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L’ordoliberalismo, ovvero l’economia secondo la Germania

La crisi economica del 2008 ha portato alla luce la discrepanza tra il modello economico tedesco, fondato sul principio di responsabilità, e quello del mondo anglosassone e latino, più vicino alle teorie keynesiane

L’imposizione degli standard tedeschi al resto dell’eurozona ha generato forti ripercussioni e critiche, specialmente considerando l’adozione di politiche diametralmente opposte negli Stati Uniti. Nel frattempo, la stessa economia tedesca comincia a presentare alcune contraddizioni

REAZIONE ALLA CRISI DELL’EUROZONA – Fin dall’inizio della crisi economica del 2008, ma soprattutto in seguito al forte aggravamento verificatosi nel 2010, l’economia dell’eurozona si è ritrovata in una situazione di crescente divergenza tra la Germania – sua economia trainante – e gran parte dei Paesi del Mediterraneo. A causare la sofferenza di questi ultimi sono stati diversi fattori: mentre nei casi di Portogallo, Spagna e Irlanda le difficoltà si devono essenzialmente a problemi legati ad eccessivi prestiti verso il settore privato di questi Paesi (originati, in molti casi, da banche francesi e tedesche), nei casi di Italia e Grecia i problemi fondamentali vengono fatti risalire all’eccessivo livello di indebitamento. Il Governo tedesco, in risposta all’emergenza, si prodigò per cambiare le regole fiscali dell’eurozona. Dal 2010, grazie a questo sforzo, tutti i Paesi membri furono quindi costretti a seguire un preciso regime di austerity, una strategia che ha avuto un impatto fortemente negativo sul PIL europeo, specialmente tra il 2010 e il 2013. In altre circostanze, l’imposizione di tali norme avrebbe avuto un forte impatto anche sulla Germania; ciononostante, una serie di misure adottate molti anni prima della crisi grazie ad un accordo tra imprenditori e lavoratori tedeschi fece in modo che la Germania si trovasse in una posizione decisamente migliore rispetto a quella dei suoi vicini. Per quale motivo, dunque, si è verificata questa profonda differenza tra la Germania e il resto delle potenze europee (fortemente accentuata dallo scoppio della crisi)?

Fig. 1 – Angela Merkel, cancelliera federale di Germania dal 2005

L’ORDOLIBERALISMO – Peter Bofinger, uno dei cinque membri del Consiglio di Esperti Economici della Germania, si è di recente lamentato di essere «l’ultimo keynesiano in Germania», a favore cioè di una politica economica fortemente interventista, e di ritrovarsi quindi in minoranza al momento di qualunque decisione significativa per il Paese. A questo proposito, è facile notare una notevole differenza fra gli approcci alla macroeconomia imperanti nel mondo anglosassone o latino e il mondo tedesco. Fin dal secondo dopoguerra, infatti, in Germania la teoria economica più influente è stata il cosiddetto “ordoliberalismo”. Tale modello sorse in contrapposizione alle economie pianificate del regime nazista e di quello sovietico, ma allo stesso tempo si differenzia sostanzialmente sia dalla teoria del laissez-faire (cioè il non-interventismo statale), che dalle teorie keynesiane. Secondo il principale postulato dell’ordoliberalismo, la contrazione di debito pubblico per garantire un incremento della domanda è una strategia quantomeno imprudente. A questo si aggiunge la forte convinzione che, per garantire un migliore funzionamento del libero mercato, sia necessario un governo forte e responsabile della creazione di una struttura di regole che garantiscano un certo “ordine”. Per questo motivo vengono ritenute fondamentali un’efficace politica antitrust, una rigida politica monetaria che garantisca la stabilità dei prezzi e una certa responsabilità nella gestione dei conti, tanto pubblici quanto privati. Per questo motivo le leggi tedesche in merito allo stato di insolvenza sono molto più severe se paragonate a quelle britanniche o americane. Questo tipo di politiche sono state trasmesse con il tempo all’UE e alla Banca Centrale Europea (BCE). È infatti evidente l’influenza delle idee ordoliberali in trattati come il Patto di Stabilità e Crescita, che garantisce attraverso una serie di precise norme il taglio di deficit di bilancio per i paesi sottoscrittori. La differenza tra la Germania e gran parte dell’occidente divenne evidente anche all’opinione pubblica a partire dal 2008, quando, in risposta alla crisi, tornarono in voga negli Stati Uniti politiche di stampo keynesiano, appoggiate tanto dall’amministrazione Bush quanto da Obama. In Germania, nonostante un primo tentativo di implementare politiche di questo tipo nei primi mesi successivi all’inizio delle difficoltà, gran parte della comunità economica si oppose fortemente, condizionando quindi non solo il Governo Merkel, ma anche indirettamente il resto dell’eurozona. Da allora, l’ideale ordoliberale è rimasto dominante in Germania.

