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L’appeal e il mito appaiono sbiaditi. Ma al di là dell’immagine, economia, riforma sanitaria, Afghanistan sono partite cruciali su cui il primo anniversario di Obama segna già una sorta di spartiacque. Ecco il punto sull’anno trascorso, e sull’anno che verrà

IERI – Era il 20 gennaio di un anno fa, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti d’America giurava davanti al Congresso e i milioni di elettori che lo avevano scelto guardavano quelle immagini trasmesse in mondovisione con fiducia. Con quella sensazione di gioia che può portare nel cuore colui che vede avvicinarsi il momento di un cambiamento radicale, capace di avviare un intero paese verso un futuro migliore dopo anni di difficoltà e lutti. Speravano nel cambiamento, che quel Senatore dell’Illinois, così giovane eppur così convincente, aveva loro promesso durante i lunghi mesi della campagna elettorale per le presidenziali. Speravano che ora, divenuto infine presidente, si sarebbe rivelato in grado di risollevare le sorti di un paese messo in ginocchio da una crisi economica profonda, un paese impegnato a combattere contro terroristi e fanatici praticamente in tutto il mondo.

 

OGGI – A trecentosessantacinque giorni da quella mattina, Barack Obama sembra aver perso gran parte dell’appeal presso gli elettori che lo hanno sostenuto. Quegli indecisi che hanno scelto di tornare a votare per le elezioni presidenziali dopo anni di astensionismo, o di iscriversi alle liste elettorali per la prima volta nella loro vita. La loro rabbia traspare dai sondaggi, dalle critiche all’azione del presidente che ogni giorno invadono i blog, dai risultati per il rinnovo del Congresso alle elezioni di mid-term. Il Partito Democratico ha perso in Senato il seggio “blindato” del Massachusetts, occupato per 46 anni da Ted Kennedy e conquistato ora da un Repubblicano che potrebbe bloccare la riforma sanitaria, rendendo inutili gli sforzi affrontati finora dalla Casa Bianca. La rabbia traspare dalle parole di coloro che, intervistati dai maggiori quotidiani, chiedono al presidente di creare le possibilità, affinché possano trovare un lavoro. Perché la riforma sanitaria è inutile se non si ha di che campare, per non dover pensare di arruolarsi e magari di dover partire in missione. Di trovarsi a combattere a fianco di quei 100.000 soldati statunitensi già schierati in Iraq o di quei 70,000, che diverranno 100.000 entro l’estate, impegnati in Afghanistan.

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DOMANI – Gli Stati Uniti restano l’unica vera potenza militare globale. Oltre alle truppe impegnate in Iraq ed Afghanistan l’esercito statunitense è presente in Europa, 80.000 unità, nella regione del Pacifico, più di 70.000 unità, e nell’area africana-mediorientale, con circa 12.000 unità. Nella regione dove si concentra maggiormente lo sforzo statunitense, la tattica della Casa Bianca è apparsa chiara: rinforzare la componente militare della lotta in Afghanistan ma incrementare le attività in Pakistan, nei cui cieli i droni hanno effettuato 53 missioni nel 2009 rispetto alle 36 dell’anno precedente. Proseguire la lotta al terrorismo ha però dei costi: la spesa per il Pentagono crescerà nel prossimo biennio fino a superare la soglia dei 700 miliardi di dollari, una cifra che forse l’elettore medio non riesce neanche ad immaginarsi.

Così come astronomico era l’ammontare di aiuti contenuti nel pacchetto legislativo a sostegno dell’economia, che andrà ad allargare ancor di più quel buco nero che sembra essere il debito pubblico a stelle e strisce. Come spiegare a quell’ex elettore indeciso, ora divenuto elettore infuriato, che l’estenuante lavoro fatto finora alla Casa Bianca inizierà a dare risultati nel medio periodo? Come far capire a quella classe media colpita duramente dalla crisi che ci vorrà del tempo per vedere i dati economici tornare a migliorare? Come spiegare l’urgenza di una riforma sanitaria che in molti considerano inutile, se non dannosa, perché distrae la Casa Bianca da quelli che sono considerati i veri problemi? Queste le domande a cui Obama dovrà rispondere con una certa urgenza, perché in molti si recheranno ai seggi elettorali nei prossimi mesi e, da quel voto, potrebbe dipendere il futuro alla Casa Bianca del Senatore afroamericano che ha conquistato gli elettori statunitensi dicendo loro: “Change, we can”.

 

Simone Comi

22 gennaio 2010

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