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Una cauta amicizia: la Cambogia e la Corea del Sud

Negli ultimi anni la Cambogia e la Corea del Sud hanno intensificato notevolmente le proprie relazioni economiche, gettando le basi per lo sviluppo di una solida partnership strategica tra i due Paesi. Ma tale prospettiva resta ancora piuttosto lontana, sia per i legami tradizionali di Phnom Penh con la Corea del Nord che per le problematiche attinenti all’immigrazione cambogiana in Corea del Sud

DA “SCONOSCIUTI” A PARTNER ECONOMICI – A prima vista Cambogia e Corea del Sud sembrano due mondi molto distanti tra loro. Reduce dalla tragica esperienza del genocidio dei Khmer Rossi, la Cambogia è infatti uno dei Paesi più poveri del Sud-est asiatico, governato con piglio autoritario dal politicamente longevo Hun Sen e afflitto da gravi forme di corruzione amministrativa. Al contrario, la Corea del Sud resta una delle economie più ricche e solide dell’area asiatica, sede di colossi tecnologici come Samsung e dotata di un sistema democratico relativamente efficiente. Oltre a tali differenze, i due Paesi non hanno nemmeno intrattenuto significative relazioni diplomatiche nel secolo scorso, limitandosi a brevi e sporadici contatti. La politica estera di re Sihanouk, deposto dai militari nel 1970 e poi reintegrato nelle sue funzioni nel 1993, portò infatti la Cambogia a sviluppare forti legami con Paesi comunisti come Cina e Corea del Nord, relegando Seul e altre nazioni filo-occidentali ai margini della strategia diplomatica di Phnom Penh. Non a caso fu proprio il regime golpista del generale Lon Nol a stabilire per primo rapporti bilaterali con la Corea del Sud nel 1970, poi interrotti drammaticamente alcuni anni dopo dall’ascesa politico-militare dei Khmer Rossi. Dopo la lunga e complessa pacificazione politica della Cambogia nei primi anni Novanta, i due Paesi stabilirono finalmente normali relazioni diplomatiche nel 1997, evento preceduto dalla storica visita del Primo ministro Hun Sen a Seul. Tuttavia, la Corea del Sud è rimasta per lungo tempo solo uno dei tanti partner esteri del Governo cambogiano, venendo spesso eclissato da nazioni più ricche e potenti come Giappone, Cina e Stati Uniti. Tale situazione è però mutata sensibilmente negli ultimi anni, e oggi Seul appare come uno dei punti di riferimento principali per la Cambogia al di fuori del Sud-est asiatico, aprendo persino la possibilità concreta di una futura partnership strategica tra i due Paesi.

Fig. 1 – Stretta di mano tra il Premier cambogiano Hun Sen e la Presidente sudcoreana Park Geun-Hye al vertice commemorativo ASEAN-Repubblica di Corea del dicembre 2014

La ragione di tale cambiamento è fondamentalmente di natura economica: nell’ultimo decennio gli investimenti sudcoreani in Cambogia sono infatti aumentati costantemente, raggiungendo la cifra record di 4.46 miliardi di dollari nel 2014. Ormai Seul è di fatto il secondo maggiore investitore straniero nel Paese dopo la Cina, e i suoi contributi finanziari sostengono circa 700 progetti di sviluppo industriali e infrastrutturali sparsi su tutto il territorio cambogiano. Tra questi vanno almeno citati la costruzione della lussuosa area residenziale di Camko City, situata a pochi chilometri dalla capitale Phnom Penh, e l’ammodernamento delle strutture ospedaliere della provincia di Siem Reap. Accanto agli investimenti pubblici, gestiti dalla Korea International Cooperation Agency (KOICA), vi sono poi quelli privati di grandi aziende come Hyundai e Samsung, che stanno trasformando la Cambogia in una delle loro basi principali nel Sud-est asiatico. La Hyunday, per esempio, ha aperto un grosso stabilimento nella provincia di Koh Kong, mentre il colosso MH Bio-Energy Group ha costruito una distilleria per la produzione di bio-etanolo nei dintorni di Kandal. Inutile dire che un simile livello di investimenti ha favorito anche una crescita esponenziale dell’interscambio commerciale tra i due Paesi, che è passato da poco più di 150 milioni di dollari nel 2005 a oltre 1 miliardo nel 2014. In cambio di automobili e beni di consumo, Seul riceve regolarmente grossi quantitativi di materie prime cambogiane, soprattutto gomma, cotone e fibre tessili.

