OECD. Nel periodo precedente, sempre con l’eccezione della Norvegia, erano invece le economie scandinave ad avere ritmi inferiori.

Fig. 2 – Una cascata naturale del Sognefjord (Norvegia), lungo 204 km è il fiordo più lungo della Scandinavia e il secondo al mondo

UNA CONCLUSIONE “CONTRADDITTORIA” – Le economie nordiche hanno sempre avuto un alto livello di pressione fiscale in rapporto al PIL, superiore ai livelli dell’area OECD. Tuttavia gli altri valori non sono mai stati anomali, per esempio quando si è trattato di quantificare l’entità della spesa pubblica rapportata al reddito nazionale, quella svedese è risultata quasi pari a quella del Regno Unito. Inoltre guardando sia la spesa pubblica che le aliquote medie, come misura delle dimensioni del settore pubblico, in Svezia non c’è stata una situazione peggiore dei suoi vicini europei.
La riduzione delle aliquote marginali avvenuta negli ultimi decenni ha aumentato il livello delle economie nordiche. Statistiche OECD sul marginal corporate income tax rate (CIT) suggeriscono che le economie scandinave sono state relativamente competitive, in termini di questa misura. Di conseguenza il “modello nordico” non è un semplice “big-government model. La realtà è più complicata, in molti campi come le libertà economiche e l’apertura del sistema, le economie scandinave funzionano più come le economie di Stati di piccole dimensioni. Inoltre si deve riconoscere, di nuovo, che il modello non è uniforme. La Danimarca – per esempio – ha un mercato del lavoro molto più liberalizzato rispetto agli altri tre Stati.
In conclusione, le economie nordiche hanno prosperato quando erano più liberali e sono andate controcorrente alla visione “stereotipata” del modello, che quando hanno imposto tasse elevate e maggiori regolamentazioni.

Claudio Cherubini

Un chicco in più

La fonte principale delle informazioni esposte è un paper dello Institute of Economic Affairs (IEA). Questo è un think tank londinese liberista, istituito nel 1955 da Sir Antony Fisher (1915-1988), uomo d’affari e filantropo, e Lord Ralph Harris (1924-2006), noto economista e primo Direttore generale.
Per maggiori dettagli si consiglia la visita del sito ufficiale.

Per avere informazioni sulle attuali condizioni di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia, si consiglia la visione delle Spring forecast 2016 della Commissione europea.

 

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