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  Tutt’altro che una brezza, purtroppo: l’aria a Gaza parla del rischio forte di un conflitto ogni giorno un po’ più vicino. Ne parlavamo già un mese fa: ora sono noti i dettagli del possibile nuovo, più massiccio piano di attacco israeliano

NON SOLO SCHERMAGLIE – Avviene come nelle imminenze dei terremoti. Prima della grande scossa, vi sono sempre delle piccole scosse, quasi impercettibili per le persone comuni, o rilevate solo dai sismografi. Spesso nessuno vi dà peso, sembrano movimenti tellurici come tanti altri. Eppure, talvolta accade che quelle piccole scosse preannuncino un terremoto di grandi dimensioni. Lungi da noi metterci a fare le cassandre. Eppure, lo scenario di Gaza sembra assai paragonabile a questa immagine. Le ultime “piccole scosse”, ovvero colpi di mortaio e un razzo katyusha dalla Striscia, raid e operazioni israeliane che hanno ucciso sei palestinesi (vedi dettagli nel Chicco in più/1) potrebbero sembrare poco più di piccole schermaglie. In Italia è arrivata la notizia, ma quasi nessuno parla di uno scenario, già illustrato dal Caffè oltre quaranta giorni fa, che merita un nuovo approfondimento, dato che ogni momento che passa appare sempre meno improbabile. Sembra proprio, infatti, che l’esercito israeliano stia preparando una nuova offensiva nella Striscia di Gaza.  

IL PIANO DI ATTACCO – Le indiscrezioni raccolte dal Jerusalem Post l’11 gennaio parlano di un intervento ben definito: un attacco più potente dell’operazione Piombo Fuso (dicembre 2008-gennaio 2009, costata la vita a 1400 Palestinesi), che, in particolare, prevede l’occupazione del “Corridoio Filadelfia”, quella striscia di “terra di nessuno” che separa la Striscia di Gaza dall’Egitto. Quella terra sotto la quale vi sono le centinaia di tunnel che Hamas utilizza per far entrare armi ed esplosivi nella Striscia. Il piano prevedrebbe il dispiegamento di diverse unità combattenti a Rafah, città della Striscia al confine dell’Egitto, e in quei 14 chilometri di Corridoio Filadelfia in cui sorgono la maggior parte dei tunnel, con l’obiettivo di trovarli e distruggerli, a costo di passare casa per casa. Inoltre, non è escluso il mantenimento di una presenza post-conflitto a Rafah che prevenga la ricostruzione dei tunnel. Tutto questo è confortato dalle parole di Yom-Tov Samia, ex generale maggiore dell’esercito, impegnato sul campo nell’operazione Piombo Fuso. Il 10 gennaio, in un’intervista alla radio dell’esercito, Samia ha dichiarato che “una nuova guerra con Hamas è inevitabile”. E in questa eventuale futura operazione, più massiccia rispetto alla precedente, Israele “occuperebbe territori specifici nella Striscia, a causa delle provocazioni subite”, in modo da raggiungere risultati “sul lungo termine” in grado di ridurre la “fornitura di ossigeno” di Hamas. “Sono scettico sul fatto che Hamas – un’organizzazione terroristica che vuole distruggere Israele e che occorre colpire duramente – possa cambiare o essere spodestata senza un simile intervento”. Secondo Samia, un simile scenario sarebbe anche l’unico che renderebbe il Presidente palestinese Abu Mazen in grado di riacquisire autorità nella Striscia, un’ipotesi che risulterebbe sicuramente gradita ad Israele.

