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Gambia, politica dispotica e crisi dei trasporti con il Senegal

In 3 sorsiLa decisione del Gambia di aumentare le tariffe di transito dei trasporti per il Senegal ha fatto esplodere la tensione tra Banjul e Dakar. Implacabile anche di fronte ai richiami internazionali, la politica dispotica di Jammeh ha reso il Gambia una minuscola, ma fastidiosissima spina nel fianco dell’Africa occidentale 

1. HIGHWAY TO TRANSGAMBIANA – 350 chilometri: questa la lunghezza del Gambia, minuscolo Paese dell’Africa occidentale sorto nel bel mezzo del più grande Stato del Senegal, a circondare le due rive del fiume da cui prende il nome. La singolare posizione geografica l’ha reso da sempre teatro di scontri e rivalità, soprattutto considerata la controversa questione della CasamanceTerra di mezzo tra due parti di un Paese diviso, il Gambia da anni supervisiona il fenomeno del commercio transfrontaliero illegale che si perpetua lungo la Transgambiana, la strada che funge da principale mezzo di collegamento tra nord e sud del Senegal. Un business redditizio almeno fino allo scorso 13 febbraio, quando il Presidente gambiano Yahya Jammeh ha deliberatamente aumentato da 4mila a 400mila franchi la tariffa per i camion che attraversano il suo territorio, provenienti principalmente dal Senegal. È aumentata inoltre la tariffa per il traghetto che collega le sponde del fiume Gambia. Pur di non cedere al ricatto, gli autotrasportatori senegalesi hanno cercato nuovi percorsi per non attraversare la Transgambiana, optando per un itinerario che tocca Tambacounda, Vélingara e Kolda prima di giungere all’ambita Casamance: una strada lunga – il tragitto si estende di circa 750 chilometri, – ma sicuramente più economico. Il Governo di Banjul ha reagito accusando Dakar di aver istituito un vero e proprio embargo commerciale nei suoi confronti, perché deviando i trasporti ha bloccato l’approvvigionamento di derrate alimentari al Gambia. Il Paese ha denunciato la questione alla Cedeao (Comunità economica e di sviluppo dell’Africa occidentale), che ha tuttavia respinto le accuse del Gambia, giudicandole inconsistenti.

Fig. 1 – Camion in sosta al confine tra Senegal e Gambia, nella città di Keur Ayip, 9 maggio 2016. I negoziati tra Senegal e Gambia sono cominciati il 16 maggio, ma gli autotrasportatori continueranno ad aggirare i collegamenti principali finché tutte le loro richieste non saranno soddisfatte

2. IL SENEGAL NON CEDE – Dato il tremendo impatto economico causato dalla nefasta decisione del Presidente Jammeh, il Gambia ha in seguito rivisto la propria decisione, ripristinando le tariffe precedenti. Tuttavia il Senegal sembra determinato a non cedere, trasformando la crisi diplomatica in un’occasione per rinegoziare le relazioni commerciali tra i due Paesi. Le principali richieste di Dakar vertono sull’apertura illimitata delle frontiere ‒ concessa fino a ora solo dalle 7 alle 19, ‒ sulla costruzione di un ponte sul fiume Gambia nella località di Farafenni (progetto da sempre osteggiato dal Governo gambiano) e sulla maggior collaborazione nel settore giuridico e della pesca. Dopo mesi di negoziati, il 16 maggio una delegazione gambiana composta da quattro ministri si è recata in Senegal per discutere la riapertura delle frontiere e ripristinare rapporti diplomatici ed economici pacifici. Ciononostante le conseguenze dei mesi di blocco si fanno sentire in entrambi i Paesi, in particolare in Gambia: penuria di carburante, interruzioni di corrente, commercio paralizzato pesano come macigni sull’economia di questo minuscolo lembo di terra. Il Senegal, d’altra parte, ha visto diminuire la quantità di materie prime di importazione, che prima affollavano le bancarelle di Ziguinchor. La linea dura adottata dal Senegal è la reazione esasperata di un Paese che ha inutilmente cercato il dialogo con il vicino per anni. Giunto al potere, il Presidente senegalese Macky Sall ha dovuto fare i conti con l’autoritaria e del tutto discrezionale politica di Jammeh, come già avevano fatto i suoi predecessori Abdou Diouf e Abdoulaye Ware.

Fig. 2 – Il Presidente gambiano Yahya Jammeh alla 68esima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, settembre 2013, quando i rapporti con gli alleati occidentali sembravano ancora solidi

3. LA RESA DI JAMMEH? «JAMAIS» – Salito al potere il 22 luglio 1994 con un colpo di Stato ai danni del predecessore Dawda Jawara, Jammeh ha già annunciato la propria candidatura per un quinto mandato alle presidenziali che si terranno il 1° dicembre 2016Neanche le prossime elezioni legislative, previste per il 2017, sembrano spaventarlo più di tanto. Del resto l’opposizione politica è ridotta al silenzio. Le carcerazioni frequenti dei dissidenti hanno portato recentemente alla morte di tre militanti del Partito democratico unito (UDP) arrestati durante una manifestazione a Banjul contro il Presidente. Inutili i richiami del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon: Jammeh continua a esercitare il potere in maniera dispotica e provocatoria, alienandosi gradualmente tutti gli alleati in Africa e Occidente. Sebbene sia difficile comprendere i motivi che hanno condotto il capo di Stato a prendere una decisione così improvvisa e sconsiderata per gli equilibri del Paese, l’aumento delle tasse doganali dimostra la preoccupazione di Jammeh circa i problemi di natura economica che minano il suo regime. Negli ultimi anni, l’antica colonia britannica, come buona parte dei Paesi della regione, ha visto diminuire in maniera esponenziale il numero di turisti a causa del rischio ebola e della latente minaccia terroristica. La moneta nazionale, il dalasi, ha subito inoltre un vertiginoso deprezzamento.

Fig. 3 – Manifestazione a Dakar del 22 aprile 2016. Le t-shirt dei dimostranti dicono «Siamo tutti gambiani», per protestare contro le violazioni dei diritti umani del regime di Jammeh

Caterina Pucci

Un chicco in più

Lo scorso dicembre il Presidente gambiano ha ufficialmente dichiarato il Gambia una Repubblica Islamica in virtù del fatto che il 90% della popolazione del Paese è musulmana. Jammeh ha precisato che nessun codice di abbigliamento o discriminazione nei confronti di altri culti verrà applicata e che la “conversione” serve semplicemente a ribadire la necessità di rompere con il passato coloniale. Al di là della retorica, tuttavia, ci sono motivazioni politiche ed economiche ben precise. Da una parte la ferma volontà del Presidente di allontanarsi dai decennali e moralisti alleati e finanziatori occidentali: già nel 2013 il Gambia è uscito dal Commonwealth, a causa delle numerose critiche sul fronte dei diritti umani. Nel 2014 l’UE ha temporaneamente sospeso gli aiuti umanitari per lo stesso motivo. Prendendo le distante dall’Europa, il Gambia tenta di stringere nuove e più fortunate alleanze con la Cina e le ricche monarchie del Golfo, che con il Governo gambiano sembrano condividere l’insofferenza nei confronti del rispetto delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Foto: UNAMID Photo

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