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Biafra, un fuoco mai sopito

Il Biafra fu l’epicentro di uno dei più grandi conflitti africani del XX secolo, ma la tensione resta elevata ancora oggi. Lo scontro fra la popolazione – che lottava per l’autodeterminazione della Repubblica indipendente del Biafra – e il Governo centrale nigeriano nasceva dal desiderio di fondare una nazione che per prima rompesse le frontiere artificiali stabilite nell’era del colonialismo

LA GUERRA DEL BIAFRA – Contemporaneo alla guerra in Vietnam, il caso del Biafra ebbe una notevole risonanza mediatica, tale da attirare l’attenzione di numerosi attivisti che, soprattutto negli Stati Uniti, chiedevano un intervento per porre fine a una situazione disumana paragonabile alle brutalità vissute in Europa durante la Seconda guerra mondiale. Si parla di un bilancio che conta più vittime – quasi tre milioni – della carneficina avvenuta in Ruanda nell’aprile del 1994, ma che, tuttora, la comunità internazionale non riconosce come genocidio. Nondimeno, è opportuno evidenziare che questo non fu solo un conflitto etnico-tribale per l’indipendenza dalla Nigeria, ma anche uno scontro per la spartizione delle risorse naturali presenti sul territorio. La guerra provocò la prima spaccatura dell’unità nazionale nigeriana in diversi Stati. Al momento dell’indipendenza dalla Gran Bretagna (1960), la Nigeria era la fusione di tre regioni: una al Nord e due al Sud. Fu in quegli anni che il Capo di Stato maggiore, il generale Gowon, nel tentativo di spezzare il Biafra stesso divise il Sudest in tre Stati. A ciò fece seguito la divisione della Nigeria in 12 Stati federali, attualmente diventati 36. Ancora oggi, ogni Stato rivendica la propria autonomia dal centro, non solo per le differenze etniche, tribali, culturali, linguistiche e religiose, ma soprattutto per avere il controllo delle risorse naturali. Così, quello che sembrava un capitolo chiuso nella storia della Nigeria si sta lentamente riaprendo. Inoltre, si ritiene che l’esistenza del gruppo terroristico Boko Haram e la politica filo-nordista del Presidente Muhammadu Buhari non favoriscano una convivenza pacifica tra i gruppi.

Fig. 1 – Un soldato del Biafra all’epoca della Guerra

L’ORIGINE DEL CONFLITTO – Per spiegare i motivi dell’inizio della crisi del Biafra vanno puntualizzate tre circostanze: il Biafra è una regione sud-orientale della Nigeria, abitata in prevalenza dalla etnia igbo, modernizzata ed economicamente indipendente, di religione prevalentemente cristiana. La regione è l’area più ricca del Paese, nonché quella in cui si concentra la maggioranza delle risorse minerarie (gas, carbone, ferro, piombo, zinco), senza considerare che le quantità di petrolio presenti costituiscono almeno i due terzi del totale del petrolio nigeriano. Ancor prima della dichiarazione di indipendenza, nel maggio del 1967, gli igbo erano stati vittime di una mattanza nel Nord della Nigeria, zona povera, a prevalenza musulmana e abitata dalle etnie hausa-fulani. Ciò detto, i fatti che portarono allo scoppio della guerra vanno ricercati nel gennaio 1966, quando sulla base di un’accusa di brogli elettorali, alcuni reparti dell’esercito nigeriano effettuarono un colpo di Stato contro il Governo centrale di Lagos. In un primo momento l’episodio fu felicemente accolto dalla popolazione, che sperava di ottenere l’uguaglianza tra gruppi tribali e un’equa distribuzione nella gestione delle ricchezze naturali del Paese. Tuttavia tale aspettativa fu resa vana dal fatto che la maggioranza dei leader della rivoluzione appartenessero all’etnia igbo e le vittime fossero quasi tutte di etnia hausa. Da qui il ribaltamento della situazione, che portò all’uccisione e alla dispersione di un milione di persone di etnia igbo presenti nel Nord. La Nigeria cadde subito in una sanguinosa guerra civile.

GUERRA E CRISI UMANITARIA – Il 30 maggio 1967 il colonnello Emeka Odumegwu Ojukwu dichiarò l’indipendenza della Repubblica del Biafra con capitale Enugu, comprendendovi anche le ricchezze petrolifere della regione del Niger Delta. A quel punto il Governo centrale decise sia di impedire con ogni mezzo a disposizione la secessione, sia di isolare la zona del Biafra con un embargo economico strettissimo, causando fame, povertà ed epidemie tali da provocare la morte di milioni di persone, in maggioranza bambini. Le cifre ancora oggi non sono precise, ma in tre anni di conflitto si stimano quasi tre milioni di vittime appartenenti all’etnia igbo. Le immagini dei bambini denutriti fecero il giro del mondo e numerosi volontari internazionali, commossi, sfidarono il blocco economico organizzando voli umanitari per portare aiuti alla popolazione del Biafra. I Paesi che maggiormente aiutarono la popolazione del Biafra furono Francia, Sudafrica e Israele. Notevole fu poi il sostegno del Portogallo, che nella sua colonia di Sao Tomè e Principe stabilì un centro di raccolta di aiuti umanitari fondamentale per la distribuzione di un’ampia assistenza. Tra l’altro, fu proprio dall’esperienza in Biafra che il volontario Bernard Kouchner fondò Medici senza Frontiere. Dalla parte opposta dello schieramento, Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica ed Egitto appoggiavano l’azione del Governo centrale. Falliti i tentativi di una soluzione diplomatica, il conflitto si concluse del tutto a favore della Nigeria il 15 gennaio 1970. Le popolazioni del Biafra subirono, nonostante la fine degli scontri, ulteriori ritorsioni dal Governo centrale: il blocco dei conti correnti, pesanti discriminazioni nell’impiego pubblico e privato, l’affidamento dell’amministrazione di alcune città a maggioranza igbo a gruppi etnici rivali.