 

GILAD SULLO SFONDO – Un tale piano era già stato presentato un anno fa, ma l’allora premier Ehud Olmert lo accantonò, convinto che il prezzo da pagare per un intervento di tale natura fosse troppo alto, per due questioni in particolare: metterebbe a repentaglio la vita di troppi soldati israeliani, e richiederebbe il mantenimento di una presenza militare nella Striscia, con costi – non solo economici, anzi – decisamente elevati. L’attuale premier Netanyahu avrebbe invece ripreso in mano il progetto, alla luce del riarmo di Hamas, sempre più consistente nella quantità e nella qualità dei missili a disposizione. Certo non si può dare per assodato che tale piano veda la luce in tempi brevi. Sono tantissime, infatti, le variabili in gioco. Sullo sfondo, innanzitutto, rimane la questione di Gilad Shalit, soldato israeliano da tre anni e mezzo nelle mani di Hamas, su cui da mesi si vocifera circa un’imminente liberazione, sempre puntualmente rinviata. L’esito delle trattative, che prevedono uno scambio con centinaia di prigionieri palestinesi, può risultare influente rispetto alla fattibilità e alla tempistica dello scenario conflittuale fin qui presentato. Ultimamente però, non si registra alcuno sviluppo significativo. Tutto sembra tacere: e di certo, tale silenzio non aiuta a prevenire lo scenario conflittuale. 

IL RUOLO DEGLI USA – Inoltre, sicuramente l’amministrazione Obama farà il possibile per prevenire un simile scenario: gli stessi Usa, impegnati in molti altri fronti caldi, potrebbero infatti risentire gravemente di una ulteriore escalation di tensione in Medio Oriente. Sia chiaro: se il governo Netanyahu decide per l’intervento, non c’è Obama che tenga. È chiaro però, che al di là della pressione americana, l’idea di un pressochè sicuro congelamento dei rapporti con Washington, immediatamente successivo all’ipotetico attacco, potrebbe rappresentare un discreto deterrente per Netanyahu, anche perché renderebbe inutile il parziale e temporaneo congelamento degli insediamenti, deciso qualche settimana fa per venire incontro alle richieste americane in ottica ripresa dei negoziati per la pace.

OCCHIO ALL’EGITTO – Infine, è da valutare con grande attenzione il ruolo dell’Egitto, anch’esso sempre più ai ferri corti con Hamas, e come Israele, pur con mezzi e motivazioni differenti, volto a perseguire la fine del contrabbando tra i suoi confini e la Striscia tramite la costruzione di un muro di separazione, un progetto apertamente sostenuto anche dagli Usa: una lunga striscia di acciaio ultraresistente, lunga dieci chilometri e profonda 18 metri sottoterra, volta a spezzare i traffici dei tunnel. Questa comunanza di intenti Egitto-Israele circa i tunnel sarà per Netanyahu un aspetto che placherà il bisogno di intervenire drasticamente, o un ulteriore incentivo, una sorta di giustificazione a procedere per estirpare alla radice il problema? Come dice bene la giornalista Paola Caridi, “In Medio Oriente non si vive senza condizionale”. Di certo, però, va sottolineato chiaramente che, alla luce degli ultimi eventi, lo scenario di un nuovo conflitto a Gaza appare ogni giorno meno remoto.    

Alberto Rossi redazione@ilcaffegeopolitico.it

 

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Alberto Rossi

Classe 1984, laureato nel 2009 in Scienze delle Relazioni Internazionali e dell’Integrazione Europea all’Università Cattolica di Milano (Facoltà di Scienze Politiche). La mia tesi sulla Seconda Intifada è stata svolta “sul campo” tra Israele e Territori Palestinesi vivendo a Gerusalemme, città in cui sono stato più volte, che porto nel cuore e in cui andrei domani a vivere (e sì, sembra assurdo, ma anche mia moglie Cristina verrebbe di corsa con me. Nostra figlia Anita invece, nata a maggio 2015, ancora non ci ha detto cosa ne pensa). Vivo a Milano, dopo 28 anni di Brianza, e sono Responsabile Marketing della Fondazione Italia Cina e analista del CeSIF (Centro Studi per l’Impresa della Fondazione Italia Cina). Tra le mie passioni, il calcio (portiere, allenatore, tifoso), la politica, i libri di Giovannino Guareschi, i giochi di magia, il teatro, la radio. Già, la radio: nel 2009 conducevo un programma di esteri su Bmradio.it, e con alcuni amici/colleghi appassionati di geopolitica e relazioni internazionali ci siamo detti: la radio non basta, dovremmo inventarci qualcosa di più per parlarne… Ecco, Il Caffè Geopolitico, di cui sono Presidente, è nato più o meno così.

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