Fig. 2 – Angela Merkel e Alexis Tsipras, Primo ministro greco. L’imposizione di rigide misure economiche alla Grecia ha portato ad una forte conflittualità all’interno dell’Unione Europea

CRITICHE E PROSPETTIVE – L’adozione di politiche di austerity ispirate dall’ordoliberalismo è stata fortemente criticata dall’interno e dall’esterno dell’Unione Europea. In particolare, viene ritenuta illogica l’imposizione di tagli alla spesa pubblica in un periodo di domanda decrescente. Allo stesso modo viene criticata la contrarietà tedesca all’adozione di eurobond e altre forme di mutualizzazione del debito, rese impossibili dall’opinione, ampiamente diffusa in Germania, che misure di solidarietà di questo tipo costituiscano un “azzardo morale”. Inoltre, è stato fatto notare che la disciplina ordoliberale tedesca a volte viene fatta rispettare con connotazioni quasi religiose, piuttosto che pratiche. Per esempio, la maggior parte degli economisti tedeschi sembra presumere che l’introduzione di un salario minimo porterebbe a perdite di posti di lavoro, nonostante evidenze empiriche suggeriscano che questo non sia necessariamente il caso. Inoltre, il Governo tedesco è stato criticato per aver deciso di considerare l’intera crisi del 2010 come un prodotto di inefficienze e dispendi pubblici, mentre, come abbiamo accennato in precedenza, questa situazione riguardava solamente il caso greco (Italia e Belgio, anch’esse eccessivamente indebitate, furono sottoposte ad un trattamento differente), mentre la natura dei problemi in Spagna, Portogallo e Irlanda era decisamente diversa. Questo fondamentale malinteso si è rivelato traumatizzante per l’economia europea: mentre nel Regno Unito e negli Stati Uniti è stata adottata una politica di quantitative easing (cioè una politica monetaria espansionistica) fin dall’inizio della crisi, in Europa la BCE è riuscita a superare l’opposizione tedesca solo negli ultimi mesi, rallentando nel frattempo la crescita dei Paesi del Mediterraneo, per i quali una linea di condotta di questo tipo avrebbe potuto essere rivitalizzante. Nel frattempo, perfino le prospettive future per l’economia tedesca sembrano ambivalenti: se da un lato un aumento degli investimenti nel primo trimestre del 2016 ha generato il più alto tasso di crescita economica degli ultimi due anni, e il tasso di disoccupazione risulta ai minimi storici, dall’altro la continua carenza di domanda rimane un problema serio. Inoltre gli enormi surplus rappresentano uno squilibrio tra risparmi e investimenti che contribuisce alla generazione di deficit in altri Paesi. Nonostante sia opinione di molti che la situazione richiederebbe una serie di azioni correttive, la visione tedesca rimane decisamente contraria, ritenendo che l’attuale stato sia semplicemente un chiaro esempio di virtuosismo economico.

CONCLUSIONI – In conclusione, il modello economico tedesco ha riscosso un notevole successo all’interno della Germania dal dopoguerra ad oggi, permettendole in particolare di superare la recente crisi economica senza troppi affanni. Ciononostante, l’imposizione di tale modello al resto dell’eurozona, dovuta in gran parte a peculiari inquietudini storiche in merito all’aumento dei prezzi, ha generato un notevole disagio, in particolare tra i Paesi del Mediterraneo. Per questo motivo, la coalizione di fautori di una politica monetaria più espansiva, per la prima volta dal 2008 ad oggi, ha cominciato a vincere in seno alla BCE una delle battaglie per l’adozione di un diverso approccio economico. 

Michele Boaretto

Un chicco in più 

Foto: DonkeyHotey

4 commenti

  1. van_leprechaun

    @Marino
    Più che un’unificazione è stata una Anschluss della ex DDR. Previa distruzione della sua economia.
    Nessuno mi toglie dalla testa che questa follia, che ha fatto della Germania allora “la malata d’Europa” con un costo enorme umano e materiale non solo per i tedeschi, ma per tutti gli europei, sia stata chiesta come contropartita delì’unificazione da Mitterand, assieme all’adozione dell’euro che allora i tedeschi non volevano.
    I “francesi” allora temevano che con l’unificazione la Germania sarebbe stata “attratta ad est”, formula criptica per dire che si temeva che la Germania, col suo possente sistema industriale anche ad est, avrebbe svolto un ruolo primario nell’export verso i paesi ex “socialisti”. E siccome Mitterand non poteva ignorare l’esistenza del Franco CFA, moneta unica dei paesi africani ex colonie francesi, la cui banca centrale è ancora oggi a Parigi ed è gestita dal tesoro francese, doveva essere consapevole che con la moneta si tiene in scacco un paese. E così pensò di fare con la Germania: economia ex DDR distrutta, e dunque niente “sbocco ad est”, e moneta unica, e la Germania è sotto controllo.
    La Storia ha a volte un senso molto spiccato del sarcasmo.

  2. van_leprechaun

    L’ordoliberalismo altro non è che Von Hayek e Von Mises adattati a nuove circostanze.
    Queste nuove circostanze, all’epoca, erano il nazismo, appena liquidata la componente socialista (la Notte dei lunghi coltelli). Il regime aveva bisogno di una ideologia economica che da una parte lasciasse libero gioco al mercato (in opposizione al programma originale del movimento, che prevedeva la nazionalizzazione del Capitale, non diversamente dal Fascismo italiano) per garantire i potentati economici tedeschi coi quali Hitler aveva contratto un patto di ferro. Dall’altra riservasse allo Stato un ruolo centrale.
    L’ordoliberalismo, fondato da tre nazisti (ancorché non razzisti) Röpke, Eucken e Müller-Armack, è stato poi ribattezzato nel dopoguerra da Erhard e Adenauer in “Economia sociale di mercato”, e come tale venduta agli alleati per quello che era: una visione liberale (in senso europeo continentale, cioè non “liberal” in senso USA) dei rapporti Stato-mercato. E questa è stata messa nei trattati come il modello per i paesi UE. Una scelta politica che nessuno ha votato, forse il primo atto nel nascente autoritarismo della UE, quello che si è sviluppato fino ad oggi, coi risultati che vediamo.

  3. A suo tempo fui favorevole alla riunificazione della germania. Adesso che l’europa di fatto prende ordini mortali
    da una ex-pioniera della DDR mi rendo conto dell’enormità del mio errore.

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