L’OMBRA NORDCOREANA – A livello politico i due Paesi hanno sviluppato principalmente la loro intesa bilaterale all’interno del contesto ASEAN, sfruttando forum come l’ASEAN+3 o l’ASEAN Regional Forum (ARF). Nel dicembre 2014, per esempio, il Premier Hun Sen ha visitato la Corea del Sud nell’ambito del vertice commemorativo per i venticinque anni delle relazioni ASEAN-Repubblica di Corea, intrattenendosi in amichevoli colloqui con la Presidente Park Geun-hye e firmando diversi accordi economici. Ma Seul e Phnom Penh hanno anche dato vita a un’interessante rete diretta di contatti diplomatici, sia di natura ufficiale che riservata. L’ex Presidente sudcoreano Lee Myung-bak, per esempio, è stato a lungo consigliere economico speciale di Hun Sen, coordinando diversi progetti di investimento del gruppo Hyundai in Cambogia. E il Paese del Sud-est asiatico è stato regolarmente visitato negli ultimi anni da numerose alte cariche istituzionali sudcoreane, incluso lo speaker dell’Assemblea Nazionale Chung Ui-hwa e il vice-ministro degli Esteri Kim Hyoung-zhin. Quest’ultimo si è recato proprio a Phnom Penh nelle scorse settimane per preparare la prossima visita della Presidente Park Geun-hye in Cambogia, prevista per la seconda metà del 2016. Nel corso dei suoi colloqui con il ministro degli Esteri Hor Namhong, Kim ha anche ventilato la possibilità di un ulteriore rafforzamento dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, annunciando la costruzione di un nuovo consolato sudcoreano nella provincia di Siem Reap.

Fig. 2 – Il nuovo museo panoramico di Angkor, finanziato e parzialmente gestito dalla Corea del Nord

Le condizioni per l’avvio di una futura partnership strategica sembrano dunque esserci tutte. Eppure nessuno dei due Paesi pare intenzionato a fare la prima mossa in tale direzione, mostrando al contrario parecchia prudenza nella prosecuzione dei rapporti bilaterali. Non mancano infatti diverse criticità nelle relazioni tra Cambogia e Corea del Sud, che potrebbero ostacolare seriamente un ulteriore potenziamento della loro intesa politico-economica. Anzitutto, ci sono i legami tradizionali di Phnom Penh con la Corea del Nord, mantenuti a dispetto di embarghi e crisi internazionali sin dai lontani anni Sessanta. Non a caso Sihanouk passò parte del suo esilio post-golpe a Pyongyang, e lui e suo figlio Sihamoni – attuale monarca cambogiano – hanno da sempre intrattenuto legami di amicizia con la famiglia del “Leader Supremo” Kim Il-Sung. Nel 2011 il Governo cambogiano fu uno dei pochi a presentare le proprie condoglianze ufficiali per la morte di Kim Jong-Il e un anno più tardi Kim Jong-un ricambiò il favore rilasciando un lungo panegirico in onore del defunto Sihanouk. Oltre a queste memorie storiche e sentimentali, i due Paesi condividono poi significative relazioni economiche, offrendo a Pyongyang un’importante via di fuga dal proprio isolamento internazionale. Le autorità nordcoreane gestiscono infatti diversi ristoranti situati strategicamente nelle principali aree turistiche della Cambogia, cosa che consente loro di incassare preziosa valuta estera e di riciclare i proventi di attività probabilmente illegali. Inoltre il Governo di Pyongyang ha finanziato di recente la costruzione del nuovo museo panoramico di Angkor Wat, sede dei celebri templi del XII secolo. Costato circa 24 milioni di dollari, il museo ospita al suo interno spettacolari affreschi che illustrano la vita quotidiana ad Angkor all’epoca dell’Impero Khmer ed è gestito parzialmente dallo Studio Artistico Mansudae, uno delle più prestigiose istituzioni culturali nordcoreane. Si tratta probabilmente del più grosso investimento estero mai fatto dal regime di Pyongyang e testimonia la centralità della Cambogia nella strategia diplomatica ed economica della Corea del Nord. Da parte sua Phnom Penh non sembra intenzionata a rompere i legami con il suo vecchio “amico” di un tempo, e gli sforzi della Corea del Sud per interrompere i traffici commerciali tra la Cambogia e Pyongyang – condotti spesso illecitamente per aggirare le sanzioni internazionali – non hanno avuto sinora successo. L’unica concessione fatta dal Governo cambogiano alle pressioni di Seul è stata quella di rifiutare i ripetuti inviti per una visita di Hun Sen in Corea del Nord.

IMMIGRATI SFRUTTATI – La questione nordcoreana rappresenta quindi un ostacolo non irrilevante per un ulteriore rafforzamento dei rapporti cambogiano-sudcoreani. Curiosamente, però, non è quello che potrebbe compromettere sul lungo periodo i legami tra Seul e Phnom Penh. Sono infatti le problematiche relative all’immigrazione cambogiana in Corea del Sud che minacciano di avvelenare il clima tra i due Paesi. I primi lavoratori cambogiani in Corea del Sud sono arrivati nel 2002, ma il loro numero è rapidamente aumentato a partire dal 2007, quando un memorandum di intesa tra i due Paesi ha parzialmente facilitato il loro ingresso in territorio sudcoreano. Oggi sono circa 35mila e le loro sostanziose rimesse rappresentano un contributo essenziale per lo sviluppo dell’economia cambogiana. Ma le loro condizioni di vita e di lavoro nella Repubblica sudcoreana sono a dir poco precarie: spesso maltrattati dai loro datori di lavoro, non dispongono di alcuna previdenza sociale e copertura sanitaria, rischiando persino di essere espulsi senza preavviso dal Paese per il mancato rinnovo dei permessi di lavoro. Le autorità sudcoreane rilasciano infatti tali permessi in base alle richieste esplicite degli imprenditori e, se il numero di lavoratori stranieri residenti nel Paese risulta eccessivo, arrivano addirittura a congelare il numero di permessi rilasciati ai cittadini di alcuni Paesi esteri, relegando gli esclusi in un pericoloso limbo giuridico e sociale. Inoltre i lavoratori impegnati nel settore agricolo sono esclusi dalle protezioni sindacali previste per il settore industriale, rendendoli vittime di frequenti abusi fisici e psicologici. Una situazione denunciata da diverse ONG e che ha provocato continue polemiche tra il Governo di Seul e alcune nazioni del Sud-est asiatico, preoccupate per il trattamento riservato ai propri lavoratori impiegati nelle aziende agricole sudcoreane.