Fig. 2 – Il ricordo della grave crisi umanitaria che colpì il Biafra durante e dopo la Guerra è tuttora ben saldo a quasi cinquant’anni di distanza

LE ISTANZE DEL BIAFRA OGGI – Cinquant’anni dopo il conflitto le agitazioni tra le etnie esistono ancora, e la realtà nigeriana è sempre molto complicata. Oggi il Paese attraversa una fase di tensione acuta. In primo luogo, soprattutto a causa della crisi scoppiata con l’ascesa del gruppo terroristico jihadista Boko Haram, il cui obiettivo principale è quello di costituire un Califfato in Africa che preveda la sharia su tutto il territorio. Si osserva che, dal 2000, in Nigeria la legge coranica è già in vigore in 12 Stati (sui totali 36), in particolare tra le popolazioni appartenenti alle etnie del Nord. In questo contesto l’accentuarsi del fattore religioso, che vede da sempre la Nigeria divisa tra il Nord musulmano e il Sud cristiano, coincide con la solita competizione per il potere e la spartizione delle risorse naturali. In secondo luogo, l’alternarsi di Governi militari e civili, colpi di Stato e corruzione negli anni hanno generato instabilità politica: ciò non fa altro che alimentare i contrasti tra le numerosissime tribù (quasi 250). In sostanza, la guerra del Biafra, se da un lato è stata risolta con esito positivo per il Governo centrale, dall’altro lato non ha mai calmato le ansie delle popolazioni di religione cristiana, men che meno gli igbo dell’ex Biafra. I Governi che si sono susseguiti, infatti, hanno ripetutamente soffocato le rimostranze dei movimenti per l’autodeterminazione del Biafra (Movement for the Actualization of Sovereign States of Biafran, Biafran Zionist Movement, Indigenous Peoples of Biafra). Non ultimo il neo-eletto Presidente Muhammadu Buhari, il quale aveva già governato la Nigeria dal dicembre 1983 al luglio del 1985 a seguito di un colpo di Stato. Buhari sembra infatti essere accusato dal suo popolo di prediligere una linea che sia favorevole alle etnie presenti nel Nord del Paese e di aver escluso dal suo disegno politico l’integrazione dell’etnia igbo da ogni tipo di carica dirigenziale. Inoltre, episodi come l’arresto di Mazi Nnamdi Kanu (ottobre 2015), leader del gruppo Indigenous People of Biafra e già direttore di Radio Biafra con sede a Londra, non fanno altro che sovraccaricare la tensione.

Fig. 3 – Bandiere del Biafra sventolate in Piazza San Pietro

UNA NUOVA CRISI ALL’ORIZZONTE? – In conclusione, se le valutazioni amplificate nel tempo e i sentimenti del popolo del Biafra non verranno prese in considerazione, la Nigeria potrebbe cadere presto nello scoppio di un’altra crisi. Certamente il Governo risulta impegnato nella distruzione di Boko Haram, il cui leader sembra peraltro essersi arreso, ma le manifestazioni che denunciano la condizione di emarginazione dei popoli del Biafra andrebbero quanto meno ascoltate. Dal punto di vista del Governo centrale, però, assecondare le volontà separatiste del Biafra sarebbe come legittimare i numerosissimi desideri di autonomia in tutto il Paese, evento che sconvolgerebbe il contesto geografico, politico, economico, sociale, culturale e umano dell’intero continente africano.

Ornella Ordituro

Un chicco in più

La Nigeria è lo Stato più popoloso dell’Africa, include più di un ottavo della popolazione del continente e occupa il 4% del territorio africano (166,6 milioni di abitanti in 923.768 chilometri quadrati). Al suo interno è divisa in 250 tribù e al momento dell’indipendenza dalla Gran Bretagna – nell’ottobre 1960 – i nigeriani faticavano a trovare un’identità nazionale, poiché la maggior parte della popolazione era naturalmente legata al proprio gruppo etnico e tribale, ma non alla patria. Tali divisioni permangono nella società nigeriana moderna, causando scontri e violenze, proprio come avveniva in passato. Le maggiori etnie sono gli hausa e i fulani del Nord, gli yoruba nel Sudovest e gli igbo nel Sudest. Quando si parla di Biafra si fa principalmente riferimento a quest’ultima etnia, elitaria, più ricca e modernizzata, di religione prevalentemente cristiana o animista, con una piccolissima percentuale di popolazione di religione ebraica. In verità, il 58% della popolazione nigeriana è cristiana, mentre il 41% è musulmana, quasi completamente sunnita.

Foto: alisdare1

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