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    In Palestina succede di tutto: l’accordo tra Hamas e Fatah sembrava cosa fatta, poi è sfumato. Abu Mazen ha così annunciato il ritorno immediato alle urne. Hamas si oppone, e lancia un appello contro le elezioni. Quale sarà la prossima mossa?

    NULLA DI FATTO – Sul fronte dei rapporti intra-palestinesi, il mese che sta per concludersi è stato decisamente ricco di sviluppi importanti. Quello che doveva essere l’evento di ottobre, però, non è avvenuto: l’attesa tregua tra Hamas e Fatah, attraverso la firma di un accordo di riconciliazione, è infatti slittata a data da destinarsi. E a giudicare dalle ultime schermaglie, tutto lascia supporre che questo “patto di non belligeranza” non sia proprio dietro l’angolo. 

    TELENOVELA D’OTTOBRE – Da lungo tempo l’Egitto tenta la carta della mediazione diplomatica per ricucire i rapporti tra le parti. E dopo molti sforzi, ottobre sembrava il mese giusto per sancire la riconciliazione. L’8 ottobre, Ahmud Abul Gheit, Ministro degli Esteri egiziano, ha annunciato l’intenzione di riunire al Cairo le fazioni palestinesi per il 25 del mese, in vista della firma dell’accordo il giorno successivo. Il contenuto dell’accordo era il seguente: elezioni politiche e presidenziali in Palestina entro la prima metà del 2010; rafforzamento delle forze di sicurezza di Fatah sotto la supervisione del Cairo; liberazione dei militanti avversari attualmente detenuti, sia da Fatah in Cisgiordania che da Hamas a Gaza. Inoltre, l’accordo doveva affrontare la questione della ricostruzione di Gaza, tuttora bloccata, a seguito del conflitto di dicembre 2008-gennaio 2009. Già il 12 ottobre, però, tutto sembra saltare. Con una mossa a sorpresa che sconvolge l’intera comunità palestinese, sostenitori compresi, l’Autorità Palestinese, governata da Fatah, decide di ritirare il proprio sostegno al rapporto della commissione Goldstone sull’offensiva israeliana a Gaza, che condannerebbe Israele (oltre che Hamas), in quanto autore di veri e propri crimini di guerra. Tale decisione (poi parzialmente corretta, e giudicata un errore anche dalla stessa Autorità Palestinese) scatena le proteste di Hamas, che annuncia di non essere più disposta a firmare l’accordo, puntando il dito soprattutto contro il Presidente palestinese Abu Mazen, bollato come traditore. Il giorno dopo, l’Egitto gioca la carta “firme separate”, dando alle parti la possibilità di siglare l’accordo senza firme congiunte in un momento di incontro comune. Fatah accoglie immediatamente la proposta: il 15 ottobre, Azzam al-Ahmad, negoziatore del partito, annuncia la firma e la riconsegna dell’accordo ai mediatori egiziani, annunciando di attendere la risposta di Hamas. Quest’ultima, però, chiede ancora due o tre giorni di tempo per consultazioni interne, pretendendo contemporaneamente (assieme agli altri partiti minori palestinesi) l’inserimento nel testo di una clausola che preveda il “diritto alla resistenza” nei confronti dello Stato israeliano. L’accordo, dunque, dovrebbe includere i principi e i diritti palestinesi, tra cui quello di “combattere l’occupazione sionista”, così come affermato da un portavoce di Hamas, Khaled Abdel Majid. 

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    TUTTI ALLE URNE? – È a questo punto che Abu Mazen cala l’asso, annunciando che, in assenza di un’intesa, convocherà le elezioni poltiche e presidenziali per il 24 gennaio prossimo, invece che per la fine di giugno, così come proposto al Cairo. Detto, fatto: il 26 ottobre, il Presidente palestinese mette in pratica questo proposito, annunciando il ritorno alle urne a quattro anni esatti dall’ultima, fatidica, tornata elettorale. Hamas va immediatamente su tutte le furie. Un altro portavoce, Fawzi Barhum, dichiara: “Si tratta di una mossa illegale e incostituzionale, in quanto il mandato di Abu Mazen è scaduto, ed egli non ha alcun diritto a emettere decreti in materia”. Effettivamente, la questione è assai delicata. Se è vero che il mandato dell’attuale Assemblea palestinese (all’interno della quale Hamas detiene la maggioranza) scade a gennaio, è altrettanto vero che il mandato presidenziale di Abu Mazen è scaduto nel gennaio 2009, ed è stato prolungato di un anno dall’Autorità Palestinese con un provvedimento mai digerito da Hamas, che attualmente si rifiuta di riconoscere la stessa autorità del Presidente palestinese. E proprio ieri, Hamas ha fatto appello ai Palestinesi perché non prendano parte alle elezioni, giudicate illegali poiché fissate in assenza di un accordo di riconciliazione tra le diverse fazioni palestinesi. Hamas ha così dichiarato, attraverso un comunicato ufficiale,  che chiunque parteciperà alle elezioni “dovrà renderne conto” al Ministero degli Interni di Gaza, e che non verrà concesso l’utilizzo dei cinque uffici della Commissione elettorale centrale presenti nella Striscia di Gaza. 

    E ADESSO? – Quale sarà la prossima puntata di questa carrellata di colpi di scena ottobrini? Bisognerà attendere la prossima mossa di Hamas, per valutare se l’azzardo di Abu Mazen (mettere pressione su Hamas annunciando elezioni a gennaio, per ottenere la firma dell’accordo di riconciliazione) pagherà. Forse il rischio è calcolato: è già noto infatti che, nel caso in cui Hamas firmasse l’accordo, Abu Mazen farebbe slittare le elezioni a giugno (così come previsto dall’accordo già firmato da Fatah). Nel caso in cui, però, Hamas decidesse di rinunciare all’accordo, la mossa del Presidente palestinese si rivelerebbe un vero e proprio boomerang, capace di far sprofondare i rapporti tra le parti in un livello di tensione ancora più acuto. 

    Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Alberto Rossi
    Alberto Rossi

    Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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