Fig. 3 – Un immigrato vietnamita al lavoro in una fabbrica sudcoreana. Cambogiani, vietnamiti e nepalesi sono tra le maggiori comunità di lavoratori stranieri residenti in Corea del Sud

In Cambogia, il Governo di Hun Sen ha inizialmente ignorato i problemi dei propri immigrati in Corea del Sud. Ma la pressione delle famiglie dei lavoratori ha finito comunque per aprire un dibattito in Parlamento e per costringere il Governo a chiedere ripetutamente spiegazioni alle autorità sudcoreane. Allo stesso tempo le autorità cambogiane hanno proibito a compagnie private di reclutare lavoratori per il mercato sudcoreano, con la speranza di bloccare ogni forma di immigrazione illegale verso Seul. Da parte sua, la Corea del Sud si è impegnata a rispettare i diritti dei lavoratori cambogiani e ha organizzato corsi di lingua a Phnom Penh per facilitare l’integrazione dei giovani locali interessati ad entrare nel suo sistema lavorativo. Ma queste misure si sono rivelate insufficienti e la questione ha continuato a ripresentarsi con sempre maggiore urgenza, finendo per generare un po’ di tensione tra i due Paesi. Inoltre le denunce dei familiari dei lavoratori abusati in Corea hanno anche investito il ruolo dell’ambasciata cambogiana a Seul, accusata di non fare nulla a sostegno dei propri connazionali e dei loro diritti negati. Accuse che hanno portato nelle scorse settimane allo scoppio di un gravissimo scandalo, che potrebbe avere serie ripercussioni sul futuro delle relazioni cambogiano-sudcoreane.

LO SCANDALO SUTH DINA – Ai primi di aprile l’ambasciatore Suth Dina è stato infatti richiamato in patria, destituito e arrestato con l’accusa di corruzione. Secondo le autorità cambogiane, egli si sarebbe arricchito indebitamente vendendo falsi permessi di soggiorno e sfruttando i fondi diretti a sostegno dei lavoratori residenti in Corea del Sud. Ex attivista studentesco passato poi dalla parte di Hun Sen, Dina ha negato ogni addebito e ha accusato il Governo di avere messo in piedi accuse false contro di lui. Per quanto il sospetto di una manovra politica sia più che lecito, vista la fama autoritaria dell’attuale esecutivo cambogiano, il castello accusatorio contro Dina sembra però abbastanza solido ed è basato principalmente sulle denunce dei lavoratori vittime dei suoi abusi amministrativi. Inoltre la decisione presa del Governo è stata anche approvata dal direttore della sezione cambogiana di Transparency International (TI), associazione notoriamente poco amica del regime di Hun Sen, che aveva più volte richiesto maggiore fermezza contro la corruzione degli apparati statali.

Fig. 4 – Suth Dina, ex ambasciatore cambogiano in Corea del Sud, destituito e arrestato dal suo Governo nell’aprile 2016 con l’accusa di corruzione

Lo scandalo ha chiaramente provocato grave imbarazzo sia a Phnom Penh che nella capitale sudcoreana, dove l’ex ambasciatore godeva di importanti contatti con autorità governative e aziende private. Cominciano a circolare anche domande scomode sulle possibili connivenze locali che hanno consentito il suo commercio di permessi falsi. E la vicenda ha accresciuto ulteriormente le preoccupazioni di molti cambogiani sulla condizione dei loro connazionali residenti in Corea, riportando con forza la questione al centro dei rapporti cambogiano-sudcoreani. Spetterà al successore di Dina, Long Dimanche, cercare di rimettere in carreggiata le relazioni tra Phnom Penh e Seul, rendendo nuovamente funzionante la principale sede diplomatica cambogiana in Corea del Sud. Non sono in molti, però, a nutrire fiducia nel successo della sua missione, vista l’inesperienza diplomatica e le pesanti accuse di nepotismo relative alla sua nomina.

Simone Pelizza

Un chicco in più

Pubblicato nel 2014, Bitter Harvest è il voluminoso rapporto compilato da Amnesty International sulle condizioni dei lavoratori stranieri nel settore agricolo sudcoreano. In esso vengono denunciati ripetuti e gravi episodi di violenze e sfruttamento nei confronti di tali lavoratori. Vittime non solo cambogiani, ma anche vietnamiti e nepalesi.

Foto: World Economic Forum

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